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PARROCCHIA S. GIROLAMO

O TUTTO O NIENTE: GESÙ DÀ TUTTO E CHIEDE TUTTO

Omelia di Papa Francesco nella Santa Messa per la canonizzazione dei Beati Paolo VI e Oscar Romero.

La seconda Lettura ci ha detto che «la parola di Dio è viva, efficace e tagliente» (Eb 4,12). È proprio così: la Parola di Dio non è solo un insieme di verità o un edificante racconto spirituale, no, è Parola viva, che tocca la vita, che la trasforma. Lì Gesù in persona, Lui che è la Parola vivente di Dio, parla ai nostri cuori.

Il Vangelo, in particolare, ci invita all’incontro con il Signore, sull’esempio di quel «tale» che «gli corse incontro» (cfr Mc 10,17). Possiamo immedesimarci in quell’uomo, di cui il testo non dice il nome, quasi a suggerire che possa rappresentare ciascuno di noi. Egli domanda a Gesù come «avere in eredità la vita eterna» (v. 17). Chiede la vita per sempre, la vita in pienezza: chi di noi non la vorrebbe? Ma, notiamo, la chiede come un’eredità da avere, come un bene da ottenere, da conquistare con le sue forze. Infatti, per possedere questo bene ha osservato i comandamenti fin dall’infanzia e per raggiungere lo scopo è disposto a osservarne altri; per questo chiede: «Che cosa devo fare per avere?».

La risposta di Gesù lo spiazza. Il Signore fissa lo sguardo su di lui e lo ama (cfr v. 21). Gesù cambia prospettiva: dai precetti osservati per ottenere ricompense all’amore gratuito e totale. Quel tale parlava nei termini di domanda e offerta, Gesù gli propone una storia di amore. Gli chiede di passare dall’osservanza delle leggi al dono di sé, dal fare per sé all’essere con Lui. E gli fa una proposta di vita “tagliente”: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (v. 21). Anche a te Gesù dice: “vieni, seguimi!”. Vieni: non stare fermo, perché non basta non fare nulla di male per essere di Gesù. Seguimi: non andare dietro a Gesù solo quando ti va, ma cercalo ogni giorno; non accontentarti di osservare dei precetti, di fare un po’ di elemosina e dire qualche preghiera: trova in Lui il Dio che ti ama sempre, il senso della tua vita, la forza di donarti.

Ancora Gesù dice: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri». Il Signore non fa teorie su povertà e ricchezza, ma va diretto alla vita. Ti chiede di lasciare quello che appesantisce il cuore, di svuotarti di beni per fare posto a Lui, unico bene. Non si può seguire veramente Gesù quando si è zavorrati dalle cose. Perché, se il cuore è affollato di beni, non ci sarà spazio per il Signore, che diventerà una cosa tra le altre. Per questo la ricchezza è pericolosa e – dice Gesù – rende difficile persino salvarsi. Non perché Dio sia severo, no! Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano, ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare. Perciò San Paolo ricorda che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Lo vediamo: dove si mettono al centro i soldi non c’è posto per Dio e non c’è posto neanche per l’uomo.

Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto: dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Anche oggi si dà a noi come Pane vivo; possiamo dargli in cambio le briciole? A Lui, fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi, non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto. A Lui, che ci offre la vita eterna, non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una “percentuale di amore”: non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente.

Cari fratelli e sorelle, il nostro cuore è come una calamita: si lascia attirare dall’amore, ma può attaccarsi da una parte sola e deve scegliere: o amerà Dio o amerà la ricchezza del mondo (cfr Mt 6,24); o vivrà per amare o vivrà per sé (cfr Mc 8,35). Chiediamoci da che parte stiamo. Chiediamoci a che punto siamo nella nostra storia di amore con Dio. Ci accontentiamo di qualche precetto o seguiamo Gesù da innamorati, veramente disposti a lasciare qualcosa per Lui? Gesù interroga ciascuno di noi e tutti noi come Chiesa in cammino: siamo una Chiesa che soltanto predica buoni precetti o una Chiesa-sposa, che per il suo Signore si lancia nell’amore? Lo seguiamo davvero o ritorniamo sui passi del mondo, come quel tale? Insomma, ci basta Gesù o cerchiamo tante sicurezze del mondo? Chiediamo la grazia di saper lasciare per amore del Signore: lasciare ricchezze, lasciare nostalgie di ruoli e poteri, lasciare strutture non più adeguate all’annuncio del Vangelo, i pesi che frenano la missione, i lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell’amore la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di «autocompiacimento egocentrico» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 95): si cerca la gioia in qualche piacere passeggero, ci si rinchiude nel chiacchiericcio sterile, ci si adagia nella monotonia di una vita cristiana senza slancio, dove un po’ di narcisismo copre la tristezza di rimanere incompiuti.

Fu così per quel tale, che – dice il Vangelo – «se ne andò rattristato» (v. 22). Si era ancorato ai precetti e ai suoi molti beni, non aveva dato il cuore. E, pur avendo incontrato Gesù e ricevuto il suo sguardo d’amore, se ne andò triste. La tristezza è la prova dell’amore incompiuto. È il segno di un cuore tiepido. Invece, un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore, diffonde sempre la gioia, quella gioia di cui oggi c’è grande bisogno. Il santo Papa Paolo VI scrisse: «È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto» (Esort. ap. Gaudete in Domino, I). Gesù oggi ci invita a ritornare alle sorgenti della gioia, che sono l’incontro con Lui, la scelta coraggiosa di rischiare per seguirlo, il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via. I santi hanno percorso questo cammino.

L’ha fatto Paolo VI, sull’esempio dell’Apostolo del quale assunse il nome. Come lui ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri. Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità. È bello che insieme a lui e agli altri santi e sante odierni ci sia Mons. Romero, che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli. Lo stesso possiamo dire di Francesco Spinelli, di Vincenzo Romano, di Maria Caterina Kasper, di Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e anche del nostro ragazzo abruzzese-napoletano, Nunzio Sulprizio: il santo giovane, coraggioso, umile che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e nell'offerta di sé stesso. Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare. Fratelli e sorelle, il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi.

OMELIA DEL PAPA A SANTA MARTA: CRISTIANI ABITUATI

Il Papa ci ricorda che occorre guardare agli ultimi arrivati, scoprire cosa accade a quei pagani che si convertono mentre noi, “abituati”, “viviamo il cristianesimo formalmente”, affinché possiamo rinnovare l’esperienza del “rapporto personale con Gesù”.

Omelia a Santa Marta, 5 ottobre.
Gesù rimprovera tre città (Cfr. Lc 10,13-16) – Betsàida, Corazìn, Cafarnao – perché avendolo lì, vedendo i suoi prodigi […] non fanno il passo di riconoscerlo come Messia. […] Ognuno pensi alla propria vita. Che ho ricevuto tanto dal Signore. Sono nato in una società cristiana, ho conosciuto Gesù Cristo, ho conosciuto la salvezza, sono stato educato, educata, alla fede. E con quanta facilità mi dimentico, e lascio passare Gesù. Un atteggiamento che contrasta con quello di altra gente che subito ascolta l’annuncio di Gesù, si converte e lo segue. Invece noi siamo “abituati”. E quest’abitudine ci fa male, perché riduciamo il Vangelo a un fatto sociale, sociologico, e non a un rapporto personale con Gesù. […] Come mai quei pagani che, appena sentono la predica di Gesù, vanno con lui, e io che sono nato, sono nata, qui, in una società cristiana, e per me il cristianesimo è come fosse un’abitudine sociale, una veste che ho indosso e poi la lascio? È così che Gesù piange su ognuno di noi quando noi viviamo il cristianesimo formalmente, almeno non realmente.[…] In sostanza quando noi facciamo questo, cerchiamo di gestire noi il rapporto con Gesù. È come se gli dicessimo: “Sì, io vado alla messa ma tu fermati nella chiesa che io poi vado a casa” […]. Facciamo finta di averlo con noi, ma lo abbiamo cacciato via. Siamo cristiani, fieri di essere cristiani, ma viviamo come pagani.

SOLENNITÀ DI SAN GAUDENZO PATRONO DELLA CITTÀ E DELLA DIOCESI DI RIMINI

Cliccando sulla riga seguente si può scaricare il manifesto della Festa di San Gaudenzo con i vari gesti e orari:

Download Manifesto_San_Gaudenzo_2018_con_Assemblea.pdf

UN GIOVANE PUÒ ANCORA INTERESSARSI A CRISTO?

