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PARROCCHIA S. GIROLAMO

LITURGIA ECUMENICA NELLA CHIESA VALDESE

Leggi la Meditazione proposta da don Roberto nella Liturgia ecumenica celebrata nella chiesa valdese di viale Trento 61, a cui hanno partecipato un gruppo di fedeli della Parrocchia San Girolamo.

LA GIUSTIZIA SOVRABBONDANTE
Meditazione di don Roberto Battaglia nella Liturgia Ecumenica
celebrata presso la chiesa Valdese Domenica 22 gennaio 2023

Mt 5,20-25: 20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. 23Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.

Il nostro brano (Mt 5,20-25) va collocato nel contesto di tutto il Discorso della montagna (Mt 4,23-7,28) ed in particolare della parte riportata in 5,17-48, di cui l’affermazione del v. 20 è decisiva.
Si tratta di un tema peculiare di Matteo, quello della giustizia maggiore, o giustizia superiore, meglio ancora giustizia sovrabbondante. Il culmine di questa parte del Discorso della montagna sarà il v. 48: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”. Le parole di Gesù in Mt 5,20 legano la sua affermazione sul compimento di 5,17 (“Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”) con le antitesi che seguono (“Fu detto… ma Io vi dico”) che esprimono il contenuto del compimento stesso.
Da dove ha origine questa sovrabbondanza di vita che è la giustizia maggiore proposta da Gesù come dimensione determinante dell’esperienza del regno dei cieli, dunque del rapporto con la profondità del reale? Ripercorriamo alcuni dei passaggi in cui ricorre il tema della giustizia in Matteo.
1,19 - Giuseppe uomo giusto è il primo che si apre alla nuova giustizia. Era un uomo giusto ma la sua giustizia non era adeguata a comprendere quello che stava accadendo in Maria. Accogliendo Gesù ancora nel grembo della madre si apre ad una giustizia maggiore, che non annulla ma supera compiendola e portandola al suo pieno significato, l’antica giustizia.
3,15 - Gesù risponde a Giovanni che non voleva battezzarlo: “è conveniente che si compia ogni giustizia”.
5,6 - “Beati gli affamati e gli assetati di giustizia, perché saranno saziati” (la giustizia è la volontà di Dio, il Suo disegno di salvezza”). Torneremo su questa fame e su questa sete.
5,10 - “Beati i perseguitati a causa della giustizia”: si tratta dei perseguitati “a causa di Cristo” (5,11).
6,1 - “Badate di non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli”.
Non si tratta di una polemica con l’ipocrisia di scribi e farisei. Qui siamo nella prospettiva del compimento (cfr. le citazioni di compimento in Mt e il loro significato) non dell’annullamento. Scribi e farisei sono considerati modello di una osservanza della legge scrupolosa e zelante: come si può dunque superare questa giustizia?
Si tratta ancor meno di percorrere una direzione in cui il superamento lo si intende come un ulteriore sforzo etico, perché la giustizia maggiore indicata da Gesù come la condizione per “entrare nel regno dei cieli”, è totalmente altro: essa si compie in un superamento che la realizza nel suo pieno significato proprio in quanto costituisce una novità radicale irriducibile alla precedente.
La sovrabbondanza di vita che è la giustizia maggiore, superiore a quella degli scribi e dei farisei, è invece generata dall’irruzione di Dio nella nostra vita.
La nuova giustizia fiorisce, infatti, dall’accoglienza della novità costituita dall’ingresso di Dio fatto uomo nella storia, che genera un cambiamento radicale, corrispondente al cuore (inteso in senso biblico come la sede della ragione e delle esigenze fondamentali dell’uomo) più di ogni altro tentativo riconducibile ad una giustizia secondo una nostra misura ristretta. Occorre la misura sovrabbondante di Dio (circa la sovrabbondanza secondo una nuova misura cfr. Lc 6,38).
Non dimentichiamo Mt 5,6: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia”. Chi può saziare questa fame?
È indispensabile identificare con chiarezza l’ampiezza di questa fame e di questa sete per non accontentarci della giustizia che possiamo compiere davanti agli uomini, la quale è priva della novità che il cuore umano attende, in quanto in essa replichiamo soltanto noi stessi. Ricordiamo Gv 4,1-42, la sete della Samaritana: “Gesù aveva sete di dissetare la sete di lei” dice Gregorio Nazianzeno, e solo la persona stessa di Cristo può soddisfare questa sete infinita.
Ecco il valore delle antitesi che seguono. Come sappiamo l’espressione “Fu detto” è un passivo teologico che indica l’azione di Dio, per cui il ripetersi delle antitesi con l’affermazione “Ma io vi dico” implica la pretesa di un’autorità divina da parte di Gesù e al tempo stesso la natura della giustizia superiore: non soltanto “qualcosa da fare”, ma una presenza da accogliere.
La giustizia maggiore è una Persona.
È il rapporto con la persona di Gesù a rispondere alla fame e alla sete di giustizia della nostra umanità. Solo l’incontro con Lui genera una sovrabbondanza di vita altrimenti inimmaginabile (cfr. Mc 2,12: “Non abbiamo mai visto nulla di simile”).
Non si tratta di osservare dei precetti ma di lasciare entrare nella nostra esistenza questa persona che cambia la nostra vita.
Le antitesi (vedi, ad esempio, quelle sull’omicidio e sull’adulterio) descrivono un altro modo di vivere, ovvero quella novità radicale che è una sovrabbondanza di vita, uno sguardo su di me e sull’altro che solo Cristo può portare. La moralità è lo stupore denso di attrattiva per questa sovrabbondanza di vita generata dall’accettare questo sguardo su di sé.
La giustizia maggiore è il legarsi sempre di più all’origine di questa sovrabbondanza di vita, a Colui che la genera, fino ad immedesimarsi con il suo sguardo alla donna o all’uomo che si ama, al fratello o alla sorella che abbiamo accanto, perfino al nemico.
Non è un’etica ma un’ontologia: non si tratta di “fare delle cose”, ma di entrare nel rapporto col Padre che è nei cieli, cioè nella profondità del reale, nel dialogo con il Mistero da cui siamo strappati dal nulla ora e da cui fiorisce tutta la realtà che abbiamo davanti ai nostri occhi e di cui facciamo parte. Si tratta di entrare nell’intimità col Padre che è nei cieli in un rapporto che non esclude nulla di noi e della realtà, ma ci trascina alla radice di tutto, generando in questo modo quella sovrabbondanza che è la giustizia maggiore. Da qui nascono, in modo assolutamente originale, opere nuove, un “fare” nuovo, la cui origine non possiamo mai dare per scontata, tornando a una nostra giustizia, che non ci salva dal nostro male e non risponde alla nostra sete e alla nostra fame.
Il culmine di questa esperienza è descritto in Mt 5,48: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”. Anche qui non si tratta di una perfezione che dovremmo raggiungere col nostro sforzo morale, a prescindere da Dio ovvero riducendo la nostra esperienza a un “cristianesimo senza Cristo”. Essere perfetti come il Padre, che “fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45), significa accogliere la natura di Dio come misericordia (cfr. Lc 6,36: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”), dunque condotti allo scopo ultimo, al vero significato della giustizia, al compimento della nostra umanità che si realizza nel lasciarci perdonare.
Quando l’autore stesso del Vangelo del compimento e della giustizia maggiore ha sperimentato tutto questo? Nel suo incontro personale con Cristo, lasciandosi abbracciare dalla misericordia con cui è stato guardato (cfr. Mt 9, 9-13).
La giustizia maggiore (sovrabbondante) è quella persona, quello sguardo di misericordia con cui siamo guardati ora e che dice anche a noi adesso: “seguimi” (Mt 9, 9).

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TORNARE ALL’ESSENZIALE PER INCONTRARE L’INQUIETUDINE DEL CUORE UMANO

TORNARE ALL’ESSENZIALE PER INCONTRARE L’INQUIETUDINE DEL CUORE UMANO.
La testimonianza di Joseph Ratzinger e il cammino della Chiesa nel nostro tempo.

