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PARROCCHIA S. GIROLAMO

DOMENICA 2 MAGGIO: SANTA MESSA NELL’ANNIVERSARIO DI SANDRA SABATTINI

SANTA MESSA NELL'ANNIVERSARIO DELLA NASCITA AL CIELO DI SANDRA SABATTINI: DOMENICA 2 MAGGIO ORE 19 NELLA CHIESA DI SAN GIROLAMO

Domenica 2 maggio la Santa Messa pomeridiana, eccezionalmente, non sarà celebrata alle 18.30 ma alle 19, poiché sarà presieduta dal nostro Vescovo Francesco in occasione dell'anniversario della nascita al cielo della nostra Sandra Sabattini, alla quale, in attesa della sua Beatificazione, guardiamo stupiti, riconoscendo nella sua esperienza come sia vero che «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» (Benedetto XVI, cit. in Francesco, Evangelii gaudium, 14): l'unica forza del cristianesimo, in ogni epoca, è l'attrattiva di Cristo, capace di fare Sua una giovane ventenne nella nostra Rimini e nel nostro tempo.

VEGLIA PASQUALE SAN GIROLAMO

La comunità parrocchiale di San Girolamo ha vissuto con grande intensità il Triduo Pasquale. Un amico ha commentato: “non l’avremmo vissuto così senza il percorso che stiamo facendo assieme”.

PAPA FRANCESCO: SI PUO' RICOMINCIARE SEMPRE

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica di San Pietro - Altare della Cattedra Sabato Santo, 3 aprile 2021

Le donne pensavano di trovare la salma da ungere, invece hanno trovato una tomba vuota. Erano andate a piangere un morto, invece hanno ascoltato un annuncio di vita. Per questo, dice il Vangelo, quelle donne «erano piene di spavento e di stupore» (Mc 16,8), piene di spavento, timorose e piene di stupore. Stupore: in questo caso è un timore misto a gioia, che sorprende il loro cuore nel vedere la grande pietra del sepolcro rotolata via e dentro un giovane con una veste bianca. È la meraviglia di ascoltare quelle parole: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto» (v. 6). E poi quell’invito: «Egli vi precede in Galilea, là lo vedrete» (v. 7). Accogliamo anche noi questo invito, l’invito di Pasqua: andiamo in Galilea dove il Signore Risorto ci precede. Ma cosa significa “andare in Galilea”?

Andare in Galilea significa, anzitutto, ricominciare. Per i discepoli è ritornare nel luogo dove per la prima volta il Signore li ha cercati e li ha chiamati a seguirlo. È il luogo del primo incontro e il luogo del primo amore. Da quel momento, lasciate le reti, essi hanno seguito Gesù, ascoltando la sua predicazione e assistendo ai prodigi che compiva. Eppure, pur stando sempre con Lui, non lo hanno compreso fino in fondo, spesso hanno frainteso le sue parole e davanti alla croce sono scappati, lasciandolo solo. Malgrado questo fallimento, il Signore Risorto si presenta come Colui che, ancora una volta, li precede in Galilea; li precede, cioè sta davanti a loro. Li chiama e li richiama a seguirlo, senza mai stancarsi. Il Risorto sta dicendo loro: “Ripartiamo da dove abbiamo iniziato. Ricominciamo. Vi voglio nuovamente con me, nonostante e oltre tutti i fallimenti”. In questa Galilea impariamo lo stupore dell’amore infinito del Signore, che traccia sentieri nuovi dentro le strade delle nostre sconfitte. E così è il Signore: traccia sentieri nuovi dentro le strade delle nostre sconfitte. Lui è così e ci invita in Galilea per fare questo.

Ecco il primo annuncio di Pasqua che vorrei consegnarvi: è possibile ricominciare sempre, perché sempre c’è una vita nuova che Dio è capace di far ripartire in noi al di là di tutti i nostri fallimenti. Anche dalle macerie del nostro cuore – ognuno di noi sa, conosce le macerie del proprio cuore – anche dalle macerie del nostro cuore Dio può costruire un’opera d’arte, anche dai frammenti rovinosi della nostra umanità Dio prepara una storia nuova. Egli ci precede sempre: nella croce della sofferenza, della desolazione e della morte, così come nella gloria di una vita che risorge, di una storia che cambia, di una speranza che rinasce. E in questi mesi bui di pandemia sentiamo il Signore risorto che ci invita a ricominciare, a non perdere mai la speranza.

Andare in Galilea, in secondo luogo, significa percorrere vie nuove. È muoversi nella direzione contraria al sepolcro. Le donne cercano Gesù alla tomba, vanno cioè a fare memoria di ciò che hanno vissuto con Lui e che ora è perduto per sempre. Vanno a rimestare la loro tristezza. È l’immagine di una fede che è diventata commemorazione di un fatto bello ma finito, solo da ricordare. Tanti – anche noi – vivono la “fede dei ricordi”, come se Gesù fosse un personaggio del passato, un amico di gioventù ormai lontano, un fatto accaduto tanto tempo fa, quando da bambino frequentavo il catechismo. Una fede fatta di abitudini, di cose del passato, di bei ricordi dell’infanzia, che non mi tocca più, non mi interpella più. Andare in Galilea, invece, significa imparare che la fede, per essere viva, deve rimettersi in strada. Deve ravvivare ogni giorno l’inizio del cammino, lo stupore del primo incontro. E poi affidarsi, senza la presunzione di sapere già tutto, ma con l’umiltà di chi si lascia sorprendere dalle vie di Dio. Noi abbiamo paura delle sorprese di Dio; di solito siamo paurosi che Dio ci sorprenda. E oggi il Signore ci invita a lasciarci sorprendere. Andiamo in Galilea a scoprire che Dio non può essere sistemato tra i ricordi dell’infanzia ma è vivo, sorprende sempre. Risorto, non finisce mai di stupirci.

Ecco il secondo annuncio di Pasqua: la fede non è un repertorio del passato, Gesù non è un personaggio superato. Egli è vivo, qui e ora. Cammina con te ogni giorno, nella situazione che stai vivendo, nella prova che stai attraversando, nei sogni che ti porti dentro. Apre vie nuove dove ti sembra che non ci siano, ti spinge ad andare controcorrente rispetto al rimpianto e al “già visto”. Anche se tutto ti sembra perduto, per favore apriti con stupore alla sua novità: ti sorprenderà.

Andare in Galilea significa, inoltre, andare ai confini. Perché la Galilea è il luogo più distante: in quella regione composita e variegata abitano quanti sono più lontani dalla purezza rituale di Gerusalemme. Eppure Gesù ha iniziato da lì la sua missione, rivolgendo l’annuncio a chi porta avanti con fatica la vita quotidiana, rivolgendo l’annuncio agli esclusi, ai fragili, ai poveri, per essere volto e presenza di Dio, che va a cercare senza stancarsi chi è scoraggiato o perduto, che si muove fino ai confini dell’esistenza perché ai suoi occhi nessuno è ultimo, nessuno escluso. Lì il Risorto chiede ai suoi di andare, anche oggi ci chiede di andare in Galilea, in questa “Galilea” reale. È il luogo della vita quotidiana, sono le strade che percorriamo ogni giorno, sono gli angoli delle nostre città in cui il Signore ci precede e si rende presente, proprio nella vita di chi ci passa accanto e condivide con noi il tempo, la casa, il lavoro, le fatiche e le speranze. In Galilea impariamo che possiamo trovare il Risorto nel volto dei fratelli, nell’entusiasmo di chi sogna e nella rassegnazione di chi è scoraggiato, nei sorrisi di chi gioisce e nelle lacrime di chi soffre, soprattutto nei poveri e in chi è messo ai margini. Ci stupiremo di come la grandezza di Dio si svela nella piccolezza, di come la sua bellezza splende nei semplici e nei poveri.

Ecco, allora, il terzo annuncio di Pasqua: Gesù, il Risorto, ci ama senza confini e visita ogni nostra situazione di vita. Egli ha piantato la sua presenza nel cuore del mondo e invita anche noi a superare le barriere, vincere i pregiudizi, avvicinare chi ci sta accanto ogni giorno, per riscoprire la grazia della quotidianità. Riconosciamolo presente nelle nostre Galilee, nella vita di tutti i giorni. Con Lui, la vita cambierà. Perché oltre tutte le sconfitte, il male e la violenza, oltre ogni sofferenza e oltre la morte, il Risorto vive e il Risorto conduce la storia.

Sorella, fratello se in questa notte porti nel cuore un’ora buia, un giorno che non è ancora spuntato, una luce sepolta, un sogno infranto, vai, apri il cuore con stupore all’annuncio della Pasqua: “Non avere paura, è risorto! Ti attende in Galilea”. Le tue attese non resteranno incompiute, le tue lacrime saranno asciugate, le tue paure saranno vinte dalla speranza. Perché, sai, il Signore ti precede sempre, cammina sempre davanti a te. E, con Lui, sempre la vita ricomincia.