Si può scaricare (in formato pdf) la pagina dedicata ai giovani della nostra Parrocchia di San Girolamo sul settimanale diocesano "Il Ponte" della scorsa settimana, cliccando sulla riga seguente:

Download Il_Ponte_del_30.09.18_p._13.pdf

PAPA FRANCESCO: «RECITIAMO IL ROSARIO PER L'UNITÀ DELLA CHIESA»

Il Santo Padre ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di ottobre; e a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi.

Nei giorni scorsi, prima della sua partenza per i Paesi Baltici, il Santo Padre ha incontrato padre Fréderic Fornos S.I., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera per il Papa; e gli ha chiesto di diffondere in tutto il mondo questo suo appello a tutti i fedeli, invitandoli a concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub tuum praesídium”, e con l’invocazione a San Michele Arcangelo che ci protegge e aiuta nella lotta contro il male (cfr. Apocalisse 12, 7-12).

La preghiera – ha affermato il Pontefice pochi giorni fa, l’11 settembre, in un’omelia a Santa Marta, citando il primo capitolo del Libro di Giobbe – è l’arma contro il grande accusatore che “gira per il mondo cercando come accusare”. Solo la preghiera lo può sconfiggere. I mistici russi e i grandi santi di tutte le tradizioni consigliavano, nei momenti di turbolenza spirituale, di proteggersi sotto il manto della Santa Madre di Dio pronunciando l’invocazione “Sub tuum praesídium”.

L’invocazione “Sub tuum praesídium” recita così:

“Sub tuum praesídium confúgimus,
sancta Dei Génetrix;
nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus,
sed a perículis cunctis líbera nos semper,
Virgo gloriósa et benedícta”.

[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o vergine gloriosa e benedetta.]

Con questa richiesta di intercessione, il Santo Padre chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare perché la santa Madre di Dio ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato, e impegnata a combattere senza nessuna esitazione affinché il male non prevalga.

Il Santo Padre ha chiesto anche che la recita del Santo Rosario durante il mese di ottobre si concluda con la preghiera scritta da Leone XIII:

“Sancte Míchael Archángele, defénde nos in próelio;
contra nequítiam et insídias diáboli esto praesídium.
Imperet illi Deus, súpplices deprecámur,
tuque, Prínceps milítiae caeléstis,
Sátanam aliósque spíritus malígnos,
qui ad perditiónem animárum pervagántur in mundo,
divína virtúte, in inférnum detrúde. Amen”.

[San Michele Arcangelo, difendici nella lotta, sii nostro presidio contro le malvagità e le insidie del demonio. Capo supremo delle milizie celesti, fa’ sprofondare nell’inferno, con la forza di Dio, Satana e gli altri spiriti maligni che vagano per il mondo per la perdizione delle anime. Amen.]

Sala Stampa della Santa Sede, 29.09.2018

Scarica il Comunicato della Sala stampa della Santa Sede cliccando sulla riga seguente:

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SUPERIAMO L’AUTOREFERENZIALITÀ LASCIANDOCI SORPRENDERE DA DIO

Papa Francesco prima dell’Angelus di ieri:

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa domenica (cfr Mc 9,38-43.45.47-48) ci presenta uno di quei particolari molto istruttivi della vita di Gesù con i suoi discepoli. Questi avevano visto che un uomo, il quale non faceva parte del gruppo dei seguaci di Gesù, scacciava i demoni nel nome di Gesù, e perciò volevano proibirglielo. Giovanni, con l’entusiasmo zelante tipico dei giovani, riferisce la cosa al Maestro cercando il suo appoggio; ma Gesù, al contrario, risponde: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi» (vv. 39-40).

Giovanni e gli altri discepoli manifestano un atteggiamento di chiusura davanti a un avvenimento che non rientra nei loro schemi, in questo caso l’azione, pur buona, di una persona “esterna” alla cerchia dei seguaci. Invece Gesù appare molto libero, pienamente aperto alla libertà dello Spirito di Dio, che nella sua azione non è limitato da alcun confine e da alcun recinto. Gesù vuole educare i suoi discepoli, anche noi oggi, a questa libertà interiore.

Ci fa bene riflettere su questo episodio, e fare un po’ di esame di coscienza. L’atteggiamento dei discepoli di Gesù è molto umano, molto comune, e lo possiamo riscontrare nelle comunità cristiane di tutti i tempi, probabilmente anche in noi stessi. In buona fede, anzi, con zelo, si vorrebbe proteggere l’autenticità di una certa esperienza, tutelando il fondatore o il leader dai falsi imitatori. Ma al tempo stesso c’è come il timore della “concorrenza” – e questo è brutto: il timore della concorrenza –, che qualcuno possa sottrarre nuovi seguaci, e allora non si riesce ad apprezzare il bene che gli altri fanno: non va bene perché “non è dei nostri”, si dice. E’ una forma di autoreferenzialità. Anzi, qui c’è la radice del proselitismo. E la Chiesa – diceva Papa Benedetto – non cresce per proselitismo, cresce per attrazione, cioè cresce per la testimonianza data agli altri con la forza dello Spirito Santo.

La grande libertà di Dio nel donarsi a noi costituisce una sfida e una esortazione a modificare i nostri atteggiamenti e i nostri rapporti. È l’invito che ci rivolge Gesù oggi. Egli ci chiama a non pensare secondo le categorie di “amico/nemico”, “noi/loro”, “chi è dentro/chi è fuori”, “mio/tuo”, ma ad andare oltre, ad aprire il cuore per poter riconoscere la sua presenza e l’azione di Dio anche in ambiti insoliti e imprevedibili e in persone che non fanno parte della nostra cerchia. Si tratta di essere attenti più alla genuinità del bene, del bello e del vero che viene compiuto, che non al nome e alla provenienza di chi lo compie. E – come ci suggerisce la restante parte del Vangelo di oggi – invece di giudicare gli altri, dobbiamo esaminare noi stessi, e “tagliare” senza compromessi tutto ciò che può scandalizzare le persone più deboli nella fede.

La Vergine Maria, modello di docile accoglienza delle sorprese di Dio, ci aiuti a riconoscere i segni della presenza del Signore in mezzo a noi, scoprendolo dovunque Egli si manifesti, anche nelle situazioni più impensabili e inconsuete. Ci insegni ad amare la nostra comunità senza gelosie e chiusure, sempre aperti all’orizzonte vasto dell’azione dello Spirito Santo.

COSA CI FA VIVERE?

Omelia nella XXVI Domenica del T.O. – Festa della Parrocchia San Girolamo, 30 settembre 2018