Nel 1993 un teologo cattolico, nel contesto di un vivace confronto col collega valdese Paolo Ricca, considerando la possibilità di una diversa modalità nell’esercizio dell’autorità del papa, parlò della necessità di una «essenzializzazione» circa la testimonianza del Dio vivente da parte dei cristiani.
Si trattava di Joseph Ratzinger, il quale, divenuto nel frattempo il 265° papa della chiesa cattolica, circa vent’anni dopo, l’11 febbraio del 2013, compì il più grande gesto riformatore del ministero petrino nell’epoca moderna con la sua storica rinuncia. Sono ormai trascorsi altri dieci anni e la sua morte ci trascina ancora potentemente all’essenziale, a partire dalle ultime parole pronunciate: «Signore, ti amo!».
In una sua nota conferenza sull’ecclesiologia del Vaticano II durante il Giubileo del 2000, l’allora prefetto per la congregazione per la dottrina della fede aveva riproposto la questione già espressa in altri suoi interventi: «Una Chiesa che esiste solo per se stessa è superflua. E la gente lo nota subito. La crisi della Chiesa […] è “crisi di Dio”; essa risulta dall’abbandono dell’essenziale. Ciò che resta, è ormai solo una lotta per il potere».
Ratzinger ci ha testimoniato con tutta la sua vita e la sua opera che non c’è riforma se non a partire dall’essenziale. Proprio qui a Rimini offrì un prezioso contributo sul tema concludendo il Meeting del 1990 con una lectio magistralis sulla riforma ecclesiale, la cui attualità è stata posta in evidenza da papa Francesco che ne ha ripreso i contenuti nel Messaggio alle Pontificie Opere Missionarie del 21 maggio 2020.
Superando ogni tentazione clericale, riconoscibile tanto nelle posizioni tradizionaliste quanto negli schieramenti progressisti, Ratzinger osservò che «quanti più apparati noi costruiamo, siano anche i più moderni, tanto meno c’è spazio per lo Spirito, tanto meno c’è spazio per il Signore, e tanto meno c’è libertà», auspicando per la Chiesa l’inizio, «a tutti i livelli, di un esame di coscienza senza riserve». Non è, infatti, «di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana». Questo «non si realizza per il fatto che noi introduciamo in essa il principio della maggioranza», ma nel momento in cui la Chiesa stessa si riconosce «nel suo puro carattere di servizio», ritraendosi «davanti a ciò che più conta e che è l’essenziale».
La riforma, costitutiva della natura stessa della Chiesa in quanto organismo vivente, fu dunque descritta da Ratzinger come un continuo ritorno all’essenziale, nel recupero di quella dimensione la quale «non è costituita da ciò che noi stessi facciamo, ma da quello che a noi tutti è donato», secondo l’immagine attinta da Michelangelo, il quale «concepiva l’autentica azione artistica come un riportare alla luce, un rimettere in libertà; non come un fare».
La riforma autentica consiste perciò in una ablatio, ovvero nel lasciare spazio all’opera dell’unico vero Scultore che è Dio stesso, togliendo ciò che appesantisce e ripartendo dall’essenziale. In un intervento precedente, anch’esso citato da papa Francesco nella medesima occasione, il teologo bavarese aveva precisato che la Chiesa non può disporre della stessa istituzione ecclesiale con le proprie decisioni poiché essa è costituita «dall’irrompere di qualcos’altro», per cui «non possiamo mai crearcela da noi stessi». Per questo, sottolineava Ratzinger, «la Chiesa deve continuamente verificare la sua propria compagine istituzionale, perché non si appesantisca eccessivamente, non s’irrigidisca in un’armatura che soffochi quella vita spirituale che le è propria e peculiare».
I protagonisti di questa riforma non sono dunque gli attivisti «auto occupati» in strutture clericali, ma dei peccatori perdonati. Lo «Scultore» compie infatti questa ablatio attraverso il perdono che è «il nucleo di ogni vera riforma», la quale si realizza attraverso uomini e donne abbracciati dallo sguardo misericordioso di Cristo in un incontro imprevisto e imprevedibile, come è accaduto a Zaccheo o alla Samaritana.
Uomini e donne in continua ricerca, i quali proprio in quanto credenti sono ancora più inquieti poiché la «conoscenza della fede non soffoca il pensiero, ma lo pone in una inquietudine che è feconda».
La riflessione di Ratzinger sulla ragionevolezza dell’atto di fede ha posto infatti in evidenza che, mentre nel procedimento scientifico il pensiero giunge al termine del suo percorso con l’assenso, nella fede esso rimane in movimento, non si ferma a ciò che è evidente, poiché il cuore – inteso in senso biblico, come la sede del desiderio e della ragione umana – toccato da Dio, va oltre e, quanto più conosce tanto più desidera conoscere. La sperimentata corrispondenza tra il proprio desiderio e l’incontro con Cristo allarga il desiderio stesso, che continua a cercare ciò che ha trovato. Per questo San Tommaso poteva affermare che nel credente «il moto del pensiero rimane inquieto».
Joseph Ratzinger ci ha così insegnato che senza vivere l’inquietudine di una fede verificata dalla ragione nell’esperienza quotidiana non saremo in grado di intercettare la domanda dell’umanità contemporanea.
Nel cammino sinodale della Chiesa di oggi ci riscopriamo più che mai bisognosi del suo richiamo all’essenziale per un’autentica riforma ecclesiale, che non si riduca a dibattiti su strutture clericali ma generi invece luoghi in cui tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, credenti e non credenti, possano riconoscere una dimora per la voragine della propria inquietudine, la quale è una «partecipazione all’inquietudine di Dio per noi. Poiché Dio è inquieto nei nostri confronti».

don Roberto Battaglia
BuongiornoRimini del 10.01.2023

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DIO FATTO CARNE INNAMORATO DELLA NOSTRA VORAGINE

Omelia nella Santa Messa della Notte di Natale, San Girolamo 24 dicembre 2022

«Il Verbo si è fatto carne» (Gv 1,14). Dio ama questa nostra umanità della quale noi spesso siamo scandalizzati e preferisce questa carne di cui noi scarteremmo le ferite. Si tratta di un giudizio di stima radicale su ciò che siamo. Ma perché Dio ama la nostra carne? Perché è innamorato della voragine di bisogno e di desiderio di cui siamo costituiti. Nell’impatto con la realtà la bellezza e il dolore feriscono il nostro cuore, rivelando l’ampiezza infinita di questa stessa ferita e permettendo così la scoperta di quella che il Papa ha chiamato «l’inquietudine della propria voragine» .
Il bambino è posto in una mangiatoia (cfr. Lc 2,7). Dio fattosi carne viene a ridestare la nostra fame e la nostra sete, cercando il desiderio che ci fa uomini. Senza la coscienza di questa fame e di questa sete, ovvero di questa esigenza infinita che ci costituisce, ci accontentiamo di un cibo che non sazia poiché non risponde al nostro bisogno. Per questo, osserva Sant’Agostino, Gesù è posto in una mangiatoia, «come il vero nutrimento di cui l’uomo ha bisogno per il suo essere persona umana» .
Pier Paolo Pasolini descriveva così la propria voragine: «Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto / in ogni mio intuire» . Se siamo leali e semplici di cuore, tutti possiamo sorprendere in noi questa «mancanza», nell’esperienza della morte di una persona cara, prendendo coscienza della nostra contingenza per cui non possiamo aggiungere un minuto solo alla nostra vita e a quella di chi amiamo, sperimentando il male che possiamo compiere o ricevere e cercando un bene che è sempre oltre ogni nostro possibile tentativo. Si tratta di un «vuoto» che nessuno dei nostri tentativi può colmare, una «voragine», amata da Gesù, poiché Egli ha sete della nostra sete .
Questo desiderio emerge prepotentemente anche negli uomini e nelle donne del nostro tempo, ma c’è qualcuno che ha paura di prendere fino in fondo sul serio «l’inquietudine della propria voragine»? Ci sono luoghi in cui questa «mancanza» può essere messa a tema?
In uno dei nostri dialoghi durante i ritrovi della Comunità parrocchiale nel tempo di Avvento sono stato profondamente colpito da una di noi che, di fronte alla testimonianza del babbo di una ragazza del Centro21 morta assieme ad altre amiche e amici nel terribile incidente del 7 ottobre scorso, è stata letteralmente folgorata da quel volto lieto, in cui ha riconosciuto una speranza capace di trasformare anche il dolore più grande, intuendo una nuova concezione della vita e di Dio stesso.
Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, in occasione del funerale del figlio diciottenne di due suoi colleghi, anch’egli colpito dalla possibilità di una speranza intuita nelle parole del sacerdote, che aveva riproposto l’annuncio della Resurrezione, si chiede: «Il nostro tempo, così inquieto, dovrebbe essere il più adatto alla promessa di vita eterna, perché la Chiesa non fa breccia?» (CorriereSette, 11.11.22). Da non credente, è come se avesse voluto dirci: «parlateci di questa speranza, di questo sguardo sulla vita e non di altro».
Ieri sera abbiamo ascoltato la lettura e il commento dell’Inno alla Vergine di Dante, il quale si rivolge a Maria riconoscendola come sorgente di speranza: «qui se’ a noi meridiana face / di caritate e giuso intra i mortali, / se’ di speranza fontana vivace» . Don Luigi Giussani commentando questi versi affermò: «la speranza è l’unica stazione in cui il grande treno dell’eterno si ferma un istante» .
Il bambino che cresce nel grembo di Maria, viene partorito e prende il latte dal suo seno, è precisamente l’incontro tra il tempo e l’eternità.
Il legame con la carne di quell’uomo presente è ciò che permette a questo istante, alla nostra amicizia, all’abbraccio per l’uomo o la donna che si ama, al rapporto coi figli o con gli amici, di non sprofondare nel nulla.
Dio ha scelto questo metodo tra i tanti possibili, che si affida ad un incontro – come ci ricordava Antonio durante il concerto – il quale illumina tutta la realtà, generando uno sguardo nuovo su sé stessi e su ogni circostanza della vita: si tratta della luce di cui parlano le letture di questa notte (cfr. Is 9,1 e Lc 2,9). L’umanità del nostro tempo – a partire dalla nostra – ci chiede questo e la voragine del nostro bisogno non ci fa accontentare di nessuna riduzione del cristianesimo, in quanto inutile per vivere.
Ci rivolgiamo a Maria ancora una volta con i versi di Dante che abbiamo riascoltato ieri sera, riproposti da Marinella in una serata in memoria della nostra amica Monica, che è diventata il gesto in preparazione al Natale per tutta la nostra Comunità: «Nel ventre tuo si raccese l’amore / per lo cui caldo ne l’eterna pace / così è germinato questo fiore» .
Non abbiamo altro da dire a noi stessi e al mondo se non il «calore» di questo abbraccio, che siamo chiamati a comunicare a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, i quali, come noi, attendono una speranza per vivere.
Nessuno di noi, in qualsiasi situazione si trovi, qualunque male abbia provocato o subito, qualunque sofferenza lo affligga, è escluso da questo «calore» da cui siamo strappati dal nulla nell’istante presente e per l’eternità, creati e ricreati da quella Misericordia infinita che è l’unico vero giudizio sulla nostra vita.

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NATALE 2022 - ORARI SS. MESSE E CONFESSIONI

Giovedì 22 e Venerdì 23 dicembre
Don Roberto e padre Daniel saranno disponibili per
le confessioni dalle 16 alle 19 nella Cripta feriale

Sabato 24 dicembre, VIGILIA DI NATALE
Don Roberto e padre Daniel saranno disponibili per
le confessioni dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 19

Ore 17.30 Santa Messa festiva della Vigilia di Natale

Ore 22 SANTA MESSA DELLA NOTTE DI NATALE

Domenica e lunedì 25-26 dicembre
NATALE DEL SIGNORE E
FESTA DI SANTO STEFANO
SS. Messe ore 9 - 11 -17.30

SE' DI SPERANZA FONTANA VIVACE - VENERDI' 23 DICEMBRE ORE 21

SE' DI SPERANZA FONTANA VIVACE
Serata in preparazione al Natale con lettura e commento dell’Inno alla Vergine di Dante (Paradiso, Canto XXXIII) a cura di Marinella De Luca
Musiche e canti a cura di Elena
Magnani e Antonio Patané
In memoria di Monica Mariani Bonori

Venerdì 23 dicembre ore 21 nella nostra chiesa parrocchiale

CONCERTO DI NATALE DEL CORO DI SAN GIROLAMO - MARTEDI' 20 DICEMBRE ORE 21

Concerto di Natale del Coro di San Girolamo, con la partecipazione del Coro di San Raffaele - Martedì 20 dicembre ore 21 nella nostra chiesa parrocchiale:

I PRIMI RITROVI DELL’ANNO COI RAGAZZI DELLE MEDIE

“Ma se tutti insieme non possiamo creare neanche un sassolino, perché solo Dio lo può fare, cosa significa che ognuno di noi vale più dell’intero universo, come ci siamo detti in campeggio?”