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LA CARNE DI CRISTO RISORTO

Omelia nella Veglia Pasquale
San Girolamo, Notte santa della Resurrezione, 3 aprile 2021

«Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”» (Mc 16,6-7).
Tornare in Galilea significa, sottolinea Papa Francesco, tornare nel «luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato» (Omelia nella Veglia Pasquale, 19 aprile 2014). Si tratta, innanzitutto, di riscoprire la nostra identità a partire dal sacramento del battesimo, tornando «alla radice della nostra fede e della nostra esperienza cristiana» (Ibid.).
Al tempo stesso non bisogna ugualmente dimenticare un’altra Galilea, «una “Galilea” più esistenziale: l’esperienza dell’incontro personale con Gesù Cristo, che mi ha chiamato a seguirlo e a partecipare alla sua missione» (Ibid.). Occorre «custodire nel cuore la memoria viva di quella chiamata, quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia, mi ha chiesto di seguirlo» (Ibid.).
L’annuncio della Risurrezione è storicamente credibile, i documenti storici che l’attestano sono attendibili, siamo certi che i Vangeli sono stati scritti sulla base della testimonianza di chi ha visto e udito, di essi abbiamo riscontri in ritrovamenti archeologici e in altre fonti, di nessun altro testo dell’antichità abbiamo un numero così grande di copie vicinissime cronologicamente agli originali.
La certezza sulla Risurrezione, tuttavia, matura nell’incontro con il Risorto, potendo incrociare il Suo sguardo, sentendosi chiamare per nome come Maria Maddalena (Gv 20,16), riconoscendolo sulla stessa riva – del mare di Tiberiade come del mare di Rimini – potendo così tornare ad esclamare: «È il Signore!» (Gv 21,7).
È sempre la sorpresa di un incontro – per questo occorre tornare in Galilea (cfr. Mc 16, 7) – nel quale ci si impatta con uno sguardo umano capace di abbracciare tutta la nostra umanità ferita e bisognosa, senza dover scartare nulla, neppure il limite ed il peccato.
Un incontro umano in cui si è colpiti dall’accento di una umanità desiderabile, al punto che, come i primi, si segue senza indugio quell’uomo, mangiando con Lui, invitandolo a pescare, lasciandosi spiazzare e cambiare dal suo sguardo sulle persone e sulla realtà, sperimentando una corrispondenza unica con le esigenze del nostro cuore e sorprendendosi a riconoscere che Egli è diventato il nostro centro affettivo, senza il quale non potremmo più vivere: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6, 68-69).
Il percorso della fede deve continuamente ripartire dalla “Galilea” del primo incontro, lasciandosi continuamente sorprendere dalla modalità nuova con cui Cristo Risorto continua ad afferrarci ora. Gli stessi discepoli di Gesù sono dovuti passare dalla Passione e dalla Morte, affinché l’esperienza vissuta con Lui non rimanesse confinata in un passato, di cui avere tutt’al più un bel ricordo.
La fisicità di Cristo risorto ora coincide con la carne dei volti, dei fatti, degli incontri, degli sguardi nei quali la Sua Presenza irrompe nella mia vita, una carne che è davanti ai miei occhi anche ora, quella carne che si può vedere e toccare e che mi porta a riconoscere come Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).

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LA TUNICA INCONSUTILE DI CRISTO

Omelia nella Celebrazione della Passione del Signore
San Girolamo, Venerdì santo, 2 aprile 2021

«I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”. Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte (Sal 22,19). E i soldati fecero così» (Gv 19, 23-24).
L’evangelista Giovanni – il Venerdì Santo si legge sempre il racconto della Passione secondo Giovanni, mentre nella Domenica delle Palme si alternano le narrazioni dei Vangeli sinottici – si sofferma su quello che potrebbe apparire come un particolare: la tunica inconsutile di Gesù, «senza cuciture» e «tessuta tutta d’un pezzo» (Gv 19, 23), è segno dell’unità della Chiesa, la quale è generata dal dono di Cristo al Padre, che trascina col suo amore l’intera umanità, a cominciare da noi, che siamo stati afferrati insieme e resi carne della Sua carne nell’incontro con Lui, a partire dal Battesimo.
L’unità della Chiesa è lo scopo per cui Cristo muore, «per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,52) e, come Lui stesso ha pregato, «perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 20).
Per questo, come abbiamo ascoltato nella Veglia della scorsa settimana, questa unità è l’unica cosa temuta da Satana: «Perché se per Dio distribuiamo quanto possediamo, questo il diavolo non lo teme, perché egli stesso non possiede nulla. Se digiuniamo, di questo non ha paura, perché non prende cibo. E se vegliamo non ha terrore, perché non dorme. Ma se siamo uniti nella carità, di questo si spaventa, e molto, perché noi custodiamo in terra ciò che egli in cielo si sdegnò di conservare» (Lietberto di S. Rufo, Pseudo Ugo di S. Vittore).
La Chiesa nasce da Cristo non dal nostro “fare”. La tunica di Gesù è «tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo», dall’alto al basso: l’opera di Dio ci precede. L’unità della Chiesa non è qualcosa da realizzare o che possiamo possedere, ma, innanzitutto, un dono da ricevere (cfr. S. Cipriano, De unitate Ecclesiae, 7), mentre quando ci agitiamo nelle nostre discussioni e nei nostri progetti diventiamo facilmente come quei soldati, i quali, non sapendo quello che facevano, si sono «divisi le Sue vesti» (Gv 19,24).
La Chiesa è un evento di comunione, che, per sua natura, fiorisce dall’Avvenimento di Cristo, quando accade ciò che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –, così si meraviglieranno di lui molte nazioni; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito» (Is 52, 14-15).
Il Signore ci doni la grazia di stupirci e di accogliere questo dono, obbedendo alla carnalità del modo in cui sta accadendo tra noi.

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L'AFFEZIONE A CRISTO: LASCIARSI PERDONARE

Omelia nella Santa Messa della Cena del Signore
San Girolamo, Giovedì santo, 1 aprile 2021