Ieri mattina siamo andati ad attendere l’alba con le due classi quinte delle Scuole elementari della Karis di Riccione, in cui insegno. È accaduto tante volte di aiutare i bambini ad aspettare il sorgere del sole, ma ogni volta è una sorpresa. Sì, la sorpresa di esserci; lo stupore per Qualcuno che ti precede e ti regala la vita ogni giorno. C’è Uno che mi sta creando in questo istante, in modo poco “democratico”, senza chiedermi il permesso di farmi nascere, con un gesto totalmente gratuito.
Dicendo queste cose ai bambini mi è venuto in mente un episodio di qualche giorno fa, accaduto nella sala docenti dell’Istituto Alberghiero, dove pure insegno, quando un professore, che si dichiara non credente, gridava a tutti: «Non è giusto, dovevano venirmi a domandare se volevo venire in questo mondo, e nessuno lo ha fatto!». Qui sta il mistero del nostro esistere: ci siamo e non ci facciamo da soli. Qualcuno ci ha tratto dal nulla, senza chiedere la nostra preventiva autorizzazione, e continua a crearci in questo istante, anche quando noi lo dimentichiamo o lo rifiutiamo.
Come siamo voluti e amati! La vita si decide nel dramma di questo rapporto.
In occasione della Festa parrocchiale, una pagina del nostro settimanale diocesano Il Ponte è dedicata ai giovani della nostra parrocchia. Mi colpiscono i loro contributi, che vi invito a leggere, perché sono una provocazione anche per noi adulti. Elena sottolinea che, per interessarsi a Cristo, occorre prendere sul serio questo «sentimento di incompletezza» che fa parte della nostra umanità. Alice, raccontando l’incontro che l’ha riavvicinata all’esperienza della Chiesa, dice che «è stata decisiva quella domanda: “rispetto a questa tua ferita, un anno in più, dieci anni in più di vita di tuo nonno, ti sarebbero bastati?”. Ho capito cosa desideravo, cercavo qualcosa di infinito».
Nell’incontro col nostro Vescovo, l’altro ieri sera, ci siamo chiesti, riprendendo le sue stesse parole: «ci può bastare il conformismo, l’attivismo, il devozionalismo?». «Siamo una comunità “del fare” – sottolineava ancora il Vescovo – o stiamo puntando sulla vetta della santità?». Rispetto alla domanda infinita di cui parlano queste ragazze, ci può bastare quello che possiamo fare noi, con il nostro impegno organizzativo o con le nostre pratiche di devozione? Quando sei di fronte a una persona cara che sta morendo o che è gravemente ammalata, puoi accontentarti del tuo attivismo o del tuo moralismo? Quando brucia il desiderio inesauribile del nostro cuore, che vibra in ogni brandello della nostra carne, ti puoi accontentare di un gruppo o di una associazione, di un ruolo nella comunità? Neppure la carriera ecclesiastica, come testimoniava il Vescovo raccontando la propria esperienza, può corrispondere a questo desiderio infinito.
Il Papa ci ricorda con forza che «il primo modo di morire [per una comunità ecclesiale] è quello di dare per scontate le “sorgenti”, cioè Chi muove la Missione». Senza partire da Gesù Cristo la Chiesa si riduce «all’efficientismo degli apparati di partito», con la conseguenza che, in questo modo, «è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici “auto-occupati” dovessero durare ancora per secoli» (Discorso all’assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie, 05.96.15). Il clericalismo di preti e laici nasce proprio quando si ripone la propria consistenza nel «funzionalismo manageriale» e nella «Chiesa come organizzazione», dimenticando la vita concreta del «Popolo di Dio» (Evangelii gaudium, 95).
Cos’è invece la Chiesa? Ce lo mostra l’episodio narrato nel brano del Vangelo di Marco proclamato nella liturgia di oggi: «“Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Ma Gesù disse: “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”(Mc 9,38-40)».
La Chiesa non può essere ridotta ad una comunità chiusa e autoreferenziale, perché è costituita dalla sorpresa continua dell’agire di Cristo, che opera in maniera inaspettata, senza curarsi del nostro clericalismo, per cui dovrebbe sempre rientrare tutto nei nostri schemi.
Nell’articolo su Il Ponte io racconto fatti e incontri che mi sorprendono e innanzitutto segnano la mia vita. Nel cristianesimo non c’è schema ma solo un avvenimento, una Presenza umana da accogliere e con la quale compromettersi, seguendo questi fatti e questi incontri.
Non si tratta di idee da condividere o no: nessuno decide di credere perché è d’accordo o, al contrario, se ne va perché non condivide delle teorie o dei concetti. Questi sono alibi che nascondono il vero dramma: una Presenza in carne ed ossa che entra nella tua vita e cambia tutto.
Il punto non è una dottrina da condividere o una morale da osservare, ma una Presenza carnale con cui compromettersi, secondo la semplicità così concreta del Vangelo.
Lo si vede bene tra noi: qualcuno è lieto perché sta cambiando la sua vita, e asseconda quello che gli sta accadendo; qualcun altro, tristemente, prende a pretesto dei particolari per non coinvolgersi. Le stesse cose affascinano l’uno e trovano resistenza in un altro. Lo si legge nel Vangelo: stessi miracoli, alcuni clamorosi ed evidenti, reazioni opposte. Occorre una lealtà col desiderio del proprio cuore, senza accontentarsi,. Leggete quella pagina, i nostri giovani cercano questo: luoghi che prendano sul serio le nostre domande e i nostri desideri, rapporti che non censurano la nostra umanità. Il problema non è chi ha ragione, ma cosa ci fa vivere.
Questa è una posizione fino in fondo laica e lontana da ogni clericalismo, nel quale invece tante volte ci rifugiamo, cercando la sicurezza in quello che pensiamo di dominare con le nostre forze.
Dobbiamo ricuperare questa laicità, cioè prendere sul serio la nostra umanità.
Occorre una semplicità di cuore per lasciarsi afferrare da Cristo senza opporre “scandali”: quello che ti scandalizza – ossia la barriera che metti tra te e la Presenza in carne ed ossa di Gesù, il quale ti viene incontro attraverso i nostri volti umani – taglialo, senza esitazioni (cfr. Mc 9,43-48).
Natalia parla di Gesù come «un Amore senza il quale non potrei più vivere».
E tu, di cosa hai veramente bisogno per vivere?

Si può scaricare il testo in formato pdf cliccando sulla riga seguente:

Download Omelia_nella_Festa_di_San_Girolamo_30.09.18.pdf

INCONTRO CON IL NOSTRO VESCOVO FRANCESCO

Nell'ultima riunione del Consiglio pastorale abbiamo lavorato sui contenuti della Lettera del Vescovo, in vista del nuovo anno pastorale.

E' stato un dialogo intenso sull'esperienza che stiamo vivendo, a partire dall'affermazione del Papa: "Noi non abbiamo un prodotto da vendere, ma una vita da comunicare. E’ lo Spirito Santo che porta avanti la Chiesa, non noi!”.

Per la bellezza del momento vissuto, desideriamo condividere e approfondire il dialogo con tutti gli amici della comunità parrocchiale e al nostro stesso Vescovo Francesco, che sarà con noi:

VENERDI' 28 SETTEMBRE ALLE ORE 21 NEL TEATRO PARROCCHIALE

SIAMO TUTTI INVITATI!

LA SANTITÀ CHE DIO COMPIE IN NOI

Due brani da recenti Discorsi di Papa Francesco:

Di fronte ai fatti in cui “Dio è stato così reso muto” occorre la “santità che Dio compie in noi”, che si realizza “toccando la sua carne”.

Ai Vescovi di recente nomina, 13 settembre.
Non serve la contabilità delle nostre virtù, né un programma di ascesi, una palestra di sforzi personali […] come se la santità fosse frutto della sola volontà. […] Prima ancora che noi esistessimo, Dio c’era e ci amava. La santità è toccare questa carne di Dio che ci precede. […] Le nostre risposte saranno prive di futuro se non raggiungeranno la voragine spirituale che, in non pochi casi, ha permesso scandalose debolezze, se non metteranno a nudo il vuoto esistenziale che esse hanno alimentato, se non riveleranno perché mai Dio è stato così reso muto, così messo a tacere, così rimosso da un certo modo di vivere, come se non ci fosse. […] Non serve puntare solo il dito sugli altri, fabbricare capri espiatori, stracciarsi le vesti, scavare nella debolezza altrui […]. Qui è necessario lavorare insieme e in comunione, certi però che l’autentica santità è quella che Dio compie in noi, quando docili al suo Spirito ritorniamo alla gioia semplice del Vangelo.

Ai sacerdoti e religiosi di Palermo, 15 settembre.
La gente non si scandalizza quando vede che il prete “scivola”, è un peccatore, si pente e va avanti… Lo scandalo della gente è quando vede preti mondani, con lo spirito del mondo. Lo scandalo della gente è quando trova nel prete un funzionario, non un pastore. […] Si possono fare tante discussioni sul rapporto Chiesa-mondo e Vangelo-storia, ma non serve se il Vangelo non passa prima dalla propria vita.

MISERICORDIA E LIBERTÀ

Papa Francesco - Catechesi nell'Udienza generale

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella catechesi di oggi torniamo ancora sul terzo comandamento, quello sul giorno del risposo. Il Decalogo, promulgato nel libro dell’Esodo, viene ripetuto nel libro del Deuteronomio in modo pressoché identico, ad eccezione di questa Terza Parola, dove compare una preziosa differenza: mentre nell’Esodo il motivo del riposo è la benedizione della creazione, nel Deuteronomio, invece, esso commemora la fine della schiavitù. In questo giorno lo schiavo si deve riposare come il padrone, per celebrare la memoria della Pasqua di liberazione.

Gli schiavi, infatti, per definizione non possono riposare. Ma esistono tanti tipi di schiavitù, sia esteriore che interiore. Ci sono le costrizioni esterne come le oppressioni, le vite sequestrate dalla violenza e da altri tipi di ingiustizia. Esistono poi le prigionie interiori, che sono, ad esempio, i blocchi psicologici, i complessi, i limiti caratteriali e altro. Esiste riposo in queste condizioni? Un uomo recluso o oppresso può restare comunque libero? E una persona tormentata da difficoltà interiori può essere libera?

In effetti, ci sono persone che, persino in carcere, vivono una grande libertà d’animo. Pensiamo, ad esempio, a San Massimiliano Kolbe, o al Cardinale Van Thuan, che trasformarono delle oscure oppressioni in luoghi di luce. Come pure ci sono persone segnate da grandi fragilità interiori che però conoscono il riposo della misericordia e lo sanno trasmettere. La misericordia di Dio ci libera. E quando tu ti incontri con la misericordia di Dio, hai una libertà interiore grande e sei anche capace di trasmetterla. Per questo è tanto importante aprirsi alla misericordia di Dio per non essere schiavi di noi stessi.