Con la domanda inaspettata di una ragazza nel corso di un interessante dialogo durante la pizza con alcuni giovanissimi di 2a-3a media e 1a superiore, dopo aver ascoltato il video della testimonianza di una giovane più grande, ricominciano i ritrovi dei ragazzi delle medie tra tornei di biliardino e film in teatro.

INCONTRARE E APPASSIONARE CON LA GIOIA DEL VANGELO - INTERVISTA AL CARD. ZUPPI PRESIDENTE DELLA CEI

Scarica l'intervista al card. Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

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60` Anniversario dell’ Apertura del Concilio Vaticano II “RISCOPRIAMO IL CONCILIO PER RIDARE IL PRIMATO A DIO, ALL’ESSENZIALE”

Leggi l'articolo di don Roberto su newsrimini:
Il 60° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e l’attuale percorso sinodale.

Esattamente 60 anni fa, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII dava inizio al Concilio Vaticano II, esprimendo l’esigenza di un aggiornamento della Chiesa in ordine al «modo» in cui riproporre
l’annuncio cristiano: «la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando» (Discorso di apertura).

Il nesso tra questa esigenza di rinnovamento e la misericordia fu richiamato dall’allora card. Ratzinger nel suo intervento al Meeting di Rimini del 1990, quando disse che l’esperienza del
perdono è «il nucleo di ogni vera riforma», evidenziando come nei vangeli essa sia presentata all’origine della Chiesa, parte dell’autorità conferita a Pietro (Mt 16,19) e fattore costitutivo della nuova comunità nell’Ultima Cena, possibile in virtù del fatto che Gesù versa il suo sangue «per il perdono dei peccati» (Mt 26,28), fino alla facoltà di perdonare conferita a tutti gli Apostoli (Gv 20, 19-23).
Nel “Sì” di Pietro (Gv 21, 15-19), poggiato su Cristo che lo riabbraccia dopo il rinnegamento, riconosciamo che solo chi si lascia generare dal perdono può comunicare questa stessa esperienza in ogni incontro umano, usando «la medicina della misericordia». La «riforma del perdono» di cui parlò Ratzinger fu riproposta dall’attuale pontefice indicendo il Giubileo della misericordia nel 50° anniversario della conclusione dello stesso Vaticano II e guardando al Concilio come un evento in cui la Chiesa stessa si è scoperta costituita da uno sguardo di misericordia (cfr. Misericordiae vultus, 4).

Papa Bergoglio poneva in questo modo la Chiesa innanzitutto di fronte a Dio prima che di fronte al mondo, in quanto bisognosa anch’essa di misericordia come l’intera umanità. Proprio nel superamento di ogni “ecclesiocentrismo” autoreferenziale si realizza un autentico rinnovamento, come aveva detto in precedenza a Firenze: «la riforma della Chiesa – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito» (10.11.15). Francesco ha poi ribadito che solo in questa direzione si vive un’autentica sinodalità, «la quale presuppone e richiede l’irruzione dello Spirito Santo», vincendo la tentazione del «nuovo pelagianesimo» che produce solamente «riforme puramente strutturali, organiche o burocratiche» (Lettera al Popolo di Dio che è in cammino in Germania, 29.06.19).

Nella medesima direzione Benedetto XVI, in vari interventi nell’ottobre di dieci anni fa, sempre ricordando l’inizio del Vaticano II, definì il Concilio come «evento dello Spirito», precisando che «la Chiesa non comincia con il “fare” nostro ma con il “fare” e il “parlare” di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa; e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché solo Dio stesso può creare la sua Chiesa» (10.10.12). La Chiesa è un evento generato «dall’irruzione dello Spirito Santo», e, come lo stesso Concilio è stato un «evento dello Spirito», anche il percorso sinodale che stiamo vivendo porterà frutto nell’apertura alla modalità imprevista e imprevedibile in cui accade l’incontro con Gesù. La riforma cui siamo chiamati non è dunque affidata ad attivisti dell’organizzazione ecclesiastica o a strateghi delle «pianificazioni perfette», ma a uomini e donne commossi per l’incontro con «la presenza carnale e fisica di Cristo», che introduce «una nuova luce dentro gli spazi d’ombra abitati fino a quel momento», come ha detto un’amica in un’assemblea della mia comunità parrocchiale. Non una comunità di puri, ma di peccatori perdonati, i quali, come mendicanti tra altri mendicanti, condividono le domande e le ferite di tutti, senza avere altra risorsa se non l’attrattiva che ho riconosciuto in questi giorni nei volti certi e lieti di amici che vivono situazioni di grande dolore con una speranza altrimenti impensabile. Uomini e donne che vivono questa intensità generano luoghi e rapporti in cui l’umanità di chi cerca un senso per vivere può trovare una dimora nella quale essere abbracciata interamente. Solo così l’annuncio cristiano risulta credibile in un tempo in cui la cristianità non esiste più.

Per questo il percorso sinodale può aiutarci a comprendere che il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo è un’occasione per riscoprire l’autentica natura del cristianesimo. Don Luigi Giussani, di cui sabato prossimo sarà celebrato il centenario della nascita nell’Udienza con Papa Francesco alla quale parteciperanno tantissimi riminesi, lo espresse intervenendo al Sinodo sui laici: «L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua” (cfr. Lc 19,5)» (09.10.87). Innanzitutto noi, sacerdoti e laici, come tutti coloro che incontriamo, abbiamo bisogno di questo sguardo alla nostra umanità ferita e bisognosa, espresso nella parabola del Samaritano (Lc 10, 25-37) che Paolo VI, a conclusione del Vaticano II, indicò come «il paradigma della spiritualità del Concilio» (07.12.65). Lo mendichiamo, in giorni drammatici che ricordano “la crisi dei missili di Cuba” dell’ottobre di sessant’anni fa, implorando la pace con tutti i nostri fratelli e sorelle, uomini e donne del nostro tempo.

don Roberto Battaglia

60` Anniversario dell’ Apertura del Concilio Vaticano II “RISCOPRIAMO IL CONCILIO PER RIDARE IL PRIMATO A DIO, ALL’ESSENZIALE”

L'Omelia del Papa l'11 ottobre 2022
«Mi ami?». È la prima frase che Gesù rivolge a Pietro nel Vangelo che abbiamo ascoltato (Gv 21,15). L’ultima, invece, è: «Pasci le mie pecore» (v. 17). Nell’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II sentiamo rivolte anche a noi, a noi come Chiesa, queste parole del Signore: Mi ami? Pasci le mie pecore.

1. Anzitutto: Mi ami? È un interrogativo, perché lo stile di Gesù non è tanto quello di dare risposte, ma di fare domande, domande che provocano la vita. E il Signore, che «nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi» (Dei Verbum, 2), chiede ancora, chiede sempre alla Chiesa, sua sposa: “Mi ami?”. Il Concilio Vaticano II è stato una grande risposta a questa domanda: è per ravvivare il suo amore che la Chiesa, per la prima volta nella storia, ha dedicato un Concilio a interrogarsi su sé stessa, a riflettere sulla propria natura e sulla propria missione. E si è riscoperta mistero di grazia generato dall’amore: si è riscoperta Popolo di Dio, Corpo di Cristo, tempio vivo dello Spirito Santo!

Questo è il primo sguardo da avere sulla Chiesa, lo sguardo dall’alto. Sì, la Chiesa va guardata prima di tutto dall’alto, con gli occhi innamorati di Dio. Chiediamoci se nella Chiesa partiamo da Dio, dal suo sguardo innamorato su di noi. Sempre c’è la tentazione di partire dall’io piuttosto che da Dio, di mettere le nostre agende prima del Vangelo, di lasciarci trasportare dal vento della mondanità per inseguire le mode del tempo o di rigettare il tempo che la Provvidenza ci dona per volgerci indietro. Stiamo però attenti: sia il progressismo che si accoda al mondo, sia il tradizionalismo – o l’ “indietrismo” – che rimpiange un mondo passato, non sono prove d’amore, ma di infedeltà. Sono egoismi pelagiani, che antepongono i propri gusti e i propri piani all’amore che piace a Dio, quello semplice, umile e fedele che Gesù ha domandato a Pietro.

Mi ami tu? Riscopriamo il Concilio per ridare il primato a Dio, all’essenziale: a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da Lui amati; a una Chiesa che sia ricca di Gesù e povera di mezzi; a una Chiesa che sia libera e liberante. Il Concilio indica alla Chiesa questa rotta: la fa tornare, come Pietro nel Vangelo, in Galilea, alle sorgenti del primo amore, per riscoprire nelle sue povertà la santità di Dio (cfr Lumen gentium, 8c; cap. V). Anche noi, ognuno di noi ha la propria Galilea, la Galilea del primo amore, e sicuramente anche ognuno di noi oggi è invitato a tornare alla propria Galilea per sentire la voce del Signore: “Seguimi”. E lì, per ritrovare nello sguardo del Signore crocifisso e risorto la gioia smarrita, per concentrarsi su Gesù. Ritrovare la gioia: una Chiesa che ha perso la gioia ha perso l’amore. Verso la fine dei suoi giorni Papa Giovanni scriveva: «Questa mia vita che volge al tramonto meglio non potrebbe essere risolta che nel concentrarmi tutto in Gesù, figlio di Maria… grande e continuata intimità con Gesù, contemplato in immagine: bambino, crocifisso, adorato nel Sacramento» (Giornale dell’anima, 977-978). Ecco il nostro sguardo alto, ecco la nostra sorgente sempre viva: Gesù, la Galilea dell’amore, Gesù che ci chiama, Gesù che ci domanda: “Mi ami?”.