«Dio si è commosso per il nostro tradimento, per la nostra povertà rozza, dimentica e traditrice, per la nostra meschinità, che è più ancora che essersi commosso per il nostro niente» (Luigi Giussani, Si può vivere così?, 333).
Questo testo di don Luigi Giussani mi è tornato in mente, meditando sulla Passione, Morte e Risurrezione del Signore, che celebriamo in questo Sacro Triduo Pasquale, dopo aver letto l’Omelia del Papa nella Domenica delle Palme, in cui Francesco ha messo in evidenza come già nell’Ingresso solenne di Gesù a Gerusalemme si siano rivelate due posizioni: quella di chi ammirava Gesù e quella di chi era commosso e stupito da Lui. «Che cosa accadde a quella gente, che in pochi giorni passò dall’osannare Gesù al gridare “crocifiggilo”? Cosa è successo? Quelle persone seguivano più un’immagine di Messia, che non il Messia. Ammiravano Gesù, ma non erano pronte a lasciarsi stupire da Lui. Lo stupore è diverso dall’ammirazione. L’ammirazione può essere mondana, perché ricerca i propri gusti e le proprie attese; lo stupore, invece, rimane aperto all’altro, alla sua novità» (28 marzo 2021).
Nella posizione di chi ammirava Gesù, le grida di esultanza si sono tramutate nel coro che ha chiesto la Sua morte: «Crocifiggilo» (Mc 15,13-14). Lo ammiravano ma non erano commossi. Per commuoversi occorre riconoscere che nella Passione e nella Morte di Cristo si esprime tutta la commozione di Dio, commosso non solo per il nostro niente, ma per la nostra umanità, talvolta così rozza, così dimentica di Lui, così ostile a Lui. Commosso come una mamma che ama un figlio che la rifiuta, amando anche il suo rifiuto.
Noi siamo tutti oggetto di questo amore: «li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Noi, come i Dodici, siamo amati di questo amore infinito: li amò fino alla fine, fino al compimento, oltre ogni nostra misura.
Amati come Giuda e come Pietro, i due nomi che emergono nel racconto dell’Ultima Cena scritto dall’evangelista Giovanni (Gv 13, 1-30).
Qual è la differenza tra loro?
Giuda era veramente ammirato di Gesù, così ammirato da essere un attivista della sua ideologia. Era entusiasta di Cristo ed è per questo che lo ha tradito, per lo zelo con cui era appassionato all’ideologia cristiana, perché il progetto che lo affascinava non si realizzava secondo la sua immagine. Pietro, invece, non era affascinato dal progetto o dal messaggio di Cristo, ovvero dall’ideologia a cui Giuda aveva ridotto il messaggio di Gesù. Pietro era affascinato da Lui. Giuda è come coloro di cui ha parlato il Papa nell’omelia citata, i quali «seguivano più un’immagine di Messia, che non il Messia», zelanti per un’idea di Lui.
È la descrizione di quella che, sovente, è una situazione diffusa anche tra noi. Pietro è invece legato a Lui, sempre scomposto, non rientra mai in uno schema e viene rimproverato spesso da Cristo, ma egli non si scandalizza di Gesù mentre, invece, in Giuda prevale lo scandalo.
Il Papa ci ha ricordato più volte che la questione decisiva è «non vergognarsi della carne di Cristo» (Omelia nella canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, 27 aprile 2014; Omelia a Santa Marta, 7 marzo 2014; intervista pubblicata in L’Eco di Bergamo del 24 maggio 2018).
Giuda si è vergognato di questa carne, gli sembrava troppo poco, il Regno pareva non venire e la rivoluzione che l’Iscariota sognava non si stava realizzando, quel progetto stava fallendo. A Giuda la carne di Cristo sembrava irrilevante per risolvere i problemi del mondo.
Noi siamo immersi in questa mentalità, al punto che, nei nostri ritrovi, si ha paura di mettere a tema Gesù, nel timore che le persone si allontanino. Invece è il contrario: le persone si allontanano dalla Chiesa quando ci vergogniamo di Cristo! Una Chiesa che si vergogna di Cristo è inutile. Mi è accaduto anche di recente di notare, prima di un incontro, questa paura nascosta, ed invece, al termine di quella serata, sono stato colpito profondamente da chi ha espresso la propria commozione per uno sguardo: è l’unica cosa che corrisponde al bisogno del cuore umano. Uno sguardo in cui la propria umanità è abbracciata. Magari non si sa riconoscere ancora che è Lui, ma solo Gesù può abbracciare così la tua umanità, senza scartare nulla, neppure ciò per cui altri, anche nella comunità cristiana ti guarderebbero come sbagliato o sbagliata.
Pietro, inizialmente, di fronte al gesto che quest’anno non compiamo nella Liturgia di oggi a causa dell’emergenza sanitaria in corso, con cui Gesù si china a lavare i piedi ai Dodici, resiste, ma lo scandalo non prevale: «“Tu non mi laverai i piedi in eterno!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”» (Gv 13, 8-9). Più dell’immagine che Pietro aveva di Cristo, per cui il Signore non poteva lavare i piedi ai Suoi discepoli, prevale l’affezione a Lui. Pietro non può fare a meno di quello sguardo e di quel rapporto, per cui cambia tutto: si lascia perdonare.
Pietro non è meno peccatore di Giuda, è affezionato a Gesù. Pietro non ha capito più di Giuda, ma accetta di consistere nello sguardo di Cristo: si tratta di un percorso che culminerà nel “Sì” che pronuncerà dopo la Risurrezione (Gv 21, 15-17). Pietro dovrà passare anche attraverso il dolore del suo rinnegamento, ma quel tradimento non sarà l’ultima parola e ricomincerà a partire dallo sguardo di Gesù (Lc 22,61-62). Questo è il cristianesimo!
Gli uomini e le donne del nostro tempo hanno il diritto di incontrare nella Chiesa l’annuncio cristiano, che non è un’idea o una dottrina complicata da capire (cfr. Evangelii gaudium, 7.35.39), ma un abbraccio alla nostra umanità fragile, che, proprio nel suo essere bisognosa, grida l’urgenza di Lui. Così, per la sua ferita, la nostra stessa umanità si rivela come lo strumento per riconoscere Gesù come il senso di tutto.
La Chiesa nasce da questo abbraccio, dallo sguardo commosso di Cristo che si dona nell’Eucarestia (cfr. 1Cor 11,23-26). La Chiesa nasce dall’Eucarestia (cfr. 1Cor 10,15-17): è l’Eucarestia che fa la Chiesa ed è la Chiesa che fa l’Eucarestia (Giovanni Paolo II, Ecclesia De Eucharistia, 26). Tutta la ricchezza della Liturgia di oggi e dei suoi segni, in cui facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucarestia, affermano la contemporaneità di Cristo (Ivi, 5 e 59).
Lo stesso segno sacramentale è costituito dalla contemporaneità di Gesù. Ora Lui si mette in ginocchio a mendicare il nostro cuore: troverà almeno uno di noi disposto a lasciarsi abbracciare come Pietro?

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Introduzione e conclusione della Veglia: il percorso della nostra Comunità

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«SE’ DI SPERANZA FONTANA VIVACE»

«SE’ DI SPERANZA FONTANA VIVACE»

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OMELIA NEL FUNERALE DELLA SIGNORINA YVONNE VALPONDI

Omelia nella Santa Messa esequiale per Yvonne Valpondi
San Girolamo, 17 febbraio 2021

Era poco più che ventenne Yvonne quando, nel Santuario di Caravaggio, ebbe l’intuizione che Cristo è tutto. Affinché questo accada occorre che ci sia realmente l’intervento di Dio, perché quando, anche solo per un istante, una giovane ventenne come lei riconosce un’attrattiva così potente, fino a riconoscere che Gesù è tutto, sta certamente operando il Mistero. Questo riconoscere di essere tutta Sua, in un dialogo decisivo durante una confessione, le ha fatto maturare il desiderio di consacrarsi in una totale dedizione al Signore, la quale inizialmente assunse la forma della vita religiosa nelle suore salesiane, che poi lasciò.
Il fatto che la forma vocazionale non si sia compiuta secondo l’immagine iniziale, per Yvonne è sempre rimasta una ferita aperta, e io sono stato profondamente colpito quando, nel primo nostro incontro, subito affrontò la questione, come se ci conoscessimo da sempre. Le dissi: «Lei può scappare, ma il Signore rimane fedele alla Sua chiamata». Conserverò sempre nella memoria quel dialogo, perché la storia del nostro Coro non ci sarebbe senza quella ferita, con le tante vicende personali e con un frutto così significativo per la nostra Parrocchia, da cui la nostra Comunità è profondamente segnata.
Tutto nasce sempre da una ferita. A volte qualcuno di voi mi chiede: «perché parli sempre della ferita?». Perché è la ferita che caratterizza la nostra umanità nella sua apertura al Mistero. È la ferita che ci fa gridare, che ci fa amare, che non ci lascia mai tranquilli. La vocazione cristiana non si compie nella linearità di una esistenza irreprensibile in cui tutto è sistemato, senza Cristo. Gesù non è mai in una “sistemazione”: il Mistero di Dio interviene lì dove i conti nella nostra esistenza non tornano più.
Tutta la vicenda di Yvonne è la storia di questa affezione profonda da parte di Qualcuno che non ha mai smesso di cercarla, senza “mollarla” mai, secondo le parole del Salmo: «Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei […]. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all'estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra» (Sal 139, 7-10). Abbiamo ascoltato San Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4,7). Qual è la vera battaglia? Quella che il Signore ingaggia con noi per farci tutti Suoi. S. Tommaso D’Aquino afferma: «La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione» (Summa Theologiae, IIa, IIae, q. 179, a.1). È l’affetto che emerge in Pietro dopo il tradimento: «Mi ami tu?». Non gli viene chiesta una coerenza o una capacità. «Si, Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo. Ti ho tradito e ti tradirò un milione di volte ancora, ma io ti amo. Non so come dirlo, ma tu, per me, sei tutto. Io ti amo» (cfr. Gv 21, 15-17).
Questa affezione profonda si è riverberata nel modo di guidare il Coro. Noi non potremmo neppure pensare a questa esperienza senza il temperamento di Yvonne, senza la sua guida chiara ed esigente, di fronte alla quale si poteva anche dire di no. Chi diceva di sì poteva sperimentare qualcosa di vero e di profondo, mentre chi diceva di no poteva ritornare ritrovando una strada permessa da chi aveva detto di sì. Le proposte insulse, invece, quelle che non chiedono mai alla libertà una decisione, non lasciano tracce nella vita.
Yvonne ha lasciato una traccia profonda nella vita di chi l’ha incontrata e io me ne sono reso conto innanzitutto per come Elena me la presentò per la prima volta, facendomela conoscere con la stessa intensità con cui, appena arrivato in parrocchia, mi portò a incontrare sua madre, coinvolgendomi, in entrambi i casi, in un affetto familiare. Poi, forse un paio d’anni dopo, andando a trovare Yvonne in ospedale, mi sono reso conto che le ragazze del Coro facevano i turni per assisterla. Mi sono detto: questo umanamente mi interessa, perché significa che il legame è profondo e che si è insieme per qualcosa di grande, condividendo la vita. Cesare Pavese scrive che «da chi non è pronto a legarsi con te per tutta la vita non dovresti accettare neanche una sigaretta» (Il Mestiere di vivere. Diario 1935-1950, Einaudi, Torino 2014, 106). Solo per questo vale la pena ritrovarsi, altrimenti la vita parrocchiale diventa un’associazione che non solo non è utile, ma è anche dannosa per l’esistenza nel momento in cui manca la vibrazione del mettere insieme la vita.
Questa è l’esperienza della Comunità, ed io ho sempre percepito Yvonne parte della nostra Comunità, negli incontri personali e nelle sue telefonate, nelle quali emergeva quanto fosse sempre interessata e affezionata alla vita della Parrocchia. La Comunità c’è quando si condivide il fondo ultimo della sua proposta. Nell’ultima telefonata, pochi giorni prima che le sue condizioni di salute peggiorassero, mi chiamò entusiasta perché aveva visto le fotografie della Sala dell’Oratorio rinnovata. Io ho desiderato che nel corridoio di ingresso, di fronte alle immagini di don Bonini a cui la stessa Sala è dedicata, ci fosse, accanto all’Aula del Coro, che sarà invece intitolata a Yvonne, la foto in cui lei è ritratta con le sue ragazze e i suoi allievi in occasione del 90° compleanno, che esprime tutta l’intensità di questa storia, resa possibile anche dalla collaborazione con don Giuseppe.
In cosa si decide, alla fine, l’esistenza umana? A prescindere dalla sua durata – e noi siamo tutti grati per la sua vita così lunga, stretti ai familiari e a chi vive particolarmente il dolore del distacco da lei – si decide nel rapporto col Mistero. Un rapporto non lineare, drammatico, in cui ti scontri e puoi anche tentare di fuggire. Se non fosse drammatico non sarebbe un rapporto e se non fosse un rapporto non sarebbe cristianesimo.
Per la signorina Yvonne questo rapporto non era un passato, era legata al presente della Comunità parrocchiale. Se noi non andiamo al fondo di questa passione che ha generato tutto, di lei rimarrà solo un ricordo nostalgico, che non muove la vita. Questa circostanza della sua morte può invece essere l’occasione per un “Sì” a quello da cui, chi l’ha incontrata, è rimasto toccato. Ciò che è stato vissuto attraverso di lei può diventare ancor più esperienza nostra, adesso. Non come è accaduto, perché certe forme non ci saranno più, ma quello che è accaduto. Ora che lei stessa lo scopre in maniera definitiva può guidarci alla stessa scoperta qui, facendo adesso l’esperienza a cui lei ha introdotto tanti attraverso il canto, andando alla radice costituita da questo rapporto drammatico che Yvonne descriveva dicendo: «Il Signore non mi ha mai mollata».
«Dove fuggire dalla tua presenza? […] Se scendo negli inferi, eccoti […] anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra» (Sal 139, 7-8.10). La destra del Signore ha afferrato la sua mano nel momento della morte, facendola finalmente tutta Sua.
L’ultima volta che l’ho incontrata, dandole l’assoluzione con l’indulgenza plenaria e portandole i saluti della Comunità, diceva solamente: «grazie!».
Noi ora vogliamo semplicemente ripetere questo «grazie», certi che, nell’abbraccio della Misericordia di Dio, che mendichiamo insieme per lei e per noi, potrà esserci fino in fondo amica e madre, vivendo quella maternità autentica nella quale si è compiuta la sua vocazione cristiana.