Che cos’è dunque la vera libertà? Consiste forse nella libertà di scelta? Certamente questa è una parte della libertà, e ci impegniamo perché sia assicurata ad ogni uomo e donna (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 73). Ma sappiamo bene che poter fare ciò che si desidera non basta per essere veramente liberi, e nemmeno felici. La vera libertà è molto di più.

Infatti, c’è una schiavitù che incatena più di una prigione, più di una crisi di panico, più di una imposizione di qualsiasi genere: è la schiavitù del proprio ego.[1] Quella gente che tutta la giornata si specchia per vedere l’ego. E il proprio ego ha una statura più alta del proprio corpo. Sono schiavi dell’ego. L’ego può diventare un aguzzino che tortura l’uomo ovunque sia e gli procura la più profonda oppressione, quella che si chiama “peccato”, che non è banale violazione di un codice, ma fallimento dell’esistenza e condizione di schiavi (cfr Gv 8,34).[2] Il peccato è, alla fine, dire e fare ego. “Io voglio fare questo e non mi importa se c’è un limite, se c’è un comandamento, neppure mi importa se c’è l’amore”.

L’ego, per esempio, pensiamo nelle passioni umane: il goloso, il lussurioso, l’avaro, l’iracondo, l’invidioso, l’accidioso, il superbo – e così via – sono schiavi dei loro vizi, che li tiranneggiano e li tormentano. Non c’è tregua per il goloso, perché la gola è l’ipocrisia dello stomaco, che è pieno ma ci fa credere che è vuoto. Lo stomaco ipocrita ci fa golosi. Siamo schiavi di uno stomaco ipocrita. Non c’è tregua per il goloso e il lussurioso che devono vivere di piacere; l’ansia del possesso distrugge l’avaro, sempre ammucchiano soldi, facendo male agli altri; il fuoco dell’ira e il tarlo dell’invidia rovinano le relazioni. Gli scrittori dicono che l’invidia fa venire giallo il corpo e l’anima, come quando una persona ha l’epatite: diventa gialla. Gli invidiosi hanno gialla l’anima, perché mai possono avere la freschezza della salute dell’anima. L’invidia distrugge. L’accidia che scansa ogni fatica rende incapaci di vivere; l’egocentrismo – quell’ego di cui parlavo - superbo scava un fosso fra sé e gli altri.

Cari fratelli e sorelle, chi è dunque il vero schiavo? Chi è colui che non conosce riposo? Chi non è capace di amare! E tutti questi vizi, questi peccati, questo egoismo ci allontanano dall’amore e ci fanno incapaci di amare. Siamo schiavi di noi stessi e non possiamo amare, perché l’amore è sempre verso gli altri.

Il terzo comandamento, che invita a celebrare nel riposo la liberazione, per noi cristiani è profezia del Signore Gesù, che spezza la schiavitù interiore del peccato per rendere l’uomo capace di amare. L’amore vero è la vera libertà: distacca dal possesso, ricostruisce le relazioni, sa accogliere e valorizzare il prossimo, trasforma in dono gioioso ogni fatica e rende capaci di comunione. L’amore rende liberi anche in carcere, anche se deboli e limitati.

Questa è la libertà che riceviamo dal nostro Redentore, il Signore nostro Gesù Cristo.

TUTTO SI DECIDE IN UN ISTANTE DI STUPORE

Omelia nella XXIII Domenica del T.O. – San Girolamo, 9 settembre 2018

Noi abbiamo bisogno di recuperare la semplicità e la concretezza del Vangelo. Una delle parole evangeliche, più capaci di esprimere l’esperienza di questa semplicità, è la parola stupore: «pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”» (Mc 7, 37). Non erano colmi di stupore solo per il miracolo della guarigione, ma perché avevano riconosciuto, in quel fatto, il segno che Gesù realizzava la profezia di cui abbiamo ascoltato in Isaia: «Dite agli smarriti di cuore: – e qui siamo tutti smarriti di cuore, abbiamo tutti bisogno di sentirci dirci dire – “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio […] Egli viene a salvarvi”. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto» (Is 35,4-6). Sono stupiti perché riconoscono l’azione di Dio, che risponde al desiderio del nostro cuore e realizza la sua promessa.
La vita cristiana è tutta nello stupore e a nessuno è impedita la possibilità di stupirsi, in qualunque situazione si trovi. Il miracolo, infatti, accade nella Decapoli, ovvero in territorio pagano (cfr. Mc 7, 31): la Chiesa è cattolica (il termine “cattolico” deriva dal greco kath’olòn, che significa “secondo il tutto”, la totalità)! Se ci chiudiamo nei nostri gruppi, senza “uscire” incontro a tutti, non siamo più la Chiesa. A nessuno è impedito di stupirsi, e, quando si fa l’esperienza dello stupore, non c’è bisogno di aggiungere altro dopo, come non c’era bisogno di condizioni particolari prima.
Chiunque, in qualsiasi condizione, può stupirsi e, quando ci si stupisce, si scopre che dentro l’esperienza dello stupore c’è già tutto, sei pieno di qualcosa che non avevi previsto, e questo è il cambiamento della vita, è la santità. Com’è semplice questa dinamica! È solo questa esperienza che cambia veramente la vita. Io riconosco, nel ministero sacerdotale vissuto nelle varie parrocchie e realtà ecclesiali, che i momenti in cui si è fecondi e si costruisce qualcosa di nuovo, sono gli istanti in cui si lascia prevalere un istante di stupore prima di ogni pensiero o progetto.
Sono lieto per questa estate, perché è stata piena di istanti di stupore. Lo stupore dei bambini con cui abbiamo fatto il campeggio, con lo stupore mio nel vedere la loro disponibilità e l’unità vissuta con gli adulti; lo stupore guardando l’alba con i ragazzi più grandi e riconoscendo, in un adulto che aveva visto sorgere tante volte il sole, lo stupore per un’esperienza nuova; lo stupore di vedere i nostri giovani giocare a calcetto saponato con gli ospiti della Capanna di Betlemme; lo stupore che mi ha riempito quando, prima di una riunione del Consiglio pastorale, un membro dello stesso CPP, che non poteva partecipare, ha inviato un contributo in cui, invece di una riflessione sulle cose da fare, ha raccontato di un momento in cui era stato stupito incontrando dei detenuti; lo stupore per vedere le amiche del coro fare i turni per assistere in ospedale la signorina Yvonne, segno che questa donna aveva suscitato un’esperienza di comunità; lo stupore per il gruppo che, con entusiasmo, sta preparando la Festa parrocchiale; lo stupore per dei rapporti che si intensificano condividendo una malattia o un momento drammatico dell’esistenza; lo stupore per una domanda rinnovata su Gesù che si ridesta in volti “vecchi” e “nuovi”, fino a sabato scorso quando, mentre pensavo a tutto il clamore mediatico sul male presente nella Chiesa, sono stato chiamato da due giovani universitarie che, con la mamma di una di loro, stavano pulendo le panche della nostra chiesa: ma cosa spinge due ragazze di vent’anni a lavorare così, tutte contente, mentre sui giornali, alla TV e sui social si dice ogni male dell’esperienza ecclesiale? Cos’hanno visto di diverso? Questo è ciò che rinnova la Chiesa: Cristo continua a suscitare un’attrattiva, ed io sono stupito per come, nelle ultime settimane, ho sperimentato l’accadere di un dialogo vero e profondo con giovani di questa età, anche nella nostra parrocchia.
La Chiesa vive di questo, non vive di organizzazione. L’esperienza cristiana non si nutre di un moralismo fatto di regole rigide, ma di questi istanti di stupore in cui si riconosce Gesù che agisce.
Tutto questo appare fragile e debole. Me ne sono accorto ieri sera, quando sono andato a trovare gli amici della Capanna di Betlemme, mentre si stava svolgendo, in viale Principe Amedeo, la manifestazione di una forza politica, a sua volta contestata da gruppi appartenenti ad altre forze antagoniste. Quando sono partito dalla parrocchia, dopo la messa del pomeriggio, le Forze dell’ordine erano schierate in tenuta antisommossa e già da qualche tempo l’elicottero della Polizia sorvolava la zona. Sono arrivato alla Capanna dove, invece, ho trovato gente contenta, giovani volontari (una giovane degli Scout dell’AGESCI e altri ragazzi di varie provenienze), assieme ad alcuni degli ospiti “fissi”, che conosco, i quali mi hanno salutato come amici.
Poco dopo, a pochi passi da noi (viale Dardanelli, dove si trova la Capanna di Betlemme, è parallelo ed è vicinissimo a viale Principe Amedeo) sono cominciati gli slogan pieni di rabbia e le cariche, l’elicottero della Polizia volava bassissimo per controllare la situazione e, quando passava sopra di noi, quasi non si riusciva a parlare. In quel momento è arrivato, inatteso, il pulmino del Banco Alimentare, con due amici di Comunione e Liberazione di Lugo. Avevano fatto una raccolta di alimenti straordinaria, in occasione del MotoGP di Misano. Abbiamo scaricato tutto assieme ai volontari della Capanna, mentre gli amici del Banco sono ripartiti subito per il magazzino di Imola, dopo una giornata di lavoro. A pochi passi gruppi di manifestanti si scontravano, mentre qui alla Capanna eravamo tutti col volto lieto, sistemando gli alimenti. Io mi sono fermato a chiacchierare con gli ospiti presenti nella Casa e poi sono stato a cena con loro.
Tutto questo sembrava molto debole rispetto alle Forze dell’ordine, intervenute per garantire la sicurezza di tutti, alla forza dei manifestanti che si contrapponevano tra loro, alla forza dei tanti problemi, per cui molti non hanno né cibo né abitazione.
Quella casa così semplice, nata dal desiderio con cui don Oreste voleva “augurare la buonanotte” a chi dorme per strada, quel gruppetto di volontari provenienti da esperienze e percorsi diversi, gli amici che col pulmino per tutta la giornata avevano raccolto alimenti e fatto la spola dal MotoGP alle opere di carità assistite dal Banco… Tutto sembrava tutto molto debole di fronte all’enormità dei problemi del mondo e alla forza di chi mostra i muscoli.
Sì, è una grande debolezza, che, come dice il Papa, è la forza dell’incarnazione, l’unica forza che porta una novità nel mondo.
Questa debolezza è la vera forza in cui ognuno di noi, e la Chiesa stessa, può consistere.