Fratelli, sorelle, ritorniamo alle pure sorgenti d’amore del Concilio. Ritroviamo la passione del Concilio e rinnoviamo la passione per il Concilio! Immersi nel mistero della Chiesa madre e sposa, diciamo anche noi, con San Giovanni XXIII: Gaudet Mater Ecclesia! (Discorso all’apertura del Concilio, 11 ottobre 1962). La Chiesa sia abitata dalla gioia. Se non gioisce smentisce sé stessa, perché dimentica l’amore che l’ha creata. Eppure, quanti tra noi non riescono a vivere la fede con gioia, senza mormorare e senza criticare? Una Chiesa innamorata di Gesù non ha tempo per scontri, veleni e polemiche. Dio ci liberi dall’essere critici e insofferenti, aspri e arrabbiati. Non è solo questione di stile, ma di amore, perché chi ama, come insegna l’Apostolo Paolo, fa tutto senza mormorare (cfr Fil 2,14). Signore, insegnaci il tuo sguardo alto, a guardare la Chiesa come la vedi Tu. E quando siamo critici e scontenti, ricordaci che essere Chiesa è testimoniare la bellezza del tuo amore, è vivere in risposta alla tua domanda: mi ami? Non è andare come se fossimo a una veglia funebre.

2. Mi ami? Pasci le mie pecore. La seconda parola: Pasci. Gesù esprime con questo verbo l’amore che desidera da Pietro. Pensiamo proprio a Pietro: era un pescatore di pesci e Gesù lo aveva trasformato in pescatore di uomini (cfr Lc 5,10). Ora gli assegna un mestiere nuovo, quello di pastore, che non aveva mai esercitato. Ed è una svolta, perché mentre il pescatore prende per sé, attira a sé, il pastore si occupa degli altri, pasce gli altri. Di più, il pastore vive con il gregge, nutre le pecore, si affeziona a loro. Non sta al di sopra, come il pescatore, ma in mezzo. Il pastore è davanti al popolo per segnare la strada, in mezzo al popolo come uno di loro, e dietro al popolo per essere vicino a coloro che vanno in ritardo. Il pastore non sta al di sopra, come il pescatore, ma in mezzo. Ecco il secondo sguardo che ci insegna il Concilio, lo sguardo nel mezzo: stare nel mondo con gli altri e senza mai sentirci al di sopra degli altri, come servitori del più grande Regno di Dio (cfr Lumen gentium, 5); portare il buon annuncio del Vangelo dentro la vita e le lingue degli uomini (cfr Sacrosanctum Concilium, 36), condividendo le loro gioie e le loro speranze (cfr Gaudium et spes, 1). Stare in mezzo al popolo, non sopra il popolo: questo è il peccato brutto del clericalismo che uccide le pecore, non le guida, non le fa crescere, uccide. Quant’è attuale il Concilio: ci aiuta a respingere la tentazione di chiuderci nei recinti delle nostre comodità e convinzioni, per imitare lo stile di Dio, che ci ha descritto oggi il profeta Ezechiele: “andare in cerca della pecora perduta e ricondurre all’ovile quella smarrita, fasciare quella ferita e curare quella malata” (cfr Ez 34,16).

Pasci: la Chiesa non ha celebrato il Concilio per ammirarsi, ma per donarsi. Infatti la nostra santa Madre gerarchica, scaturita dal cuore della Trinità, esiste per amare. È un popolo sacerdotale (cfr Lumen gentium, 10 ss.): non deve risaltare agli occhi del mondo, ma servire il mondo. Non dimentichiamolo: il Popolo di Dio nasce estroverso e ringiovanisce spendendosi, perché è sacramento di amore, «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, 1). Fratelli e sorelle, torniamo al Concilio, che ha riscoperto il fiume vivo della Tradizione senza ristagnare nelle tradizioni; che ha ritrovato la sorgente dell’amore non per rimanere a monte, ma perché la Chiesa scenda a valle e sia canale di misericordia per tutti. Torniamo al Concilio per uscire da noi stessi e superare la tentazione dell’autoreferenzialità, che è un modo di essere mondano. Pasci, ripete il Signore alla sua Chiesa; e pascendo, supera le nostalgie del passato, il rimpianto della rilevanza, l’attaccamento al potere, perché tu, Popolo santo di Dio, sei un popolo pastorale: non esisti per pascere te stesso, per arrampicarti, ma per pascere gli altri, tutti gli altri, con amore. E, se è giusto avere un’attenzione particolare, sia per i prediletti di Dio cioè i poveri, gli scartati (cfr Lumen gentium, 8c; Gaudium et spes, 1); per essere, come disse Papa Giovanni, «la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri» (Radiomessaggio ai fedeli di tutto il mondo a un mese dal Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 settembre 1962).

3. Mi ami? Pasci – conclude il Signore – le mie pecore. Non intende solo alcune, ma tutte, perché tutte ama, tutte chiama affettuosamente “mie”. Il buon Pastore vede e vuole il suo gregge unito, sotto la guida dei Pastori che gli ha dato. Vuole – terzo sguardo – lo sguardo d’insieme: tutti, tutti insieme. Il Concilio ci ricorda che la Chiesa, a immagine della Trinità, è comunione (cfr Lumen gentium, 4.13). Il diavolo, invece, vuole seminare la zizzania della divisione. Non cediamo alle sue lusinghe, non cediamo alla tentazione della polarizzazione. Quante volte, dopo il Concilio, i cristiani si sono dati da fare per scegliere una parte nella Chiesa, senza accorgersi di lacerare il cuore della loro Madre! Quante volte si è preferito essere “tifosi del proprio gruppo” anziché servi di tutti, progressisti e conservatori piuttosto che fratelli e sorelle, “di destra” o “di sinistra” più che di Gesù; ergersi a “custodi della verità” o a “solisti della novità”, anziché riconoscersi figli umili e grati della santa Madre Chiesa. Il Signore non ci vuole così. Tutti, tutti siamo figli di Dio, tutti fratelli nella Chiesa, tutti Chiesa, tutti. Noi siamo le sue pecore, il suo gregge, e lo siamo solo insieme, uniti. Superiamo le polarizzazioni e custodiamo la comunione, diventiamo sempre più “una cosa sola”, come Gesù ha implorato prima di dare la vita per noi (cfr Gv 17,21). Ci aiuti in questo Maria, Madre della Chiesa. Accresca in noi l’anelito all’unità, il desiderio di impegnarci per la piena comunione tra tutti i credenti in Cristo. Lasciamo da parte gli “ismi”: al popolo di Dio non piace questa polarizzazione. Il popolo di Dio è il santo popolo fedele di Dio: questa è la Chiesa. È bello che oggi, come durante il Concilio, siano con noi rappresentanti di altre Comunità cristiane. Grazie! Grazie per essere venuti, grazie per questa presenza.

Ti rendiamo grazie, Signore, per il dono del Concilio. Tu che ci ami, liberaci dalla presunzione dell’autosufficienza e dallo spirito della critica mondana. Liberaci dell’autoesclusione dall’unità. Tu, che ci pasci con tenerezza, portaci fuori dai recinti dell’autoreferenzialità. Tu, che ci vuoi gregge unito, liberaci dall’artificio diabolico delle polarizzazioni, degli “ismi”. E noi, tua Chiesa, con Pietro e come Pietro ti diciamo: “Signore, tu sai tutto; tu sai che noi ti amiamo” (cfr Gv 21,17).

FESTA DI SAN GIROLAMO CON L'ASSEMBLEA DI INIZIO DELL'ANNO PASTORALE

L’incontro iniziale dell’Anno pastorale si è svolto venerdì 23 settembre, nel contesto della Festa di San Girolamo, in dialogo con mons. Erio Castellucci, Vicepresidente della CEI e membro del Gruppo di coordinamento del cammino Sinodale in Italia, in videocollegamento dal Congresso eucaristico nazionale di Matera. Dopo le parole con cui Erika Guidi ha descritto la nostra esperienza in questi ultimi due anni, l’arcivescovo di Modena ha approfondito la crisi ecclesiale nel contesto delle crisi che il mondo sta attraversando, dalla pandemia alla guerra, precisando che «il nostro riferimento non sono i sociologi, ma il Mistero Pasquale», da cui nasce «uno sguardo spirituale sulla realtà». Il lavoro di tutti i gruppi sinodali in Italia ha messo in evidenza l’urgenza di «recuperare le relazioni», affinché «le nostre comunità non siano solo ambiti organizzativi» ma luoghi in cui si possa «comunicare “qualcosa di più” in tutto quello che facciamo». Marinella ha riconosciuto "qualcosa di più" in uno sguardo interessato a «come stai veramente», che introduce «una nuova luce dentro gli spazi d’ombra» e fa incontrare Cristo come «una presenza carnale e fisica».
I Vangeli narrano questa esperienza, ha concluso don Erio riferendosi ad altri interventi dei presenti, per cui occorre «lasciarsi ferire» da ogni incontro, certi che «ciò che è seminato germoglierà» in tempi che non sono nostri.
Domenica 25 settembre ci siamo ritrovati per la Santa Messa solenne accompagnata dai canti del nostro coro e per il pranzo comunitario, al quale hanno partecipato 150 persone tra adulti e ragazzi; c'erano anche gli amici della Capanna di Betlemme, ormai da anni presenti alla nostra Festa.
GRAZIE A TUTTI COLORO CHE HANNO AIUTATO NELLA PREPARAZIONE DELLA FESTA

Leggi la pagina sul settimanale diocesano Il Ponte dedicata all'Assemblea di venerdì 23 settembre:

Download Il_Ponte_del_02.10.22_p._10.pdf

IL PAPA CONFERMA LA FIDUCIA A MONS. FRANCESCO LAMBIASI CHE CONTINUA IL MINISTERO DI PASTORE DELLA NOSTRA DIOCESI IN ATTESA DELLA NOMINA DEL NUOVO VESCOVO

Leggi il comunicato della Diocesi di Rimini

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INTERVISTA AL CARD. ZUPPI DOPO LE ELEZIONI

Scarica l'intervista al card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, pubblicata su Avvenire del 28 settembre 2022 (a cura di M. Muolo):

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INCONTRO CON MONS. CASTELLUCCI: VENERDI' 23 SETTEMBRE ORE 21

Assemblea di inizio dell'Anno pastorale con mons. Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena e Vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, membro del Gruppo di coordinamento nazionale del cammino sinodale, venerdì 23 settembre alle ore 21 nella Sala dell'Oratorio