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IL NOSTRO NECROLOGIO PER L'AMATA SIGNORINA YVONNE

Il Coro della Parrocchia San Girolamo, il parroco e l’intera Comunità, si uniscono ai familiari nella preghiera per l’amata Signorina
YVONNE VALPONDI
Siamo grati a Dio per il dono della sua persona, che ha segnato profondamente la storia personale di tanti di noi e della nostra Parrocchia. La sua vocazione cristiana si è compiuta in un’autentica maternità nei confronti di tutti i suoi allievi.
Preghiamo chiedendo l’intercessione di Sandra Sabattini, che ha partecipato alla vita del nostro coro, affinché Cristo la faccia tutta Sua, certi che, nel Suo abbraccio definitivo, continuerà ad esserci madre e amica per sempre.
Veglia funebre martedì 16 alle ore 20.30 e Santa Messa esequiale mercoledì 17 febbraio alle ore 15 nella Chiesa parrocchiale di San Girolamo.

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IN MEMORIA DI YVONNE VALPONDI

Ho conosciuto la signorina Yvonne poco dopo il mio arrivo a San Girolamo. Dal primo incontro è accaduto un riconoscimento profondo a partire dalla comune esperienza di fede. Mi ha colpito la libertà con la quale mi ha raccontato di se stessa e della sua storia, condividendo aspetti personalissimi, come se ci conoscessimo da sempre, e il rapporto è continuato in dialoghi mai banali. Mi sono reso conto da subito che la sua opera educativa era stata ed è determinante per il percorso della Comunità parrocchiale di San Girolamo, poiché la vita del coro è fiorita in una storia di appartenenza che permane come l’esperienza più significativa di San Girolamo, fatta di legami in cui si condivide la vita, cosa mai scontata, anche negli ambiti parrocchiali. Abbiamo condiviso giudizi e amicizia, grazie anche ai racconti ed allo stesso legame con Elena, Antonio e le altre persone del coro nel quale ci siamo ritrovati nel comune affetto per lei. Era sempre informatissima e interessatissima alla vita della Parrocchia, che considerava “sua”. L’ultima telefonata ricevuta da lei era per comunicarmi il suo entusiasmo per la recente ristrutturazione della Sala dell’Oratorio: era contentissima per la sua passione educativa che non l’ha mai abbandonata. Quando l’ho visitata l’ultima volta, pregando assieme a lei e dandole l’assoluzione con l’indulgenza plenaria, portandole i saluti a nome di tutta la Comunità parrocchiale, non ripeteva altro che “grazie”. È il grazie che diciamo a Dio per il dono della sua persona, affidandola all’intercessione di Sandra Sabattini, che fu tra la sue allieve, affinché la sua vocazione si compia definitivamente nell’abbraccio di Cristo, in cui continuerà, ne sono certo, ad esserci madre e amica.
Don Roberto