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L’ABBRACCIO CHE FA ARDERE IL CUORE

Lo scorso sabato sera sono andato a trovare gli amici della Capanna di Betlemme, opera dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, con i quali è nato un rapporto che cerco di incrementare e che ritengo significativo per la nostra comunità parrocchiale di San Girolamo.
Nel frattempo si stava svolgendo, in viale Principe Amedeo, la manifestazione di una forza politica, a sua volta contestata da gruppi appartenenti ad altre forze antagoniste.
Quando sono partito dalla parrocchia, dopo la messa del pomeriggio, le Forze dell’ordine erano schierate in tenuta antisommossa e già da qualche tempo l’elicottero della Polizia sorvolava la zona.
Sono arrivato alla Capanna dove, invece, ho trovato gente contenta, giovani volontari (una giovane degli Scout dell’AGESCI e altri ragazzi di varie provenienze), assieme ad alcuni degli ospiti “fissi”, che conosco, i quali mi hanno salutato come amici.
Poco dopo, a pochi passi da noi (viale Dardanelli, dove si trova la Capanna di Betlemme, è parallelo ed è vicinissimo a viale Principe Amedeo) sono cominciati gli slogan pieni di rabbia e le cariche (il giorno seguente ho saputo che, purtroppo, alcuni agenti sono rimasti feriti), l’elicottero della Polizia volava bassissimo per controllare la situazione e, quando passava sopra di noi, quasi non si riusciva a parlare.
In quel momento è arrivato, inatteso, il pulmino del Banco Alimentare con due amici di Comunione e Liberazione di Lugo. Avevano fatto un giro straordinario, con un sacco di cibo avanzato dai vari punti ristoro allestiti in occasione del MotoGP di Misano. Abbiamo scaricato tutto assieme ai volontari della Capanna, mentre gli amici del Banco sono ripartiti subito per il magazzino di Imola, dopo una giornata di lavoro.
A pochi passi si gridavano slogan con rabbia, mentre qui alla Capanna eravamo tutti col volto lieto, decidendo assieme dove sistemare gli alimenti.
Io mi sono fermato a chiacchierare con gli ospiti presenti nella Casa, poi sono stato a cena con loro.
Tutto molto debole rispetto alle Forze dell’ordine intervenute per garantire la sicurezza di tutti, alla forza dei manifestanti che si contrapponevano tra loro, alla forza dei tanti problemi, per cui molti non hanno né cibo né abitazione.
Quella casa così semplice, nata dal desiderio con cui don Oreste voleva “augurare la buonanotte” a chi dorme per strada, quel gruppetto di volontari provenienti da esperienze e percorsi diversi, gli amici che col pulmino per tutta la giornata avevano raccolto alimenti e fatto la spola dal MotoGP alle opere di carità assistite dal Banco… sembrava tutto molto debole di fronte all’enormità dei problemi del mondo e alla forza di chi mostra i muscoli.
Una grande debolezza, che, come dice il Papa, è la forza dell’incarnazione, l’unica vera forza che porta una novità nel mondo.
Questa debolezza è l’unica vera nostra forza, è il calore di un abbraccio in cui potersi davvero sentire a casa.
don Roberto

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Big capanna di betlemme
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“LA FORZA E LA DEBOLEZZA DELL’INCARNAZIONE”

Cari amici,

in questi giorni, proprio mentre si concludeva l’importante e delicato Viaggio Apostolico di Francesco in Irlanda, a conclusione dell’Incontro mondiale delle famiglie di Dublino, nuovi attacchi al Papa sono stati diffusi sui mezzi di informazione, anche da chi ha rivestito ruoli di responsabilità nella comunità ecclesiale.
Il dolore per questo attacco alla carne del Corpo di Cristo, diventa una mendicanza alla Misericordia di Dio, che è la vera novità nella Chiesa, fatta di uomini e donne peccatori come me e come voi. In essa c’è tutto il limite e il peccato possibile – e questo non è una novità – ma, dentro a questa fragile umanità, opera il Mistero, Dio stesso che si è fatto carne, Gesù Cristo, il falegname di Nazareth. Quel volto umano, quella carne, è il volto di una Misericordia più grande di ogni male che possiamo commettere o subire. Questa è la vera sorgente per la continua riforma della Chiesa, la quale “semper reformanda est”.
Quando non si guarda a Cristo, e non ci si lascia guardare da Lui, si vive la Chiesa con le logiche mondane, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Ma questo inizia da me, da te, dalla nostra comunità parrocchiale.
Anche questa circostanza è l’occasione, offerta a ciascuno di noi, per un passo nell’esperienza di ciò che la Chiesa è, per la verifica della possibilità di “toccare la carne di Cristo” e di essere continuamente risollevati dal Suo abbraccio.
Siamo insieme per sostenerci nello stesso percorso di Giovanni e Andrea, quando si ritrovarono invasi dallo stupore, dopo aver cenato per la prima volta con Gesù, in quell’incontro di cui non scorderanno più il giorno e l’ora (cfr. Gv 1,35-39).
Siamo insieme, guardati uno per uno, come furono guardati Zaccheo e Matteo (cfr. Lc 19, 1-10 e Mt 9, 9-13), peccatori considerati irredimibili e cambiati da quell’incontro imprevisto, come furono guardate la Maddalena e la Samaritana (cfr. Lc 8, 1-3 e Gv 4, 4-42), le quali, dal giorno del loro primo incontro, non poterono più pensare a loro stesse se non a partire da quello sguardo.
La Chiesa non è per uomini e donne perfetti, ma per chi, dentro ai propri limiti e peccati, leale con la propria umanità, non si accontenta di ciò che non riempie il cuore e si lascia continuamente riabbracciare e perdonare da Cristo.
La forza che abbiamo non consiste nella nostra capacità di non commettere peccati o in una organizzazione che possa risolvere i problemi interni con nuove regole: non siamo un’armata che marcia trionfalmente, ma un “esercito di perdonati” (Gaudete et exsultate, 82).
L’unica nostra risorsa è Gesù presente tra noi, l’unica nostra forza è la debolezza di Dio che si è fatto carne, questa è “la forza e la debolezza dell’Incarnazione”
Santa Madre Teresa di Calcutta, a un giornalista che le chiedeva quale fosse la prima cosa da cambiare nella Chiesa, rispose: “Lei ed io”.
Preghiamo per il Papa e per la nostra conversione,

Un abbraccio,
don Roberto
Rimini, 1 settembre 2018

Big papa francesco e poveri
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NON UN'IDEA MA UNA CARNE