Download IL_PONTE-parrocchia_san_girolamo.pdf

FESTA PARROCCHIALE 23-25 SETTEMBRE 2022

Programma della Festa parrocchiale di San Girolamo

Per scaricare il programma in formato pdf clicca sulla riga seguente:

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"UNA PASSIONE PER L'UOMO" - INTERVENTO DEL CARD. ZUPPI AL MEETING

Il card. Zuppi ha concluso il suo intervento citando un racconto di don Giussani:
In un viaggio in Brasile, don Giussani incontra un gruppo di missionari del PIME in una cittadina presso il Rio delle Amazzoni e così racconta.
Padre Angelo Biraghi, grande e grosso, mi dice una sera: "Accompagnami in un pezzo di desobriga (visita pastorale alla comunità), e ho visto che lo diceva con un aria un po’ sorniona, un po’ ironica, ma io ho detto di si. Sono andato e a un certo punto, dopo qualche ora di macchina, si fermava tutto, la macchina doveva tornare indietro, iniziava un pantano che doveva attraversare in otto ore, ed era già verso sera (c'era un nugolo di moscerini che faceva venire la faccia gonfia). A quel punto padre Biraghi gli dice: "Guarda, scherzavo: torna indietro tu". quindi il padre missionario "si è messo le galosce che gli arrivavano fino alla vita, e poi ho capito perché mi aveva detto così: ha incominciato ad entrare in quel fango fino all'anca e ci voleva un minuto per fare un metro. E io ero là che lo vedevo allontanarsi e lui che si voltava indietro, mi salutava, sorrideva col sorriso sornione del giorno prima, ed era sera, e il sole lì cade in un quarto d'ora, quindi oramai imbruniva e lo vedevo un po’ lontano, e la sua prima meta, dopo otto ore, era un serengueiro che stava tirando fuori, in quella zona della foresta, la gomma dagli alberi". Giussani non lo dimenticherà per tutta la vita: "Racconto sempre ai miei amici questo particolare ... sarò stato lì almeno mezz'ora senza muovermi pensando: "Ma guarda cos'è il cristianesimo! Quest'uomo che rischia la pelle per uno (uno!) per andare a trovare uno che prima non aveva mai conosciuto e che magari non avrebbe mai più visto nella vita. ... In quell'istante , in quel momento ebbi la percezione vivida del fatto che il cristianesimo nasce proprio dall'amore all'uomo.

Per rivedere il video dell'intervento integrale del card. Zuppi cliccate sul seguente link:
https://www.youtube.com/watch?v=B9DOcZpj_K0

LA "PORTA STRETTA" DI UNA STORIA PARTICOLARE

Omelia nel 61° anniversario della nascita della Beata Sandra Sabattini, San Girolamo 20.08.2022

Dio irrompe nella vicenda umana sempre attraverso la «porta stretta» (Lc 13,24) di una storia particolare. Come dice il Concilio Vaticano II, la stessa Rivelazione è una economia che «comprende eventi e parole intimamente connessi tra loro» (Dei Verbum 2). Una storia particolare, formata da fatti e volti di persone, come quella attraverso la quale Sandra è stata afferrata da Cristo fino a farla tutta Sua, fin dal primo incontro accaduto proprio qui in parrocchia attraverso don Oreste, invitato dallo zio don Giuseppe, primo parroco di San Girolamo, a cui è seguita l’esperienza travolgente del primo campo in montagna con gli amici dell’Associazione Papa Giovanni XXIII.
Ringraziando Dio per il dono della nostra Beata nel 61° anniversario della sua nascita in terra, noi vogliamo innanzitutto vivere la memoria del primo incontro. Essa è decisiva affinché l’azione pastorale delle nostre Comunità sia fedele al metodo dell’incarnazione e, perciò, realmente centrata in Cristo: «fare memoria vuol dire fondarsi nuovamente in Gesù, nella sua vita» (Alla Comunità del Collegio Internazionale del Gesù di Roma, 3 dicembre 2018). Solo in questa fedeltà può esserci un’autentica fecondità, generata dal contagio dell’attrattiva testimoniata nella semplicità e nella concretezza evangelica, che Francesco invita costantemente a riscoprire, suggerendo, tra l’altro, di «prendere i Vangeli e rileggere le tante storie che ci sono per vedere come Gesù incontra la gente, come sceglie gli apostoli» (Omelia a Santa Marta, 24 aprile 2015).
Il metodo che riconosciamo nell’inizio è il medesimo in cui si rinnova l’incontro con Cristo in ogni luogo e in ogni tempo: esso implica sempre la testimonianza di una persona attraverso la quale siamo attratti da Gesù secondo una precisa modalità del Suo sguardo. In questa prospettiva si colloca il significato autentico dei carismi che sono all’origine delle diverse esperienze ecclesiali, personali e comunitarie, dagli ordini religiosi ai movimenti di ogni tempo, secondo la pluralità di forme suscitata dallo Spirito Santo in ogni epoca della Chiesa, fino alla storia particolare di ogni singola comunità e di ciascun fedele: «il nostro incontro con Cristo ha preso la sua forma nella Chiesa mediante il carisma di un suo testimone, di una sua testimone. Questo sempre ci stupisce e ci fa rendere grazie» (Omelia nella Festa della Presentazione di Gesù al tempio, 2 febbraio 2014).
Una storia particolare «è la chiave di volta della concezione cristiana dell’uomo, della sua moralità, nel suo rapporto con Dio, con la vita, con il mondo» (L. Giussani, Generare tracce nella storia del mondo, p. 82).
Nel corso di una cena presso una famiglia della nostra parrocchia, una signora anziana ha raccontato le modalità del primo incontro con suo marito, coi giovani nipoti colpiti dal fatto che è accaduto tutto fin dal primo istante, che, lei stessa sottolineava, era «un momento qualsiasi», in cui è successo qualcosa che ha segnato le loro vite per sempre.
Questa è la dinamica dell’esperienza cristiana, quella di un incontro imprevisto e imprevedibile che accade in “un momento qualsiasi” della nostra esistenza, il quale diventa il momento decisivo, che cambia tutto. Se perdiamo questo metodo, perdiamo tutto del cristianesimo, perché nell’evento dell’incarnazione «sta sia il contenuto che il metodo dell’annuncio cristiano» (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per il Clero, 16 marzo 2009). Nessuno di noi in apparenza nega Cristo, ma, non di rado, lo si nega come metodo non partendo più dalla storia particolare in cui Egli ci afferra ora, riducendo così il cristianesimo a una dottrina, a un’etica, a un pio intendimento devozionale o ad uno sforzo morale, al punto che dell’esperienza cristiana non rimane più nulla, pur dentro una sua affermazione teorica: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete”. […] Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi» (Lc 13,24-27a.29-30).
La “porta stretta” la riconosce chi, come Sandra, prende sul serio tutta l’esigenza della propria umanità, ovvero «il bisogno di infinito che è dentro di noi e che non possiamo far finta di ignorare», come scriveva pochi giorni prima di compiere vent’anni, sottolineando che «l’infinito è lì che ci aspetta ogni volta che cadono le “posticce” risposte che abbiamo dato al suo bisogno» (Diario, 07 agosto1981).
Il testo di una canzone contemporanea (Anyone di Demi Lovato) esprime tutto il grido dell’umanità di cui siamo costituiti: «Ho provato a parlare con il mio pianoforte / Ho provato a parlare con la mia chitarra / A parlare con la mia immaginazione / Mi sono confidata con l’alcool / […] Sono stanca di conversazioni vuote / Perché nessuno mi ascolta più […] Quindi, perché sto pregando comunque? /
Se nessuno sta ascoltando / Per favore, mandami qualcuno / Signore, c’è qualcuno? / Ho bisogno di qualcuno, oh / Per favore, mandami qualcuno / Signore, c’è qualcuno? / Ho bisogno di qualcuno».
La “porta stretta” è Qualcuno che risponde, in una storia particolare, accolta e accettata non da chi non sbaglia mai, ma da chi è leale fino in fondo con questo bisogno e per questo si commuove quando esso emerge nella propria carne e in quella dei nostri fratelli e sorelle, uomini e donne del nostro tempo, anche loro, come noi, stanchi di «conversazioni vuote».
Costoro sono «gli ultimi che diventano i primi» (cfr. Lc 13,30).
Domandiamo l’intercessione della nostra Beata Sandra Sabattini per essere, come lei, tra loro.

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LA "PORTA STRETTA" DI UNA STORIA PARTICOLARE

Omelia nel 61° anniversario della nascita della Beata Sandra Sabattini, San Girolamo 20.08.2022