Omelia nel funerale di ELIO TOSI

Omelia nella Santa Messa esequiale per Elio Tosi
San Girolamo, 13 febbraio 2021

Gesù amava mangiare a casa di Marta, Maria e Lazzaro, dove era spesso ospitato assieme ai suoi discepoli (cfr. Lc 10, 38-42). Siamo tutti grati al nostro Elio per essere stati ospitati dal suo affetto e dalla sua amicizia, con una cura dell’accoglienza che ha segnato la storia della nostra Città, qui rappresentata dal Sindaco e dai tanti presenti.
Personalmente ho conosciuto Elio in questi primi anni trascorsi qui nella Parrocchia San Girolamo, proprio a partire da quel sorriso accogliente con cui mi salutava prima della Messa delle 11, entrando in chiesa sempre con grande anticipo, quando ancora non c’era nessuno. Sono stato ospitato a pranzo a casa sua, potendo sperimentare la cucina della cara Rita – senza la quale non sarebbe stata possibile la sua grande avventura professionale, che lo ha reso protagonista della storia di Rimini – e il suo piacere di accogliere e incontrare l’altro. Sottolineo quest’ultimo aspetto perché mi pare che sia l’insegnamento fondamentale che offre alla nostra Comunità parrocchiale e all’intera società civile. Il brano del Vangelo secondo Giovanni che è stato proclamato (Gv 11, 17-27) ci ricorda la natura dell’amicizia tra Gesù, Marta, Maria e Lazzaro, segnata dalla gratuità e dall’accoglienza. I tre fratelli che ospitavano il Signore con i suoi discepoli non avevano ruoli nella comunità, incarichi o ministeri. Amavano Gesù, che a sua volta amava stare a pranzo da loro, colpito dalla cura di Marta nel preparare da mangiare e commosso dal desiderio di Maria, che non perdeva neppure una parola di quel che diceva, non esitando a rompere un vaso di unguento profumato e preziosissimo per ungere i suoi piedi (Gv 12, 1-8), un gesto che scandalizzò il moralista Giuda, per questo apparente “spreco”, che in realtà esprimeva il riconoscimento di un rapporto decisivo per la propria vita.
Questo rapporto è il cuore dell’esperienza cristiana, e non è superfluo sottolinearlo, poiché, non di rado, anche all’interno della comunità ecclesiale può prevalere la freddezza dei programmi e delle strutture, riducendo la partecipazione alla vita stessa della Chiesa a ruoli o a funzioni nell’organizzazione. Tra Gesù, Maria, Marta e Lazzaro prevaleva, invece, il calore di un abbraccio in cui ogni uomo e ogni donna, in qualsiasi situazione si trovino, senza alcuna preclusione, possono essere accolti.
Papa Francesco, per richiamare questo aspetto, cita spesso uno dei suoi film preferiti, “Il pranzo di Babette” (cfr., ad esempio, Amoris laetitia 129) la cui trama è incentrata sullo “spreco di amore” espresso in un pranzo preparato con cibi e bevande preziosissimi: «I protagonisti sono persone che vivono in un calvinismo puritano esagerato, a tal punto – affermava l’allora Card. Bergoglio – che la redenzione di Cristo si vive come una negazione delle cose di questo mondo. Quando arriva la freschezza della libertà, lo spreco per una cena, tutti finiscono trasformati. In verità questa comunità non sapeva che cosa fosse la felicità. Viveva schiacciata dal dolore... aveva paura dell’amore» (J. M. Bergoglio in A. Tornielli, Jorge Mario Bergoglio. Francesco. Insieme, Piemme, Milano 2013)
Abbiamo proprio bisogno, nella Chiesa e nella società, di questo “spreco di amore”, di questa “freschezza della libertà”, di questo «gusto di riconoscere l’altro» (Francesco, Enciclica Fratelli tutti n. 218), di affermare l’altro come un bene, in politica, nel turismo come nei rapporti quotidiani. Quando ascoltavo i racconti di Elio, con alcuni aneddoti riguardanti i suoi rapporti con le tante personalità conosciute dirigendo l’Embassy, emergeva non tanto il vanto per la sua familiarità con volti noti dello spettacolo o della politica, quanto piuttosto il gusto dell’incontro con ciascuno, che anche tutti noi abbiamo sperimentato nel suo sorriso e nella sua caratteristica stretta di mano.
«La vita è l’arte dell’incontro», ci ricorda Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti (n. 215) sottolineando che «l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro» (Ibid., 66).
Nella Chiesa come nella società civile, di fronte alle grandi sfide del tempo drammatico in cui viviamo, siamo tentati di pensare che questo sia poco, ma la novità, che genera una speranza e uno sguardo positivo sulla realtà, irrompe nella nostra vita sempre e solo per un incontro umano.
È il metodo di Gesù.
«Tuo fratello risorgerà», si rivolge il Signore a Marta, la quale risponde: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno» (Gv 11,24). Ma questo ancora non basta alla donna che soffre per la morte del fratello Lazzaro, e non basta neppure a noi. «Io sono la risurrezione e la vita – continua Gesù – chi crede in me anche se muore vivrà […] Credi questo?» (Gv 11, 25). A quel punto Marta, per rispondere, non può più limitarsi all’affermazione di un contenuto teorico, della quale pure era convinta, ma deve ripartire dall’esperienza vissuta con Cristo, nella storia di quella straordinaria amicizia fiorita in pranzi e cene, in gesti di ospitalità e condivisione, ed allora, in forza di quanto vissuto, può finalmente esclamare: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11, 27).
Noi rinnoviamo questo riconoscimento della fede, che ha sempre sostenuto Elio anche nelle prove della vita, come ho potuto constatare dal modo con cui ha affrontato le sofferenze che, anche negli ultimi anni, non gli sono state risparmiate.
Pochi giorni dopo aver ricevuto l’importante riconoscimento della Città con il Sigismondo d’oro, Elio venne qui in chiesa con la moglie Rita per ringraziare il Signore dei 65 anni del loro Matrimonio e noi imploriamo per lui e per noi la misericordia di Dio, più grande di qualsiasi male commesso o subito, affinché, come grandi peccatori perdonati, possiamo tutti ritrovarci nel grande banchetto celeste del Paradiso.

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Omelia nel funerale di ELIO TOSI

Omelia nella Santa Messa esequiale per Elio Tosi
San Girolamo, 13 febbraio 2021

Gesù amava mangiare a casa di Marta, Maria e Lazzaro, dove era spesso ospitato assieme ai suoi discepoli (cfr. Lc 10, 38-42). Siamo tutti grati al nostro Elio per essere stati ospitati dal suo affetto e dalla sua amicizia, con una cura dell’accoglienza che ha segnato la storia della nostra Città, qui rappresentata dal Sindaco e dai tanti presenti.
Personalmente ho conosciuto Elio in questi primi anni trascorsi qui nella Parrocchia San Girolamo, proprio a partire da quel sorriso accogliente con cui mi salutava prima della Messa delle 11, entrando in chiesa sempre con grande anticipo, quando ancora non c’era nessuno. Sono stato ospitato a pranzo a casa sua, potendo sperimentare la cucina della cara Rita – senza la quale non sarebbe stata possibile la sua grande avventura professionale, che lo ha reso protagonista della storia di Rimini – e il suo piacere di accogliere e incontrare l’altro. Sottolineo quest’ultimo aspetto perché mi pare che sia l’insegnamento fondamentale che offre alla nostra Comunità parrocchiale e all’intera società civile. Il brano del Vangelo secondo Giovanni che è stato proclamato (Gv 11, 17-27) ci ricorda la natura dell’amicizia tra Gesù, Marta, Maria e Lazzaro, segnata dalla gratuità e dall’accoglienza. I tre fratelli che ospitavano il Signore con i suoi discepoli non avevano ruoli nella comunità, incarichi o ministeri. Amavano Gesù, che a sua volta amava stare a pranzo da loro, colpito dalla cura di Marta nel preparare da mangiare e commosso dal desiderio di Maria, che non perdeva neppure una parola di quel che diceva, non esitando a rompere un vaso di unguento profumato e preziosissimo per ungere i suoi piedi (Gv 12, 1-8), un gesto che scandalizzò il moralista Giuda, per questo apparente “spreco”, che in realtà esprimeva il riconoscimento di un rapporto decisivo per la propria vita.
Questo rapporto è il cuore dell’esperienza cristiana, e non è superfluo sottolinearlo, poiché, non di rado, anche all’interno della comunità ecclesiale può prevalere la freddezza dei programmi e delle strutture, riducendo la partecipazione alla vita stessa della Chiesa a ruoli o a funzioni nell’organizzazione. Tra Gesù, Maria, Marta e Lazzaro prevaleva, invece, il calore di un abbraccio in cui ogni uomo e ogni donna, in qualsiasi situazione si trovino, senza alcuna preclusione, possono essere accolti.
Papa Francesco, per richiamare questo aspetto, cita spesso uno dei suoi film preferiti, “Il pranzo di Babette” (cfr., ad esempio, Amoris laetitia 129) la cui trama è incentrata sullo “spreco di amore” espresso in un pranzo preparato con cibi e bevande preziosissimi: «I protagonisti sono persone che vivono in un calvinismo puritano esagerato, a tal punto – affermava l’allora Card. Bergoglio – che la redenzione di Cristo si vive come una negazione delle cose di questo mondo. Quando arriva la freschezza della libertà, lo spreco per una cena, tutti finiscono trasformati. In verità questa comunità non sapeva che cosa fosse la felicità. Viveva schiacciata dal dolore... aveva paura dell’amore» (J. M. Bergoglio in A. Tornielli, Jorge Mario Bergoglio. Francesco. Insieme, Piemme, Milano 2013)
Abbiamo proprio bisogno, nella Chiesa e nella società, di questo “spreco di amore”, di questa “freschezza della libertà”, di questo «gusto di riconoscere l’altro» (Francesco, Enciclica Fratelli tutti n. 218), di affermare l’altro come un bene, in politica, nel turismo come nei rapporti quotidiani. Quando ascoltavo i racconti di Elio, con alcuni aneddoti riguardanti i suoi rapporti con le tante personalità conosciute dirigendo l’Embassy, emergeva non tanto il vanto per la sua familiarità con volti noti dello spettacolo o della politica, quanto piuttosto il gusto dell’incontro con ciascuno, che anche tutti noi abbiamo sperimentato nel suo sorriso e nella sua caratteristica stretta di mano.
«La vita è l’arte dell’incontro», ci ricorda Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti (n. 215) sottolineando che «l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro» (Ibid., 66).
Nella Chiesa come nella società civile, di fronte alle grandi sfide del tempo drammatico in cui viviamo, siamo tentati di pensare che questo sia poco, ma la novità, che genera una speranza e uno sguardo positivo sulla realtà, irrompe nella nostra vita sempre e solo per un incontro umano.
È il metodo di Gesù.
«Tuo fratello risorgerà», si rivolge il Signore a Marta, la quale risponde: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno» (Gv 11,24). Ma questo ancora non basta alla donna che soffre per la morte del fratello Lazzaro, e non basta neppure a noi. «Io sono la risurrezione e la vita – continua Gesù – chi crede in me anche se muore vivrà […] Credi questo?» (Gv 11, 25). A quel punto Marta, per rispondere, non può più limitarsi all’affermazione di un contenuto teorico, della quale pure era convinta, ma deve ripartire dall’esperienza vissuta con Cristo, nella storia di quella straordinaria amicizia fiorita in pranzi e cene, in gesti di ospitalità e condivisione, ed allora, in forza di quanto vissuto, può finalmente esclamare: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11, 27).
Noi rinnoviamo questo riconoscimento della fede, che ha sempre sostenuto Elio anche nelle prove della vita, come ho potuto constatare dal modo con cui ha affrontato le sofferenze che, anche negli ultimi anni, non gli sono state risparmiate.
Pochi giorni dopo aver ricevuto l’importante riconoscimento della Città con il Sigismondo d’oro, Elio venne qui in chiesa con la moglie Rita per ringraziare il Signore dei 65 anni del loro Matrimonio e noi imploriamo per lui e per noi la misericordia di Dio, più grande di qualsiasi male commesso o subito, affinché, come grandi peccatori perdonati, possiamo tutti ritrovarci nel grande banchetto celeste del Paradiso.