Omelia nella XX Domenica del T.O. – Anno B – San Girolamo 19.08.18

La Liturgia, in queste domeniche, ci sta proponendo la lettura del sesto capitolo del Vangelo secondo Giovanni, con il percorso di queste persone – una folla numerosissima – inizialmente entusiaste di Gesù, fino al punto di volerlo fare Re. Lo devono inseguire fino a Cafarnao perché Cristo si sottrae a questo loro desiderio. Non vuole, infatti, diventare il loro Re, perché sa che, se lo seguiranno in quel modo, non capiranno mai quello che lui è venuto a portare e ciò che veramente risponde al loro bisogno. Si fermeranno a quel pane che hanno visto moltiplicato nel miracolo. Ma non è questo pane che può saziarli: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,27).
Quando però comincia a dire che avrebbe dato il suo corpo come cibo – «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (Gv 6,35) – proprio questi uomini, i più entusiasti di lui, i più affezionati, al punto che avrebbero anche combattuto per farlo Re, hanno cominciato a reagire: «Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: Sono disceso dal cielo?”». (Gv 6,41-42).
Così si è svelata l’obiezione di sempre, che è anche la nostra: in fondo riteniamo impossibile che Dio possa venirci incontro attraverso un uomo in carne ed ossa, di cui pensiamo già di saper tutto. Il clima si fa teso, ed è interessantissimo notare che Gesù non cerca di recuperare consenso o di smussare i contrasti. Egli va fino in fondo nel proporre la sua carne come vero cibo: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). A quel punto si mettono tutti a discutere: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (Gv 6,52). Sicuramente in quel momento si saranno inseriti i capi del popolo con la loro propaganda contro Gesù. Avranno buon gioco nel convincerli – come vedremo domenica prossima – ad andarsene tutti.
Quello che accadrà è impressionante: se ne andranno tutti coloro che erano maggiormente entusiasti per lui! Ma, in realtà, lo avevano seguito finché si trattava di un’idea che approvavano. Quando, invece, Cristo propone una carne, cambia tutto. Perché Gesù non cerca di comporre il contrasto e di farsi capire? Perché se uno se ne va a causa del fatto che non comprende quello che Cristo sta dicendo, il vero problema non è che non è chiara quell’affermazione, ma che non è disposto a capire e si comporta in modo irragionevole, perché non sta guardando con lealtà alla propria esperienza.
Se questi uomini si fossero domandati la ragione del loro trovarsi nella Sinagoga, pensando a come si erano sorpresi ad ascoltarlo per ore senza neppure preoccuparsi di comprare da mangiare; riflettendo sul fatto che volevano farlo Re e che, successivamente, lo avevano inseguito fino a Cafarnao, forse, si sarebbero accorti dell’attrattiva che quell’uomo esercitava sul loro cuore e che valeva la pena seguire. Invece si fermano al fatto che non capiscono. Ma è ragionevole smettere di seguire uno che ti aveva attratto fino a quel punto, solo perché avverti qualcosa che stona rispetto a quello che già pensi di sapere?
Questa è una verifica che ognuno di noi deve fare e nella quale nessuno può sostituirsi all’altro. Ma perché sono qui? Che ragioni ho per stare qui? La professione di fede di Pietro (cfr. Gv 6, 68-69), culmine di tutto il percorso, sarà piena di queste ragioni ritrovate nella sua esperienza. Chi, invece, non fa questa verifica, prima o poi se ne va, oppure rimane qui formalmente, come un’abitudine.
Sapete da cosa si distinguono le due posizioni? Dal fatto di essere contenti o no. Quante volte uno viene qui in chiesa e si lamenta perché gli altri non fanno abbastanza, perché le cose vanno male, perché la situazione non è come la vorresti, ecc.
Io penso che si debba tener conto di questo criterio nella vita: seguire chi è contento. Non, evidentemente, chi si accontenta, a livello superficiale, di una allegria spensierata, ma chi è realmente contento e, anche nel dramma e nel dolore, vive una letizia ultima.
Il cristianesimo si riconosce da questa passione per la vita e da questo gusto per l’esistenza, ovvero da questa letizia possibile in ogni circostanza. Per questo uno può dire: «Gesù, anche io non capisco tutto quello che stai dicendo, però sperimento che la vita con te è più lieta, è più bella, è più piena».
Ieri ho incontrato un’amica della nostra parrocchia, alle prese con una grave malattia e con cure impegnative. Mi ha colpito il fatto che potessimo parlarne lieti, riconoscendo in questa drammatica circostanza la possibilità di scoprire la bellezza del vivere. Per questo siamo insieme! Per aiutarci a vivere! Se tu non verifichi che questa è la vita, perché dovresti continuare a stare qui? Forse per un dovere? Prima o poi te ne andrai. Sei qui per una tua immagine? Presto o tardi .
Gesù non ti propone un’idea, ti propone una carne, la sua carne. Anche noi potremmo dire: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» Anche quando riconosciamo teoricamente che l’Eucarestia è il Corpo e il Sangue di Gesù, sovente riduciamo il Sacramento a rito o ad una devozione personale e non riconosciamo che l’Eucarestia genera un Popolo, il Suo Corpo, la Sua Carne. Spesso noi siamo come coloro che, quel giorno, erano nella sinagoga di Cafarnao: non crediamo che Gesù si possa incontrare realmente.
Io sono proprio lieto e certo di questo. Pur dentro la marea di peccati e di limiti, in cui ognuno di noi – io per primo – vive, sono certo che non abbiamo niente di meno di quegli uomini che quel giorno erano lì. Come per loro, i quali avevano davanti Gesù che donava se stesso e la sua carne, non è stato un passaggio automatico, così non lo è per noi oggi, di fronte alla stessa carne.
Io sono certo che davvero questa carne, oggi, la posso incontrare e la incontro, come l’hanno incontrata i discepoli. Sono sicuro che il percorso di Pietro, che culminerà nella sua professione di fede, è possibile oggi come allora. Occorre la semplicità di fidarsi non di un’idea, ma di una carne, di Qualcuno che non ti offre delle teorie, ma se stesso.
Ognuno di noi si trova con tutta la propria libertà di fronte a Gesù, il quale è disposto a perderci tutti – ma come ama la nostra libertà! – pur di poter conquistare realmente anche il cuore di uno solo.

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PREGHIERA PER LE VITTIME DI GENOVA E DEGLI INCIDENTI DI QUESTI GIORNI

Preghiamo per le vittime del crollo del ponte a Genova. Nei fatti di questi giorni, dagli incidenti di Bologna e Foggia ai giovanissimi morti a Rimini nelle ultime due settimane fino a quello che è accaduto l'altro ieri nel capoluogo ligure, emerge un grido a cui non risponde una spiegazione ma un volto, un abbraccio che ci strappa dal nulla ora e per l’eternità.
Tutto questo ci richiama alla serietà della vita e all’urgenza di rispondere alla chiamata di DIo. Affidiamo i defunti e tutti coloro che stanno soffrendo, guardando la Madonna, che ieri abbiamo celebrato Assunta in cielo in anima e corpo, sempre più certi che, come ha ricordato il Papa ai giovani, “l’umanità ferita viene risanata dall’incontro con Cristo Risorto”.