Dio irrompe nella vicenda umana sempre attraverso la «porta stretta» (Lc 13,24) di una storia particolare. Come dice il Concilio Vaticano II, la stessa Rivelazione è una economia che «comprende eventi e parole intimamente connessi tra loro» (Dei Verbum 2). Una storia particolare, formata da fatti e volti di persone, come quella attraverso la quale Sandra è stata afferrata da Cristo fino a farla tutta Sua, fin dal primo incontro accaduto proprio qui in parrocchia attraverso don Oreste, invitato dallo zio don Giuseppe, primo parroco di San Girolamo, a cui è seguita l’esperienza travolgente del primo campo in montagna con gli amici dell’Associazione Papa Giovanni XXIII.
Ringraziando Dio per il dono della nostra Beata nel 61° anniversario della sua nascita in terra, noi vogliamo innanzitutto vivere la memoria del primo incontro. Essa è decisiva affinché l’azione pastorale delle nostre Comunità sia fedele al metodo dell’incarnazione e, perciò, realmente centrata in Cristo: «fare memoria vuol dire fondarsi nuovamente in Gesù, nella sua vita» (Alla Comunità del Collegio Internazionale del Gesù di Roma, 3 dicembre 2018). Solo in questa fedeltà può esserci un’autentica fecondità, generata dal contagio dell’attrattiva testimoniata nella semplicità e nella concretezza evangelica, che Francesco invita costantemente a riscoprire, suggerendo, tra l’altro, di «prendere i Vangeli e rileggere le tante storie che ci sono per vedere come Gesù incontra la gente, come sceglie gli apostoli» (Omelia a Santa Marta, 24 aprile 2015).
Il metodo che riconosciamo nell’inizio è il medesimo in cui si rinnova l’incontro con Cristo in ogni luogo e in ogni tempo: esso implica sempre la testimonianza di una persona attraverso la quale siamo attratti da Gesù secondo una precisa modalità del Suo sguardo. In questa prospettiva si colloca il significato autentico dei carismi che sono all’origine delle diverse esperienze ecclesiali, personali e comunitarie, dagli ordini religiosi ai movimenti di ogni tempo, secondo la pluralità di forme suscitata dallo Spirito Santo in ogni epoca della Chiesa, fino alla storia particolare di ogni singola comunità e di ciascun fedele: «il nostro incontro con Cristo ha preso la sua forma nella Chiesa mediante il carisma di un suo testimone, di una sua testimone. Questo sempre ci stupisce e ci fa rendere grazie» (Omelia nella Festa della Presentazione di Gesù al tempio, 2 febbraio 2014).
Una storia particolare «è la chiave di volta della concezione cristiana dell’uomo, della sua moralità, nel suo rapporto con Dio, con la vita, con il mondo» (L. Giussani, Generare tracce nella storia del mondo, p. 82).
Nel corso di una cena presso una famiglia della nostra parrocchia, una signora anziana ha raccontato le modalità del primo incontro con suo marito, coi giovani nipoti colpiti dal fatto che è accaduto tutto fin dal primo istante, che, lei stessa sottolineava, era «un momento qualsiasi», in cui è successo qualcosa che ha segnato le loro vite per sempre.
Questa è la dinamica dell’esperienza cristiana, quella di un incontro imprevisto e imprevedibile che accade in “un momento qualsiasi” della nostra esistenza, il quale diventa il momento decisivo, che cambia tutto. Se perdiamo questo metodo, perdiamo tutto del cristianesimo, perché nell’evento dell’incarnazione «sta sia il contenuto che il metodo dell’annuncio cristiano» (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per il Clero, 16 marzo 2009). Nessuno di noi in apparenza nega Cristo, ma, non di rado, lo si nega come metodo non partendo più dalla storia particolare in cui Egli ci afferra ora, riducendo così il cristianesimo a una dottrina, a un’etica, a un pio intendimento devozionale o ad uno sforzo morale, al punto che dell’esperienza cristiana non rimane più nulla, pur dentro una sua affermazione teorica: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete”. […] Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi» (Lc 13,24-27a.29-30).
La “porta stretta” la riconosce chi, come Sandra, prende sul serio tutta l’esigenza della propria umanità, ovvero «il bisogno di infinito che è dentro di noi e che non possiamo far finta di ignorare», come scriveva pochi giorni prima di compiere vent’anni, sottolineando che «l’infinito è lì che ci aspetta ogni volta che cadono le “posticce” risposte che abbiamo dato al suo bisogno» (Diario, 07 agosto1981).
Il testo di una canzone contemporanea (Anyone di Demi Lovato) esprime tutto il grido dell’umanità di cui siamo costituiti: «Ho provato a parlare con il mio pianoforte / Ho provato a parlare con la mia chitarra / A parlare con la mia immaginazione / Mi sono confidata con l’alcool / […] Sono stanca di conversazioni vuote / Perché nessuno mi ascolta più […] Quindi, perché sto pregando comunque? /
Se nessuno sta ascoltando / Per favore, mandami qualcuno / Signore, c’è qualcuno? / Ho bisogno di qualcuno, oh / Per favore, mandami qualcuno / Signore, c’è qualcuno? / Ho bisogno di qualcuno».
La “porta stretta” è Qualcuno che risponde, in una storia particolare, accolta e accettata non da chi non sbaglia mai, ma da chi è leale fino in fondo con questo bisogno e per questo si commuove quando esso emerge nella propria carne e in quella dei nostri fratelli e sorelle, uomini e donne del nostro tempo, anche loro, come noi, stanchi di «conversazioni vuote».
Costoro sono «gli ultimi che diventano i primi» (cfr. Lc 13,30).
Domandiamo l’intercessione della nostra Beata Sandra Sabattini per essere, come lei, tra loro.

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UN’ATTRATTIVA CHE SPALANCA IL DESIDERIO

Intervento di don Roberto Battaglia al ritrovo diocesano in occasione dell’Incontro Mondiale delle Famiglie.

Ci ritroviamo nella chiesa dove si venera la Beata Sandra Sabattini, la «santa fidanzata». All’inizio del gesto con cui, nella nostra Diocesi, ci uniamo all’Incontro Mondiale delle Famiglie, ci chiediamo quale contributo ci offre la sua esperienza di fidanzamento con Guido Rossi.
Spesso mi si rivolge questa domanda: «cosa ha fatto Sandra per essere Beata?». In realtà, più la si conosce, più ci si accorge che in lei non domina “il proprio fare”, ma l’innamoramento per Cristo: «Non esiste il problema di stare con i poveri, ma col Signore» (Diario, 10.09.1982). Poco più che sedicenne lo aveva riassunto così, rivolgendosi a Gesù: «Scelgo Te e basta» (Diario, 26.02.1978).
Sandra è una giovane donna tutta attratta da Colui che ha conquistato il suo cuore, trascinando la sua affezione in un dono totale di sé stessa: «Non è mia questa vita» (Diario, 27.04.1984).
Ma chi è innamorato è forse una persona “spiritualista” in fuga dal mondo? Una ragazza così presa dall’esperienza che riempie tutta la sua vita, dimentica il fidanzato o lo ama di più? In lei è evidente l’intensità di una vita molto più operosa di chi si ritiene un attivista. Tutt’altro che ripiegata in una visione “intimista” del rapporto con Cristo, Sandra era instancabile nel servizio ai poveri, senza voler «sprecare neanche un istante di questa mia esistenza» (Diario, 06.03.1983).
E col fidanzato? Don Oreste scriveva che lei e Guido erano «Fidanzati come se non lo fossero, secondo i criteri del mondo» (Introduzione al Diario). Le amiche raccontano che non li si vedeva sempre insieme, come accadeva solitamente alle coppie di giovani coetanei, poiché erano innanzitutto tesi a vivere l’esperienza cristiana, aperti al rapporto con tutti, nel desiderio di rispondere alla chiamata di Dio. Guido racconta come si confrontassero spesso sulla fede in rapporto alla vita. Quando un giorno il fidanzato le disse che per lui se anche Dio non esistesse varrebbe la pena vivere una vita corretta, “da buoni”, Sandra rispose con passione: «Se Dio non esistesse sarei disperata». Davvero «Dio conduceva la sua vita», sottolinea lo stesso Guido. Il rapporto col Signore, vissuto nella piena appartenenza all’Associazione Papa Giovanni XXIII, era il centro affettivo della vita di Sandra e questo esaltava il rapporto col fidanzato, nella prospettiva dello scopo ultimo.
Non può esserci rapporto col Mistero se non attraverso il segno carnale in cui esso si manifesta e non c’è nulla di più contrario alla nostra fede del dualismo che oppone o accosta il rapporto con Cristo al rapporto con la persona amata: esso è sempre dentro il segno, attraverso il volto del/della fidanzato/a o dello/a sposo/a, che non si può amare fino in fondo senza riconoscere e adorare nell’altro/a l’Infinito che attrae il nostro desiderio. Sandra vive questa unità all’origine della sua esperienza, che lei stessa descrive così: «Fidanzamento. Qualcosa di integrante con la vocazione: ciò che vivo di disponibilità e d’amore nei confronti degli altri è ciò che vivo anche per Guido; sono due cose compenetrate, allo stesso livello» (Diario, 23.07.1983). Rispondendo a una domanda di don Oreste Benzi circa il motivo per cui lei si dedicava ai giovani della comunità terapeutica di Trarivi, incontrando così più raramente il fidanzato, Sandra disse: «proprio perché questa scelta l’abbiamo fatta assieme, anche se a livello di tempo ci vediamo di meno, io sento che viviamo molto a fondo anche quel poco che ci vediamo, perché quello che vivo è scelto con lui, assieme». Proseguì precisando che «non riesco a parlare del rapporto che ho con Guido se non parlo di tutto quello che vivo di disponibilità con gli altri in Comunità. Cioè, mi viene da metterli sullo stesso piano». Don Oreste intuì il valore quest’affermazione, evidenziando come il fidanzamento, in «questa pienezza di vita», «non è soffocante, ma si dilata», ricevendo «una ricchezza enorme» (23.07.1983).
Sandra ci provoca a prendere sul serio «il bisogno di infinito che è dentro di noi e che non possiamo far finta di ignorare», come scriveva pochi giorni prima di compiere vent’anni, sottolineando che «l’infinito è lì che ci aspetta ogni volta che cadono le “posticce” risposte che abbiamo dato al suo bisogno» (07.08.1981). Un bisogno a cui neanche la persona amata – che più di ogni altra suscita questo desiderio infinito – può rispondere. È una sete come quella della Samaritana del Vangelo, che neppure i suoi cinque mariti avevano soddisfatto, fino a quando non incrociò lo sguardo di quell’uomo capace di penetrare il suo cuore, amandola più di tutti gli uomini che l’avevano posseduta (cfr. Gv 4, 4-42). Sandra ha vissuto cercando quello sguardo in Guido e vivendo assieme al fidanzato un rapporto carnale con Cristo, secondo la modalità in cui Lui l’aveva afferrata facendola Sua.
Si tratta della verginità, in cui giunge al culmine l’amore nuziale. Possiamo proporci di meno?

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“TU VALI PIÙ DELL’UNIVERSO INTERO”

Campo medie a Folgaria (TN), 27 ragazzi e ragazze di San Girolamo con 5 adulti

Dall'osservazione delle stelle, scoprendo l'ampiezza dell'universo, alla bellezza delle montagne, dalla celebrazione della Santa Messa ai giochi insieme, dai canti e i balli alle passeggiate, fino alle avventure in arrampicata e sulla canoa, con la sorpresa finale della discesa sulle cascate, ci siamo sorpresi attratti da uno sguardo diverso alla nostra umanità, lo stesso sguardo che colpì Simon Pietro accogliendo Gesù sulla propria barca, la stessa Presenza che scaraventò a terra Saulo (Paolo) sulla via di Damasco.