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L’ORATORIO DELLA PARROCCHIA SAN GIROLAMO È STATO RIMESSO A NUOVO:

SABATO 23 GENNAIO ALLE ORE 16.30 LA BENEDIZIONE DEL NOSTRO VESCOVO FRANCESCO AL TERMINE DEGLI INCONTRI DI CATECHISMO.

Prima di Natale sono ripresi gli incontri di catechismo in preparazione ai Sacramenti dell'Iniziazione cristiana ed i ritrovi dei giovani, che si svolgono, secondo le norme sanitarie vigenti, nei due ambienti più ampi tra i locali ad uso pastorale: il Teatro e l'Oratorio. Quest'ultimo è stato ristrutturato, dotato di nuovi arredi e della tecnologia adeguata per riunioni in presenza, a distanza e miste, con interventi che lo hanno reso bello e funzionale, per ritrovi di ragazzi, adulti e famiglie.

La sala dell'oratorio sarà dedicata a don Giuseppe Bonini (1923-2019), che è stato il primo parroco di San Girolamo, dal 1965 al 1998, accompagnando la nostra Comunità anche negli anni successivi con la sua presenza paterna e amica.

«LA CRISI: UNA NOVITÀ CHE GERMOGLIA DAL VECCHIO»

La crisi è “un tempo di grazia”: è “il Vangelo a metterci in crisi” facendo “spazio alla novità che lo Spirito suscita.

Due brani da due recenti interventi di Papa Francesco:

Alla Curia Romana, 21 dicembre.
Questo Natale è il Natale della pandemia, della crisi sanitaria, della crisi economica sociale e persino ecclesiale che ha colpito ciecamente il mondo intero. […] Come ricorda la radice etimologica del verbo krino: la crisi è quel setacciamento che pulisce il chicco di grano dopo la mietitura. […] La crisi più eloquente è quella di Gesù. […] Egli inaugura la sua vita pubblica attraverso l’esperienza della crisi vissuta nelle tentazioni. […] Successivamente Gesù affrontò una indescrivibile crisi nel Getsemani: solitudine, paura, angoscia, il tradimento di Giuda e l’abbandono degli Apostoli (cfr. Mt 26,36-50). Infine, venne la crisi estrema sulla croce: la solidarietà con i peccatori fino a sentirsi abbandonato dal Padre (cfr. Mt 27,46). Nonostante ciò, Egli con piena fiducia “consegnò il suo spirito nelle mani del Padre” (cfr. Lc 23,46). E questo suo pieno e fiducioso abbandono aprì la via della Risurrezione (cfr. Eb 5,7). […] Quante volte […] le nostre analisi ecclesiali sembrano racconti senza speranza. Una lettura della realtà senza speranza non si può chiamare realistica. La speranza dà alle nostre analisi ciò che tante volte i nostri sguardi miopi sono incapaci di percepire. […] Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo, si limita a fare l’autopsia di un cadavere: guarda la crisi, ma senza la speranza del Vangelo, senza la luce del Vangelo. Siamo spaventati dalla crisi non solo perché abbiamo dimenticato di valutarla come il Vangelo ci invita a farlo, ma perché abbiamo scordato che il Vangelo è il primo a metterci in crisi. […] La novità introdotta dalla crisi voluta dallo Spirito non è mai una novità in contrapposizione al vecchio, bensì una novità che germoglia dal vecchio e lo rende sempre fecondo. Gesù usa un’espressione che esprime in maniera semplice e chiara questo passaggio: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). L’atto di morire del seme […] nello stesso tempo segna la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro […]: davanti ai nostri occhi vediamo una fine e allo stesso tempo in quella fine si manifesta un nuovo inizio. […] Solo morendo a una certa mentalità riusciremo anche a fare spazio alla novità che lo Spirito suscita costantemente nel cuore della Chiesa. […] Senza la grazia dello Spirito Santo, si può persino cominciare a pensare la Chiesa in una forma sinodale che però, invece di rifarsi alla comunione con la presenza dello Spirito, arriva a concepirsi come una qualunque assemblea democratica fatta di maggioranze e minoranze. Come un parlamento, per esempio: e questa non è la sinodalità. Solo la presenza dello Spirito Santo fa la differenza. Che cosa fare durante la crisi? Innanzitutto, accettarla come un tempo di grazia donatoci per capire la volontà di Dio su ciascuno di noi e per la Chiesa tutta.

Angelus, 13 dicembre.
“Rallegratevi!”. La gioia cristiana. E qual è il motivo di questa gioia? Che «il Signore è vicino» (cfr. Fil 4,4.5). Più il Signore è vicino a noi, più siamo nella gioia; più Lui è lontano, più siamo nella tristezza. Questa è una regola per i cristiani. Una volta un filosofo diceva una cosa più o meno così: “Io non capisco come si può credere oggi, perché coloro che dicono di credere hanno una faccia da veglia funebre. Non danno testimonianza della gioia della risurrezione di Gesù Cristo”. Tanti cristiani con quella faccia, sì, faccia da veglia funebre, faccia di tristezza... Ma Cristo è risorto! Cristo ti ama! E tu non hai gioia? Pensiamo un po’ a questo e diciamo: “Io, ho gioia perché il Signore è vicino a me, perché il Signore mi ama, perché il Signore mi ha redento?”.