Big assunta

LA SEMPLICITÀ E LA CONCRETEZZA DEL VANGELO

Omelia nella XIX domenica del Tempo Ordinario
San Girolamo, 12 agosto 2018

«I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41).
La Liturgia, nel contesto del percorso che ci propone in queste domeniche con la lettura del capitolo sesto del Vangelo secondo Giovanni, ci presenta il manifestarsi di quell’ostilità nei confronti di Gesù che già era emersa nel brano letto nella scorsa settimana, proprio da parte di coloro che lo avevano inizialmente seguito con entusiasmo (cfr. Gv 6, 30-40).
Immedesimiamoci con il racconto evangelico: migliaia di persone avevano seguito Cristo ascoltandolo per ore, senza neppure preoccuparsi di procurarsi il cibo (cfr. Gv 1,1-14). Esaltati ulteriormente dal miracolo della moltiplicazione dei pani lo vogliono proclamare Re, apparentemente disposti a compiere qualsiasi cosa che avrebbe chiesto loro (cfr. Gv 6,15). Ma Gesù si sottrae, non è interessato a questo enorme consenso e, quello che sembra costituire l’apice del suo successo, non ha per lui alcun valore perché sa che lo stanno seguendo per una loro immagine e un loro progetto, senza comprendere chi Egli sia veramente: si sono fermati alla superficialità del miracolo, che non sanno leggere come segno di una realtà più grande (cfr. Gv 6,26). Tutti costoro lo seguono e lo raggiungono a Cafarnao. Gesù sta parlando nella sinagoga e, vedendoli, si commuove ulteriormente: il pane che cercano non può saziare il desiderio del loro cuore e neppure può compierlo il regno che hanno in mente, con a capo Cristo stesso. Lo seguono, ma per una riduzione ideologica del suo messaggio, che mai corrisponderà al desiderio del loro cuore.
Gesù è disposto anche a perderli tutti, pur di non permettere che si accontentino di un pane che non sazia. Per questo li sfida: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna» (Gv 6,27). Loro pongono la domanda sulla quale anche noi tante volte ci blocchiamo e che rivela una delle più gravi tentazioni di ridurre la proposta cristiana: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?» (Gv 6,28). Cristo risponde cominciando ad esplicitare la sua proposta.
Il Papa, domenica scorsa, ha commentato questo testo. «È una tentazione comune, questa, di ridurre la religione solo alla pratica delle leggi. Ma Gesù dà una risposta inattesa: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Queste parole sono rivolte, oggi, anche a noi: l’opera di Dio non consiste tanto nel “fare” delle cose, ma nel “credere” in Colui che Egli ha mandato» (Francesco, Angelus del 05.08.18).
Se Cristo avesse indicato delle norme di comportamento o se anche avesse chiesto di combattere per instaurare il regno che avevano in mente, non ci sarebbe stata reazione. Analogamente, la riflessione che stiamo facendo ora non ci creerebbe alcun problema se si limitasse a riproporre regole e principi dottrinali. Ma non è questo che corrisponde al cuore, non è questo ciò di cui abbiamo bisogno per vivere. Solo Lui può rispondere a questa esigenza infinita e per questo si offre tutto a noi, presentandosi come Colui che è disceso dal cielo (cfr. Gv 6, 38-40) e affermando esplicitamente: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,35).
Ci dona se stesso! Di fronte a questa offerta totale di sé ci si può commuovere oppure ci si può scandalizzare reagendo con ostilità, come coloro che lo ascoltano nella Sinagoga di Cafarnao, i quali – ricordiamolo ancora una volta – erano inizialmente i più entusiasti ed appassionati nel seguirlo.
Perché reagiscono in questo modo? Cosa li scandalizza? Si chiarisce nell’obiezione, che i Sinottici riferiscono agli abitanti di Nazareth – i quali avevano conosciuto Gesù fin dalla giovane età e non tolleravano che uno di loro potesse parlare e agire in quel modo – e che Giovanni riporta in questo contesto, ad indicare che si tratta dello scandalo di sempre, in ogni tempo, anche per noi in questo momento: «dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: Sono disceso dal cielo?”» (Gv 6,42). Non tollerano che Dio possa venire loro incontro in un uomo in carne ed ossa, che l’Onnipotente possa entrare nella nostra vita attraverso la fragile «carne» (Gv 6, 51) di uno come noi.
Rispetto ad ogni norma o a qualsiasi cosa Cristo avesse potuto chiedere a questi uomini, Egli ha invece offerto loro una proposta assolutamente più semplice: se stesso, il rapporto con Lui. Si tratta di una proposta che non chiede nessun requisito previo, nessuna capacità particolare: basta accettare il suo invito, come si accetta l’invito di un amico a prendere un caffè o ad andare a pranzo assieme.
Questa è la semplicità del Vangelo, ciò che è accaduto ai primi discepoli, Giovanni e Andrea, o ai pubblicani Matteo e Zaccheo, alla Samaritana e alla Maddalena.
L’urgenza più grande per noi in questo momento è quella di recuperare l’assoluta semplicità e l’estrema concretezza del Vangelo. Ma perché, pur essendo così semplice, non è facile accogliere questa proposta e, sovente, anche noi preferiamo il nostro attivismo o il nostro spiritualismo, un cristianesimo ridotto a regole o dottrine? Perché la proposta di Gesù non richiede nulla – chiunque può accettarla da subito, in questo istante, senza bisogno di nessuna condizione precostituita – se non il compromettersi con la Sua carne. Non si tratta più di un’idea, che ciascuno può manipolare secondo la propria interpretazione, ma di una carne: un volto, un abbraccio, come quello che il bambino riceve dalla madre e, anche se non è a posto e ne ha combinate di tutti i colori, è lieto.
Qui sta il dramma della nostra libertà, svelato nel drammatico dialogo raccontato dall’evangelista Giovanni. È il nostro dramma: l’alternativa tra lo scandalizzarsi del fatto che Dio ci venga incontro in una carne – come quella dei nostri volti e degli avvisi che daremo al termine della Messa – o il lasciarsi abbracciare.
Io vi propongo la carne di questo abbraccio, senza il quale non potrei più vivere.

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LA CHIESA SENZA TESTIMONIANZA È SOLTANTO FUMO

Dalle parole di Papa Francesco rivolte ai giovani ieri sera, sabato 11 agosto:

Nell’Apocalisse c’è un passo in cui Gesù dice: “Io busso alla porta: se voi mi aprite, io entrerò e cenerò con voi”: Gesù vuole entrare da noi. Ma io penso tante volte a Gesù che bussa alla porta, ma da dentro, perché lo lasciamo uscire, perché noi tante volte, senza testimonianza, lo teniamo prigioniero delle nostre formalità, delle nostre chiusure, dei nostri egoismi, del nostro modo di vivere clericale. E il clericalismo, che non è solo dei chierici, è un atteggiamento che tocca tutti noi: il clericalismo è una perversione della Chiesa. Gesù ci insegna questo cammino di uscita da noi stessi, il cammino della testimonianza. E questo è lo scandalo – perché siamo peccatori! – non uscire da noi stessi per dare testimonianza.
La Chiesa senza testimonianza è soltanto fumo...

Il Vangelo dice che Pietro entrò per primo nel sepolcro e vide i teli per terra e il sudario avvolto in un luogo a parte. Poi entrò anche l’altro discepolo, il quale – dice il Vangelo – «vide e credette» (v. 8). È molto importante questa coppia di verbi: vedere e credere. In tutto il Vangelo di Giovanni si narra che i discepoli vedendo i segni che Gesù compiva credettero in Lui. Vedere e credere. Di quali segni si tratta? Dell’acqua trasformata in vino per le nozze; di alcuni malati guariti; di un cieco nato che acquista la vista; di una grande folla saziata con cinque pani e due pesci; della risurrezione dell’amico Lazzaro, morto da quattro giorni. In tutti questi segni Gesù rivela il volto invisibile di Dio.

Non è la rappresentazione della sublime perfezione divina, quella che traspare dai segni di Gesù, ma il racconto della fragilità umana che incontra la Grazia che risolleva. C’è l’umanità ferita che viene risanata dall’incontro con Lui; c’è l’uomo caduto che trova una mano tesa alla quale aggrapparsi; c’è lo smarrimento degli sconfitti che scoprono una speranza di riscatto. E Giovanni, quando entra nel sepolcro di Gesù, porta negli occhi e nel cuore quei segni compiuti da Gesù immergendosi nel dramma umano per risollevarlo. Gesù Cristo, cari giovani, non è un eroe immune dalla morte, ma Colui che la trasforma con il dono della sua vita. E quel lenzuolo piegato con cura dice che non ne avrà più bisogno: la morte non ha più potere su di Lui.

Cari giovani, è possibile incontrare la Vita nei luoghi dove regna la morte? Sì, è possibile. Verrebbe da rispondere di no, che è meglio stare alla larga, allontanarsi. Eppure questa è la novità rivoluzionaria del Vangelo: il sepolcro vuoto di Cristo diventa l’ultimo segno in cui risplende la vittoria definitiva della Vita. E allora non abbiamo paura! Non stiamo alla larga dai luoghi di sofferenza, di sconfitta, di morte. Dio ci ha dato una potenza più grande di tutte le ingiustizie e le fragilità della storia, più grande del nostro peccato: Gesù ha vinto la morte dando la sua vita per noi. E ci manda ad annunciare ai nostri fratelli che Lui è il Risorto, è il Signore, e ci dona il suo Spirito per seminare con Lui il Regno di Dio. Quella mattina della domenica di Pasqua è cambiata la storia: abbiamo coraggio!

Quanti sepolcri – per così dire – oggi attendono la nostra visita! Quante persone ferite, anche giovani, hanno sigillato la loro sofferenza “mettendoci – come si dice – una pietra sopra”. Con la forza dello Spirito e la Parola di Gesù possiamo spostare quei macigni e far entrare raggi di luce in quegli anfratti di tenebre.

Big papa giovani

LA LETTERA DEL VESCOVO AI SACERDOTI

Il Vescovo nella lettera recapitata oggi ricorda ai sacerdoti "che una pastorale senza l'ossigeno dell'adorazione e senza il respiro della missione, Inevitabilmente si ridurrebbe ad una appendice decorativa della mia esistenza se non a una pratica affannata e frustrante", e indica alcuni fatti di rilievo in questa ultima parte dell'estate:

il Pellegrinaggio dei giovani dal Papa,

un contributo della Caritas diocesana sulla realtà dell'immigrazione

Meeting per l'amicizia fra i popoli (19-25 agosto).