L’IDEOLOGIA CHE PRENDE IL POSTO DEL VANGELO È IL PIÙ GRANDE PERICOLO PER LA CHIESA

Papa Francesco intervistato da Fazio su RAI3:

Oggi il male della Chiesa più grande è la mondanità spirituale. Un grande teologo, Henri De Lubac, diceva che la mondanità spirituale è il peggio dei mali che può accadere alla Chiesa. […] La mondanità spirituale crea il clericalismo che porta a posizioni rigide, ideologicamente rigide: l’ideologia prende il posto del Vangelo. Sugli atteggiamenti pastorali ne dico solo due, che sono vecchi: il pelagianesimo e lo gnosticismo. Il pelagianesimo è credere che con la mia forza posso andare avanti. No, la Chiesa va avanti con la forza di Dio, la misericordia di Dio e la forza dello Spirito Santo. E lo gnosticismo, quello mistico, senza Dio, questa spiritualità vuota… no, senza la carne di Cristo non c’è intesa possibile, senza la carne di Cristo non c’è redenzione possibile. Dobbiamo tornare al centro un’altra volta: “Il verbo si è fatto carne”. In questo scandalo della croce, del Verbo incarnato, c’è il futuro della Chiesa.

LA PAROLA DI DIO E' GESU' CRISTO

Verbum Domini, n. 7:

[…] Come ci mostra in modo chiaro il Prologo di Giovanni, il Logos indica originariamente il Verbo eterno, ossia il Figlio unigenito, generato dal Padre prima di tutti i secoli e a Lui consustanziale: il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio. Ma questo stesso Verbo, afferma san Giovanni, si «fece carne» (Gv 1,14); pertanto Gesù Cristo, nato da Maria Vergine, è realmente il Verbo di Dio fattosi consustanziale a noi. Dunque l’espressione «Parola di Dio» viene qui ad indicare la persona di Gesù Cristo, eterno Figlio del Padre, fatto uomo. Inoltre, se al centro della Rivelazione divina c’è l’evento di Cristo, occorre anche riconoscere che la stessa creazione, il liber naturae, è anche essenzialmente parte di questa sinfonia a più voci in cui l’unico Verbo si esprime. Allo stesso modo confessiamo che Dio ha comunicato la sua Parola nella storia della salvezza, ha fatto udire la sua voce; con la potenza del suo Spirito «ha parlato per mezzo dei profeti». La divina Parola, pertanto, si esprime lungo tutta la storia della salvezza ed ha la sua pienezza nel mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio. E ancora, Parola di Dio è quella predicata dagli Apostoli, in obbedienza al comando di Gesù Risorto: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). Pertanto, la Parola di Dio è trasmessa nella Tradizione viva della Chiesa. Infine, la Parola di Dio attestata e divinamente ispirata è la sacra Scrittura, Antico e Nuovo Testamento.

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L'INTEPRETAZIONE DELLA SACRA SCRITTURA NELLA CHIESA

Verbum Domini, nn. 29-30

Un altro grande tema emerso durante il Sinodo, sul quale intendo ora richiamare l’attenzione, è l’interpretazione della sacra Scrittura nella Chiesa. Proprio il legame intrinseco tra Parola e fede mette in evidenza che l’autentica ermeneutica della Bibbia non può che essere nella fede ecclesiale, che ha nel sì di Maria il suo paradigma. San Bonaventura afferma a questo proposito che senza la fede non c’è chiave di accesso al testo sacro: «Questa è la conoscenza di Gesù Cristo, da cui hanno origine, come da una fonte, la sicurezza e l’intelligenza di tutta la sacra Scrittura. Perciò è impossibile che uno possa addentrarsi a conoscerla, se prima non abbia la fede infusa di Cristo, che è lucerna, porta e anche fondamento di tutta la Scrittura».[ Breviloquium, Prol.: Opera Omnia, V, Quaracchi 1891, pp. 201-202]. E san Tommaso d’Aquino, menzionando sant’Agostino, insiste con forza: «Anche la lettera del vangelo uccide se manca l’interiore grazia della fede che sana».[Summa Theologiae, Ia-IIae, q. 106, art.2.]
Questo ci permette di richiamare un criterio fondamentale dell’ermeneutica biblica: il luogo originario dell’interpretazione scritturistica è la vita della Chiesa. Questa affermazione non indica il riferimento ecclesiale come un criterio estrinseco cui gli esegeti devono piegarsi, ma è richiesta dalla realtà stessa delle Scritture e da come esse si sono formate nel tempo. Infatti, «le tradizioni di fede formavano l’ambiente vitale in cui si è inserita l’attività letteraria degli autori della sacra Scrittura. Questo inserimento comprendeva anche la partecipazione alla vita liturgica e all’attività esterna delle comunità, al loro mondo spirituale, alla loro cultura e alle peripezie del loro destino storico. L’interpretazione della sacra Scrittura esige perciò, in modo simile, la partecipazio¬ne degli esegeti a tutta la vita e a tutta la fede della comunità credente del loro tempo». [Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (15 aprile 1993), III, A, 3: Ench. Vat. 13, n. 3035.] Di conseguenza, «dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta», [Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei Verbum, 12] occorre che gli esegeti, i teologi e tutto il Popolo di Dio si accostino ad essa per ciò che realmente è, quale Parola di Dio che si comunica a noi attraverso parole umane (cfr 1Tes 2,13). Questo è un dato costante ed implicito nella Bibbia stessa: «nessuna Scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio» (2Pt 1,20-21). Del resto, è proprio la fede della Chiesa che riconosce nella Bibbia la Parola di Dio; come dice mirabilmente sant’Agostino, «non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica». [Contra epistolam Manichaei quam vocant fundamenti, V, 6: PL 42, 176]. È lo Spirito Santo, che anima la vita della Chiesa, a rendere capaci di interpretare autenticamente le Scritture. La Bibbia è il libro della Chiesa e dalla sua immanenza nella vita ecclesiale scaturisce anche la sua vera ermeneutica.

30. San Girolamo ricorda che non possiamo mai da soli leggere la Scrittura. Troviamo troppe porte chiuse e scivoliamo facilmente nell’errore. La Bibbia è stata scritta dal Popolo di Dio e per il Popolo di Dio, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Solo in questa comunione col Popolo di Dio possiamo realmente entrare con il «noi» nel nucleo della verità che Dio stesso ci vuol dire. [Cfr Benedetto XVI, Udienza Generale (14 novembre 2007): Insegnamenti III, 2 (2007), 586-591]. Il grande studioso, per il quale «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo», [Commentariorum in Isaiam libri, Prol.: PL 24, 17] afferma che l’ecclesialità dell’interpretazione biblica non è un’esigenza imposta dall’esterno; il Libro è proprio la voce del Popolo di Dio pellegrinante, e solo nella fede di questo Popolo siamo, per così dire, nella tonalità giusta per capire la sacra Scrittura.
Un’autentica interpretazione della Bibbia deve essere sempre in armonica concordanza con la fede della Chiesa cattolica. Così san Girolamo si rivolgeva ad un sacerdote: «Rimani fermamente attaccato alla dottrina tradizionale che ti è stata insegnata, affinché tu possa esortare secondo la sana dottrina e confutare coloro che la contraddicono». [Epistula 52, 7: CSEL 54, p. 426].
Approcci al testo sacro che prescindano dalla fede possono suggerire elementi interessanti, soffermandosi sulla struttura del testo e le sue forme; tuttavia, un tale tentativo sarebbe inevitabilmente solo preliminare e strutturalmente incompiuto. Infatti, come è stato affermato dalla Pontificia Commissione Biblica, facendo eco ad un principio condiviso nell’ermeneutica moderna, «la giusta conoscenza del testo biblico è accessibile solo a colui che ha un’affinità vissuta con ciò di cui parla il testo». [Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (15 aprile 1993), II, A, 2: Ench. Vat. 13, n. 2988.]
Tutto questo mette in rilievo la relazione tra la vita spirituale e l’ermeneutica della Scrittura. Infatti, «con la crescita della vita nello Spirito cresce anche, nel lettore, la comprensione delle realtà di cui parla il testo biblico».[ Ibidem, II, A, 2: Ench. Vat. 13, n. 2991.]
L’intensità di un’autentica esperienza ecclesiale non può che incrementare un’intelligenza della fede autentica riguardo alla Parola di Dio; reciprocamente si deve dire che leggere nella fede le Scritture fa crescere la stessa vita ecclesiale.
Da qui possiamo cogliere in modo nuovo la nota affermazione di san Gregorio Magno: «le parole divine crescono insieme con chi le legge». [Homiliae in Ezechielem, I, VII, 8: PL 76, 843 D.] In questo modo l’ascolto della Parola di Dio introduce ed incrementa la comunione ecclesiale con quanti camminano nella fede.