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IL NATALE È UN NUOVO INIZIO

Omelia nella Santa Messa della Notte di Natale
San Girolamo, 24 dicembre 2020

«Il Popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9, 1).
Qual è questa luce che ha avvolto i pastori (Lc 2,9)? Qual è la luce che ci sta permettendo di guardare con speranza al nostro tempo? Qual è l’origine di quello sguardo alla circostanza che stiamo vivendo, da cui, nella nostra Comunità di San Girolamo, siamo stati colpiti negli ultimi mesi? Ci siamo, infatti, sorpresi in un «un modo diverso di guardare», come alcuni di voi hanno sottolineato, in alcuni passi del nostro percorso, dall’Assemblea parrocchiale del 25 settembre all’ultima riunione del Consiglio pastorale, il 19 novembre, fino alla Veglia di Natale del 17 dicembre.
Lunedì scorso, il Papa, nel suo Discorso alla Curia Romana, ha osservato come «tante volte anche le nostre analisi ecclesiali sembrano racconti senza speranza», sottolineando che «una lettura della realtà senza speranza non si può chiamare realistica» (21 dicembre). Certamente questo è un tempo di crisi – sanitaria, economica, psicologica, educativa – ed è anche una «crisi ecclesiale». Noi, come ha affermato Francesco, «siamo spaventati dalla crisi non solo perché abbiamo dimenticato di valutarla come il Vangelo ci invita a farlo, ma perché abbiamo scordato che il Vangelo è il primo a metterci in crisi» (Ibid.). Se ci lasciamo, invece, mettere in crisi dal Vangelo, possiamo scoprire «che il tempo della crisi è un tempo dello Spirito», che anche nella nostra epoca «Dio continua a far crescere i semi del suo Regno in mezzo a noi» e che sta fiorendo «una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio» (Ibid.). Non si tratta di «una novità in contrapposizione al vecchio», ma di «una novità che germoglia dal vecchio e lo rende sempre fecondo», secondo la dinamica di un continuo «nuovo inizio» (Ibid.).
Introducendo la Veglia di Natale ho proposto un brano di Charles Peguy, grande scrittore cattolico francese amato anche dallo stesso Papa Francesco, il quale osserva: «Quando in un albero, […] una cima […] avvizzisce, la natura […] fa una presa più in basso, […] riprende più in profondità; […] un nuovo germoglio perfora la dura scorza, un germoglio venuto dall’intimo e dal profondo, dall’interno durevole dell’albero. […] La cima che si seccherà può essere ancora tutta frondosa, tutta maestosa di foglie come un pennacchio. […] A suo confronto quel povero piccolo germoglio […], che dal sotto perfora la dura scorza, sembra un nulla. Eppure è proprio […] da esso che verrà la salvezza, che deriverà la sopravvivenza, la rinascita» (Il germoglio, in Il fazzoletto di Véronique, Antologia della prosa (1900- 1914), a cura di P. Colognesi, Eupress FTL – Cantagalli, Lugano – Siena 2020, 313-314).
Il Natale è un «nuovo inizio». Se non è un continuo «nuovo inizio» non è cristianesimo.
Il bambino nella mangiatoia è, oggi come duemila anni fa, questo “nuovo inizio”, quel germoglio che nasce dal tronco di Iesse (cfr. Is 11,1), il quale «sembra un nulla» a confronto dei grandi potenti della storia e la cui nascita parrebbe espressione della sua irrilevanza: in un luogo periferico dell’Impero e fuori città, poiché «non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7). «Venne fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo sono stati generati» (Gv 1,11-13).
Da questo germoglio fiorisce una familiarità nuova, come quella che abbiamo sperimentato nella Veglia di Natale di giovedì scorso, un legame che non nasce da carne e sangue, da un nostro progetto o dal nostro volontarismo, ma dall’iniziativa di Dio che ci afferra insieme nell’accadere della Sua Presenza: «il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi» (Gv 1,14). Quando, in uno sguardo, durante una cena o un ritrovo, in un dialogo imprevisto o in un incontro inaspettato, si riconosce un accento vero di umanità, che corrisponde all’attesa del nostro cuore, ci si sorprende insieme come è accaduto ai discepoli di quel bambino diventato uomo, «invasi dallo stupore» (Lc 5, 9): qui nasce la Comunità (cfr. Lc 5,10-11). Essa non potrà mai essere frutto delle nostre pianificazioni o dei nostri progetti, poiché consiste unicamente nell’accadere di Cristo, per il dono di grazia dello Spirito Santo.
Troppo poco?
Ognuno può verificarlo nella propria esperienza, al cui giudizio si sottomette Cristo stesso: chi è leale col proprio cuore sa che la propria umanità rifiorisce solo da una novità che allarga il desiderio e la domanda di cui siamo fatti, ovvero da un incontro vivo che fa vivere. Quello che già sappiamo ci “mummifica” (cfr. Francesco, Incontro con i Vescovi del Mozambico, 05.09.19; Omelia nella Giornata Mondiale dei Poveri, 15.11.20), mentre solo qualcosa che accade – ora! – riempie il cuore di letizia, rende certi e indomabili in ogni circostanza, pieni dell’abbraccio di una Presenza in carne ed ossa e, perciò, colmi di speranza.
Non scambierei mai quello che accade tra noi – ed ho in mente diversi dei vostri volti – una realtà apparentemente fragile come Dio fattosi Bambino, con una organizzazione potente, creata dai nostri piani, nella quale isolarci come in una bolla, ovvero in una comfort zone popolata solo da gente che la pensa come noi. Essa, infatti, per quanto, apparentemente, potente ed efficiente, sarà sempre incapace di quell’autentica novità, attendendo la quale possiamo, invece, riconoscere come compagni di cammino tutti i nostri fratelli uomini, senza chiusure che sono estranee all’esperienza cristiana, poiché il cristianesimo non è mai contro nessuno.
Potremo così condividere la nostra speranza, l’unica vera arma che abbiamo, l’unica ricchezza che possiamo donare a tutti in questo Natale così drammatico.
Un dono che Peguy descrive come una piccola gemma: «La mia piccola speranza non è altro che [una] piccola promessa di gemma […]. E quando si vede l’albero, quando guardate la quercia, quella rude scorza della quercia tredici e quattordici volte centenaria […] la piccola gemma tenera non sembra proprio più nulla. […] Eppure è da lei che tutto viene invece. Senza una gemma che viene una volta l’albero non sarebbe. […] Senza quella gemma, che ha l’aria di non essere nulla, che non sembra nulla, tutto questo non sarebbe che del legno morto. E il legno morto sarà gettato nel fuoco. […] Ora io ve lo dico, dice Dio, […] senza quell’unico piccolo germogliare della speranza […] che il primo venuto può far saltare con l’unghia, tutta la mia creazione non sarebbe che del legno morto. E il legno morto sarà gettato nel fuoco. E tutta la mia creazione non sarebbe che un immenso cimitero» (Il mistero dei santi innocenti, Jaca Book, Milano 1984, 290-292).

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Download Omelia_nella_Santa_Messa_della_Notte_di_Natale__24.12.2020.pdf

“UN GERMOGLIO SPUNTERÀ DAL TRONCO DI IESSE, UN VIRGULTO GERMOGLIERÀ DALLE SUE RADICI” (Is 11,1).

Per scaricare il Libretto della Veglia di Natale di giovedì 17 dicembre clicca sul link seguente:

Download Libretto_Veglia_di_Natale_17.12.2020.pdf

LO STUPORE PER UN GERMOGLIO NUOVO

Lo stupore per un germoglio nuovo

La Festa parrocchiale è l’occasione per porsi una domanda di fondo: si ripropongono alcuni gesti comunitari, siamo all’inizio di un nuovo anno pastorale, ma cosa ci permette di ricominciare, di cosa abbiamo realmente bisogno in questa situazione tutt’ora drammatica?
Ogni giorno che passa ci rendiamo sempre più conto delle conseguenze dolorose della pandemia in corso, dalle difficoltà economiche all’emergere di varie forme di disagio a livello psicologico, dalla posizione di chi si ritrova bloccato dalla paura a quella di chi nega l’evidenza del problema, entrambe caratterizzate da una fuga dalla realtà, percepita, coscientemente o meno, come ostile, con un sospetto di fondo sulla bontà della vita stessa.
Da dove si ricomincia dunque? In una serata di dialogo nella quale ci ritroviamo con un gruppo di parrocchiani, l’ascolto del brano di una video intervista a Luca Fortunato, della Capanna di Betlemme di Chieti, ha introdotto la riflessione mettendo in evidenza l’esigenza di uno sguardo che ti abbracci, come quello che ha raggiunto Zaccheo (Lc 19,1-10), lo sguardo di qualcuno che si accorga di te, che tenga alla tua persona. Maria Luisa racconta di come, nel contesto della vita di un’associazione a cui si dedica, il rapporto con alcune persone in difficoltà economiche a causa delle conseguenze della pandemia le ha fatto comprendere la necessità di essere cercati e guardati e l’ha rilanciata nella vita quotidiana. Questa esperienza richiama una dimensione decisiva per il compito a cui siamo chiamati in un tempo che richiede sempre di più una “pastorale corpo a corpo”, come la chiama il Papa, che si giochi nell’incontro personale. Antonio mette in evidenza come “occorre essere vigili” per accorgersi dell’altro e sorprendersi in quella “invidia” che gli fa desiderare un’esperienza che sempre lo ha colpito, ma da cui spesso è fuggito. Tuttavia la vita non lo ha lasciato in pace, fino a questi ultimi anni in cui si è reso conto che seguire Cristo non può essere “automatico” ed è accaduto un incontro che ha provocato una “rivoluzione mentale”. Emerge sempre di più che “la vita che faccio non mi basta, non è quello che cerco”, e questo incrementa il desiderio di un reale percorso di fede. È proprio vero che il cristianesimo si comunica solo “per invidia”, ovvero, come ci ripete costantemente Papa Francesco, citando Benedetto XVI, “la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione” (Evangelii gaudium 14). Gabriella, responsabile della Caritas parrocchiale ed impegnata in tante attività a favore dei più bisognosi, riconosce anche lei che “il proprio fare da solo non basta”, lascia un “vuoto” dentro, occorre “qualcosa di più”; cercando questo “di più” anche lo stesso “fare” lo si vive con un altro respiro. Francesco reagisce circa il fatto che “il fare” non basta. Mi rendo conto che l’esperienza che è stata raccontata è dirompente, ribalta gli schemi e costringe a chiedersi cosa incide realmente nella vita e quale sia la novità del cristianesimo. D’altra parte il racconto dello stesso Francesco mette in evidenza che non c’è partecipazione, anche alla liturgia, che ci garantisca nel rapporto con Cristo. Nel suo intervento rileva una “fatica della Chiesa tutta”, innanzitutto nella vita parrocchiale e diocesana, a cominciare dalla carenza di vocazioni, fino a rilevare una distanza dai giovani. Il fatto che i propri figli non seguano il percorso dei genitori è sempre una grande provocazione, ma che va colta fino in fondo. Siamo sicuri che non stiano rifiutando una riduzione del cristianesimo, che non convince neppure gli adulti che li vorrebbero all’ombra del campanile? “Ma tu – mi rivolgo a uno dei genitori presenti – riconosci qualcosa che ti attrae in questo momento nell’esperienza cristiana?”. “No”. “E allora, rispondo a mia volta – perché i tuoi figli dovrebbero seguire qualcosa che non è attraente per te?”. Occorre invece prendere sul serio le questioni di fondo, per cui i nostri giovani tante volte si allontanano da una vita ecclesiale percepita come estranea alla vita reale. È decisivo accogliere la sfida delle domande che suscita la realtà quando si impone e ci impedisce di restare tranquilli nella nostra comfort zone, per verificare se veramente Cristo “tiene” di fronte alla morte, al dolore, all’urgenza di scoprire un significato per l’esistenza, esasperatamente richiamata anche dai recenti suicidi di giovanissimi nella nostra Provincia. Questa domanda drammatica provoca a rimettersi in discussione rispetto a quello che crediamo già di sapere e che invece possiamo riscoprire nella disponibilità a lasciarci cambiare da quello che accade, ad accettare di vedere quello che tante volte scegliamo di non vedere per non mettere in discussione il nostro “già saputo”. Durante l’estate è accaduto, in una serata con le amiche del coro diretto da Elena, qualcosa che non era mai successo in precedenza, almeno con questa intensità. Grazie a una di loro che partecipa solo nei momenti di vacanza essendosi trasferita in un’altra città, la quale si è giocata con grande libertà condividendo una vicenda per lei drammatica, il dialogo si è approfondito, potendo guardare con stima la propria umanità e riconoscendo il dono più prezioso proprio in quello che avrebbe scartato: l’inquietudine che ha sempre segnato la sua vita. Il parlarsi ha così acquistato una densità per cui, pur non frequentandoci abitualmente, è accaduta una familiarità che ha permesso a un’altra persona presente di aprirsi e mettersi ugualmente in gioco. La domanda sul senso del vivere, che tante volte può allontanare le persone umanamente più vive da una falsificazione dell’esperienza cristiana, è decisiva per riscoprire la novità reale che Cristo introduce nella vita. Non mancano persone “fuori dal giro” di coloro che partecipano assiduamente ad alcuni aspetti della vita parrocchiale, le quali si stanno interessando, in modi diversi, alla proposta cristiana. Ce ne siamo resi conto in due occasioni in cui ci siamo ritrovati, prima dell’inizio della pandemia, con alcune coppie per un dialogo sull’amore umano a partire dall’esperienza di Sandra Sabattini, o per il fatto che c’è, tra i genitori dei bambini del catechismo, chi si è riavvicinato alla vita ecclesiale dopo un allontanamento durato molti anni e partecipa ai momenti comunitari con un’intensità che non si riconosce in diversi “del giro stretto” di coloro che gestiscono alcune attività parrocchiali. Alcune di queste erano presenti al pranzo della festa. D’altra parte, proprio riguardo al tema dei giovani, è singolare notare che le persone con cui ho mantenuto un ritrovo periodico costante, che non si è interrotto con il lockdown ed è continuato nel periodo estivo, con dialoghi profondi, che raramente sono possibili negli incontri con gli adulti, sono state proprio alcune studentesse universitarie della nostra parrocchia. Forse ci sta sfuggendo qualcosa? Spesso, perdendo tempo a discutere del “tronco vecchio”, non vediamo ciò che accade sotto i nostri occhi e non riconosciamo il “germoglio nuovo” che fiorisce, il quale, per quanto piccolo, è più vivo del tronco già morto. In questa direzione, durante l’assemblea è stato proiettato anche un brano della video intervista a Mikel Arzumendi, sociologo e antropologo basco, non credente e tra i fondatori del gruppo terroristico ETA, da cui poi si è dissociato, il quale racconta come, imprevedibilmente, ha incontrato l’esperienza cristiana colpito da una umanità vera, che lo ha attratto facendogli “vedere quello che prima non vedevo”. Persone interessate a lui, “sorprese perché lui si sorprendeva”, fino a riconoscere di non aver “mai visto qualcosa di simile” (i link video integrali delle testimonianze di Luca Fortunato e Mikel Azurmendi si possono trovare sul sito della parrocchia: www.sangirolamo.org). Gli “ultimi arrivati” sono decisivi perché grazie al loro stupore possiamo tornare ad accorgerci di ciò che non vedevamo più. L’assemblea si conclude con il racconto di un fatto accaduto ad Erika, la quale trascorrendo alcuni giorni in ospedale per un intervento chirurgico si è trovata in stanza con una donna molto diversa da lei, per storia e sensibilità. Eppure con stupore si è accorta che la compagna si è attaccata a lei raccontandole tutta la sua vita. Questa donna ha visto in lei qualcosa di vero, forse neppure sapendo dare un nome a questa umanità da cui si sentiva abbracciata al punto da confidarsi, e, soprattutto, per Erika può essere l’occasione per stupirsi di quello che attraverso di lei si comunica, per come ha suscitato un’attrattiva nella compagna di stanza. Gesù lo si conosce solo lasciandoci cambiare dal suo accadere tra noi, in una disponibilità che ci permetta di riconoscere il germoglio nuovo che Lui sta facendo crescere sotto i nostri occhi. Tutta l’efficacia della nostra azione pastorale si decide nell’assecondare o meno ciò che Cristo sta operando tra noi.

Per scaricare la pagina del Ponte del 04.10.20 in formato pdf clicca sul link seguente:

Download Il_Ponte_del_04.10.20_p._12.pdf

CONSIGLI PER LA LETTURA - 7

Un testo di Stefano Vitali sull'esperienza del miracolo per l'intercessione di Sandra Sabattini:

Vivo per miracolo, Edizioni Sempre: è la testimonianza sul miracolo accaduto per intercessione di Sandra e, soprattutto, di un cambiamento avvenuto non per miracolo ma per il "Sì" a Cristo nella Comunità.

Il volume sarà presentato Domenica 26 luglio all'Alba: ore 5.30 presso il Bagno 62 (gradita la prenotazione on line tramite FB)

CONSIGLI PER LA LETTURA - 6

Un testo di Julián Carrón sul tempo vertiginoso che stiamo vivendo e che, paradossalmente, ci porta a riscoprire l'essenza dell'umano. Una riflessione profonda che si rivolge al cuore di tutti gli uomini:

Il risveglio dell'umano. Riflessioni da un tempo vertiginoso, Rizzoli.

CONSIGLI PER LA LETTURA - 5

La biografia romanzata del venerabile François-Xavier Nguyên Van Thuán, vescovo vietnamita in carcere per 13 anni e poi creato cardinale da San Giovanni Paolo II, che ci testimonia un'esperienza di libertà e di fecondità possibile anche nei luoghi più disumani che si possano immaginare, la quale si comunica per il "contagio" di un'attrattiva che tocca anche il cuore dei suoi carcerieri:

Teresa Gutiérrez de Cabiedes, Van Thuan. Libero tra le sbarre, Città Nuova.

CONSIGLI PER LA LETTURA - 4

Dello stesso poeta e scrittore:

Tutto chiede salvezza (neo-vincitore del Premio Strega Giovani)

CONSIGLI PER LA LETTURA - 3

Due romanzi del poeta e scrittore Daniele Mencarelli editi da Mondadori che ci introducono nel mistero dell'uomo con una tenerezza che non scarta nulla del dramma di ciascuno di noi, scoprendo in questa nostra stessa umanità ferita il presentimento di una risposta:

La Casa degli sguardi

CONSIGLI PER LA LETTURA - 2

Vivo per miracolo, Edizioni Sempre: la testimonianza di Stefano Vitali sul miracolo accaduto per intercessione di Sandra e, soprattutto, di un cambiamento avvenuto non per miracolo ma per il "Sì" a Cristo nella Comunità.

Il volume sarà presentato Domenica 26 luglio all'Alba: ore 5.30 presso il Bagno 62 (gradita la prenotazione on line tramite FB)

CONSIGLI PER LA LETTURA - 1

In attesa della Beatificazione di Sandra (rimandata a data da destinarsi a causa della pandemia) continuiamo a lasciarci provocare e accompagnare da lei proponendoci due letture brevi e significative:

Io scelgo Te e basta, Edizioni Il Ponte: il libro su Sandra del nostro Vescovo Francesco (le copie sono disponibili anche in parrocchia)