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L'INTEPRETAZIONE DELLA SACRA SCRITTURA NELLA CHIESA

Verbum Domini, nn. 29-30

Un altro grande tema emerso durante il Sinodo, sul quale intendo ora richiamare l’attenzione, è l’interpretazione della sacra Scrittura nella Chiesa. Proprio il legame intrinseco tra Parola e fede mette in evidenza che l’autentica ermeneutica della Bibbia non può che essere nella fede ecclesiale, che ha nel sì di Maria il suo paradigma. San Bonaventura afferma a questo proposito che senza la fede non c’è chiave di accesso al testo sacro: «Questa è la conoscenza di Gesù Cristo, da cui hanno origine, come da una fonte, la sicurezza e l’intelligenza di tutta la sacra Scrittura. Perciò è impossibile che uno possa addentrarsi a conoscerla, se prima non abbia la fede infusa di Cristo, che è lucerna, porta e anche fondamento di tutta la Scrittura».[ Breviloquium, Prol.: Opera Omnia, V, Quaracchi 1891, pp. 201-202]. E san Tommaso d’Aquino, menzionando sant’Agostino, insiste con forza: «Anche la lettera del vangelo uccide se manca l’interiore grazia della fede che sana».[Summa Theologiae, Ia-IIae, q. 106, art.2.]
Questo ci permette di richiamare un criterio fondamentale dell’ermeneutica biblica: il luogo originario dell’interpretazione scritturistica è la vita della Chiesa. Questa affermazione non indica il riferimento ecclesiale come un criterio estrinseco cui gli esegeti devono piegarsi, ma è richiesta dalla realtà stessa delle Scritture e da come esse si sono formate nel tempo. Infatti, «le tradizioni di fede formavano l’ambiente vitale in cui si è inserita l’attività letteraria degli autori della sacra Scrittura. Questo inserimento comprendeva anche la partecipazione alla vita liturgica e all’attività esterna delle comunità, al loro mondo spirituale, alla loro cultura e alle peripezie del loro destino storico. L’interpretazione della sacra Scrittura esige perciò, in modo simile, la partecipazio¬ne degli esegeti a tutta la vita e a tutta la fede della comunità credente del loro tempo». [Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (15 aprile 1993), III, A, 3: Ench. Vat. 13, n. 3035.] Di conseguenza, «dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta», [Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei Verbum, 12] occorre che gli esegeti, i teologi e tutto il Popolo di Dio si accostino ad essa per ciò che realmente è, quale Parola di Dio che si comunica a noi attraverso parole umane (cfr 1Tes 2,13). Questo è un dato costante ed implicito nella Bibbia stessa: «nessuna Scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio» (2Pt 1,20-21). Del resto, è proprio la fede della Chiesa che riconosce nella Bibbia la Parola di Dio; come dice mirabilmente sant’Agostino, «non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica». [Contra epistolam Manichaei quam vocant fundamenti, V, 6: PL 42, 176]. È lo Spirito Santo, che anima la vita della Chiesa, a rendere capaci di interpretare autenticamente le Scritture. La Bibbia è il libro della Chiesa e dalla sua immanenza nella vita ecclesiale scaturisce anche la sua vera ermeneutica.

30. San Girolamo ricorda che non possiamo mai da soli leggere la Scrittura. Troviamo troppe porte chiuse e scivoliamo facilmente nell’errore. La Bibbia è stata scritta dal Popolo di Dio e per il Popolo di Dio, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Solo in questa comunione col Popolo di Dio possiamo realmente entrare con il «noi» nel nucleo della verità che Dio stesso ci vuol dire. [Cfr Benedetto XVI, Udienza Generale (14 novembre 2007): Insegnamenti III, 2 (2007), 586-591]. Il grande studioso, per il quale «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo», [Commentariorum in Isaiam libri, Prol.: PL 24, 17] afferma che l’ecclesialità dell’interpretazione biblica non è un’esigenza imposta dall’esterno; il Libro è proprio la voce del Popolo di Dio pellegrinante, e solo nella fede di questo Popolo siamo, per così dire, nella tonalità giusta per capire la sacra Scrittura.
Un’autentica interpretazione della Bibbia deve essere sempre in armonica concordanza con la fede della Chiesa cattolica. Così san Girolamo si rivolgeva ad un sacerdote: «Rimani fermamente attaccato alla dottrina tradizionale che ti è stata insegnata, affinché tu possa esortare secondo la sana dottrina e confutare coloro che la contraddicono». [Epistula 52, 7: CSEL 54, p. 426].
Approcci al testo sacro che prescindano dalla fede possono suggerire elementi interessanti, soffermandosi sulla struttura del testo e le sue forme; tuttavia, un tale tentativo sarebbe inevitabilmente solo preliminare e strutturalmente incompiuto. Infatti, come è stato affermato dalla Pontificia Commissione Biblica, facendo eco ad un principio condiviso nell’ermeneutica moderna, «la giusta conoscenza del testo biblico è accessibile solo a colui che ha un’affinità vissuta con ciò di cui parla il testo». [Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (15 aprile 1993), II, A, 2: Ench. Vat. 13, n. 2988.]
Tutto questo mette in rilievo la relazione tra la vita spirituale e l’ermeneutica della Scrittura. Infatti, «con la crescita della vita nello Spirito cresce anche, nel lettore, la comprensione delle realtà di cui parla il testo biblico».[ Ibidem, II, A, 2: Ench. Vat. 13, n. 2991.]
L’intensità di un’autentica esperienza ecclesiale non può che incrementare un’intelligenza della fede autentica riguardo alla Parola di Dio; reciprocamente si deve dire che leggere nella fede le Scritture fa crescere la stessa vita ecclesiale.
Da qui possiamo cogliere in modo nuovo la nota affermazione di san Gregorio Magno: «le parole divine crescono insieme con chi le legge». [Homiliae in Ezechielem, I, VII, 8: PL 76, 843 D.] In questo modo l’ascolto della Parola di Dio introduce ed incrementa la comunione ecclesiale con quanti camminano nella fede.

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Verbum Domini, nn. 29-30

Un altro grande tema emerso durante il Sinodo, sul quale intendo ora richiamare l’attenzione, è l’interpretazione della sacra Scrittura nella Chiesa. Proprio il legame intrinseco tra Parola e fede mette in evidenza che l’autentica ermeneutica della Bibbia non può che essere nella fede ecclesiale, che ha nel sì di Maria il suo paradigma. San Bonaventura afferma a questo proposito che senza la fede non c’è chiave di accesso al testo sacro: «Questa è la conoscenza di Gesù Cristo, da cui hanno origine, come da una fonte, la sicurezza e l’intelligenza di tutta la sacra Scrittura. Perciò è impossibile che uno possa addentrarsi a conoscerla, se prima non abbia la fede infusa di Cristo, che è lucerna, porta e anche fondamento di tutta la Scrittura».[ Breviloquium, Prol.: Opera Omnia, V, Quaracchi 1891, pp. 201-202]. E san Tommaso d’Aquino, menzionando sant’Agostino, insiste con forza: «Anche la lettera del vangelo uccide se manca l’interiore grazia della fede che sana».[Summa Theologiae, Ia-IIae, q. 106, art.2.]
Questo ci permette di richiamare un criterio fondamentale dell’ermeneutica biblica: il luogo originario dell’interpretazione scritturistica è la vita della Chiesa. Questa affermazione non indica il riferimento ecclesiale come un criterio estrinseco cui gli esegeti devono piegarsi, ma è richiesta dalla realtà stessa delle Scritture e da come esse si sono formate nel tempo. Infatti, «le tradizioni di fede formavano l’ambiente vitale in cui si è inserita l’attività letteraria degli autori della sacra Scrittura. Questo inserimento comprendeva anche la partecipazione alla vita liturgica e all’attività esterna delle comunità, al loro mondo spirituale, alla loro cultura e alle peripezie del loro destino storico. L’interpretazione della sacra Scrittura esige perciò, in modo simile, la partecipazio¬ne degli esegeti a tutta la vita e a tutta la fede della comunità credente del loro tempo». [Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (15 aprile 1993), III, A, 3: Ench. Vat. 13, n. 3035.] Di conseguenza, «dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta», [Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei Verbum, 12] occorre che gli esegeti, i teologi e tutto il Popolo di Dio si accostino ad essa per ciò che realmente è, quale Parola di Dio che si comunica a noi attraverso parole umane (cfr 1Tes 2,13). Questo è un dato costante ed implicito nella Bibbia stessa: «nessuna Scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio» (2Pt 1,20-21). Del resto, è proprio la fede della Chiesa che riconosce nella Bibbia la Parola di Dio; come dice mirabilmente sant’Agostino, «non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica». [Contra epistolam Manichaei quam vocant fundamenti, V, 6: PL 42, 176]. È lo Spirito Santo, che anima la vita della Chiesa, a rendere capaci di interpretare autenticamente le Scritture. La Bibbia è il libro della Chiesa e dalla sua immanenza nella vita ecclesiale scaturisce anche la sua vera ermeneutica.

30. San Girolamo ricorda che non possiamo mai da soli leggere la Scrittura. Troviamo troppe porte chiuse e scivoliamo facilmente nell’errore. La Bibbia è stata scritta dal Popolo di Dio e per il Popolo di Dio, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Solo in questa comunione col Popolo di Dio possiamo realmente entrare con il «noi» nel nucleo della verità che Dio stesso ci vuol dire. [Cfr Benedetto XVI, Udienza Generale (14 novembre 2007): Insegnamenti III, 2 (2007), 586-591]. Il grande studioso, per il quale «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo», [Commentariorum in Isaiam libri, Prol.: PL 24, 17] afferma che l’ecclesialità dell’interpretazione biblica non è un’esigenza imposta dall’esterno; il Libro è proprio la voce del Popolo di Dio pellegrinante, e solo nella fede di questo Popolo siamo, per così dire, nella tonalità giusta per capire la sacra Scrittura.
Un’autentica interpretazione della Bibbia deve essere sempre in armonica concordanza con la fede della Chiesa cattolica. Così san Girolamo si rivolgeva ad un sacerdote: «Rimani fermamente attaccato alla dottrina tradizionale che ti è stata insegnata, affinché tu possa esortare secondo la sana dottrina e confutare coloro che la contraddicono». [Epistula 52, 7: CSEL 54, p. 426].
Approcci al testo sacro che prescindano dalla fede possono suggerire elementi interessanti, soffermandosi sulla struttura del testo e le sue forme; tuttavia, un tale tentativo sarebbe inevitabilmente solo preliminare e strutturalmente incompiuto. Infatti, come è stato affermato dalla Pontificia Commissione Biblica, facendo eco ad un principio condiviso nell’ermeneutica moderna, «la giusta conoscenza del testo biblico è accessibile solo a colui che ha un’affinità vissuta con ciò di cui parla il testo». [Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (15 aprile 1993), II, A, 2: Ench. Vat. 13, n. 2988.]
Tutto questo mette in rilievo la relazione tra la vita spirituale e l’ermeneutica della Scrittura. Infatti, «con la crescita della vita nello Spirito cresce anche, nel lettore, la comprensione delle realtà di cui parla il testo biblico».[ Ibidem, II, A, 2: Ench. Vat. 13, n. 2991.]
L’intensità di un’autentica esperienza ecclesiale non può che incrementare un’intelligenza della fede autentica riguardo alla Parola di Dio; reciprocamente si deve dire che leggere nella fede le Scritture fa crescere la stessa vita ecclesiale.
Da qui possiamo cogliere in modo nuovo la nota affermazione di san Gregorio Magno: «le parole divine crescono insieme con chi le legge». [Homiliae in Ezechielem, I, VII, 8: PL 76, 843 D.] In questo modo l’ascolto della Parola di Dio introduce ed incrementa la comunione ecclesiale con quanti camminano nella fede.

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