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UN UMANESIMO VERO, SENZA CRISTO, NON ESISTE

Oggi, 6 agosto, Festa della Trasfigurazione, ricorre il 40° anniversario della nascita al cielo del Beato Paolo VI che sarà proclamato Santo da Papa Francesco il prossimo 14 ottobre.

Ricordiamo questo grande Papa del nostro tempo con un brano tratto dal suo messaggio in occasione del Natale del 1969.

“Oggi si parla di umanesimo. Questo sarebbe il termine moderno nel quale si risolve il cristianesimo. Natale dell’uomo oggi si vorrebbe celebrare, non del Verbo che si è fatto carne, non di Gesù che è venuto a noi Salvatore, Maestro, Fratello; dell’uomo che si salva da sé; dell’uomo che progredisce per sapienza e per forza propria, dell’uomo principio e fine a se stesso.

Ecco, Figli e Fratelli, ciò che Noi vi dobbiamo dire in questo felicissimo giorno: un umanesimo vero, senza Cristo, non esiste. E noi supplichiamo Dio e preghiamo voi tutti, uomini del nostro tempo, a risparmiarvi la fatale esperienza d’un umanesimo senza Cristo”..

(Papa Paolo VI, Natale 1969)

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L’OPERA DI DIO NON CONSISTE TANTO NEL “FARE” DELLE COSE, MA NEL “CREDERE” IN COLUI CHE EGLI HA MANDATO

Il Papa ci ha ricordato che l’opera di Dio non consiste tanto “nel fare”, ma nel credere in Cristo.

Quando sottolineiamo il primato del rapporto con Cristo rispetto al “nostro fare” non significa sminuire il valore del servizio che ciascuno di noi fa, ma, al contrario ritrovare le ragioni del nostro agire nella sorgente di tutto che è la Grazia, l’iniziativa gratuita e sorprendente di Dio che rende possibile quello che le nostre forze non potrebbero mai compiere.
Senza rendercene conto il nostro attivismo (tutto il nostro sforzo organizzativo) o il nostro spiritualismo (le pratiche “ascetiche” che pensiamo di essere capaci di compiere) ci fa presumere di poterci salvare da soli, con le nostre forze e con le nostre capacità.
L’esperienza cristiana è più semplice: basta accettare l’invito che, immeritatamente, riceviamo incontrando inaspettatamente Gesù che ci dice, come a Zaccheo 2000 anni fa, senza misurarci per i nostri limiti e le nostre colpe, “voglio venire a mangiare a casa tua”.

Ecco un brano tratto dalle parole di Francesco prima dell’Angelus di ieri, domenica 5 agosto:

È una tentazione comune, questa, di ridurre la religione solo alla pratica delle leggi, proiettando sul nostro rapporto con Dio l’immagine del rapporto tra i servi e il loro padrone: i servi devono eseguire i compiti che il padrone ha assegnato, per avere la sua benevolenza. Questo lo sappiamo tutti. Perciò la folla vuole sapere da Gesù quali azioni deve fare per accontentare Dio. Ma Gesù dà una risposta inattesa: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (v. 29). Queste parole sono rivolte, oggi, anche a noi: l’opera di Dio non consiste tanto nel “fare” delle cose, ma nel “credere” in Colui che Egli ha mandato. Ciò significa che la fede in Gesù ci permette di compiere le opere di Dio. Se ci lasceremo coinvolgere in questo rapporto d’amore e di fiducia con Gesù, saremo capaci di compiere opere buone che profumano di Vangelo, per il bene e le necessità dei fratelli.

CHI POTRÀ SAZIARE LA FAME E LA SETE DEL CUORE UMANO?

Omelia nella XVII domenica del Tempo Ordinario
San Girolamo, 29 luglio 2018

«Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi» (Gv 6,1-2).
Domenica scorsa abbiamo ascoltato il brano in cui l’evangelista Marco descrive la viscerale commozione di Cristo per le folle che lo seguono. Nel testo del Vangelo secondo Giovanni, proposto dalla liturgia odierna (Gv 6,1-15), è ugualmente descritto lo sguardo di Gesù nei confronti delle migliaia di persone che sono lì ad ascoltarlo, dimenticandosi perfino di mangiare: «alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”» (Gv 6,5).
Quale pane potrà sfamare una domanda come quella che ha condotto queste persone a seguire Gesù, senza neppure preoccuparsi di acquistare il cibo? Non si tratta solamente di un problema quantitativo, secondo le risposte di Filippo e Andrea, ma di una questione di fondo, che riguarda l’ampiezza infinita di quel desiderio umano per il quale Cristo è visceralmente commosso: chi potrà saziare la fame e la sete del nostro cuore? C’è una sproporzione assoluta tra i tentativi dei discepoli e il bisogno della folla: «Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”» (Gv 6,7-9). Tutto lo sforzo organizzativo della Chiesa non può rispondere a questa domanda infinita, ma neppure il prodigio compiuto da Gesù, in sé stesso, può soddisfare il desiderio profondo di quelle migliaia di persone, che lo seguivano per tutti i miracoli di guarigione che avevano visto (cfr. Gv 6,2) e, di fronte alla moltiplicazione dei pani, vogliono farlo Re (cfr. Gv 6,14-15). Non sono le guarigioni e nemmeno quest’ultimo gesto miracoloso a rispondere al nostro bisogno. Ancor meno lo può essere quel “regno” che immaginano tutti coloro che lo stanno seguendo, nel momento in cui il consenso riscosso da Cristo – potremmo chiamarlo il suo “successo pastorale” – raggiunge il suo apice. Tutte quelle persone erano entusiaste, avrebbero combattuto per Gesù, Lo avrebbero proclamato addirittura Re, ma non erano lì per Lui, stavano seguendo un loro progetto, ultimamente ideologico. Avevano sperimentato un’attrattiva suscitata da Cristo, ma ad essa non cedevano fino in fondo e si stavano fermando a quello che pensavano di aver capito di Lui. Potrebbe essere così per noi adesso, potremmo essere qui anche pieni di zelo e impegno ammirevole, ma per un nostro progetto e non per Lui. Infatti, come ci ricorda costantemente il Papa, non è così lontana la «tentazione di essere cristiani senza Cristo» (Omelia a Santa Marta, 27.06.13), con l’illusione di trovare una sicurezza nella conoscenza di alcune dottrine o nell’osservanza di una serie di norme, costruendo con le proprie forze un’organizzazione perfetta, nella quale «né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente» (Evangelii gaudium, 94).
Per questo Gesù si sottrae alla folla nel momento in cui vogliono «farlo Re» (Gv 6,15). Era al culmine del consenso nei Suoi confronti e chiunque, trovandosi in quella situazione – pensate a un genitore, a un insegnante o a un educatore che si trovassero ad avere un tale consenso, come sarebbero contenti di poter condurre sulla giusta via coloro che li seguono – avrebbe guidato quelle migliaia di persone secondo un progetto ritenuto giusto, ma non Cristo, che è disposto a perderli tutti pur di avere anche uno solo che, in una reale libertà, verifichi fino in fondo la Sua proposta e scelga di seguire veramente Lui.
Quelle migliaia di persone non lo stanno seguendo per ciò che può rispondere veramente al loro bisogno, cercano segni e prodigi, inseguono un loro progetto ideologico, ma neppure la realizzazione di un “regno perfetto” può saziare il desiderio infinito del loro cuore. Gesù non si lascia ridurre perché non vuole ridurre il loro bisogno, ma, al contrario, dilatare fino in fondo la loro domanda.
Per porsi di fronte a quelle migliaia di persone, con una sfida all’altezza del loro cuore, Cristo è disposto a perderli tutti, come vedremo nelle prossime domeniche, in cui la Liturgia ci proporrà la lettura di tutto il sesto capitolo del Vangelo secondo Giovanni, che terminerà il 26 agosto.
Gesù non ha paura della nostra libertà, poiché è visceralmente commosso per il nostro desiderio infinito e non può accettare di ridurlo: si consegna alla nostra personale verifica della Sua proposta, poiché non vuole servi ma amici (cfr. Gv 15,15).
Egli ama la nostra libertà ancor più della nostra salvezza.

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IL VERO PROTAGONISTA DELLA MISSIONE È LO SPIRITO DEL RISORTO

La Lettera del Vescovo per il nuovo anno pastorale:

Una premessa imprescindibile: “pastorale” è un aggettivo che non si può contrapporre a “missionario”. Siamo ormai consapevoli che o la pastorale è missionaria o semplicemente non è pastorale. Ma la Chiesa non è padrona della missione. L’opera missionaria è opera del bel Pastore, perché solo Lui può toccare i cuori. Il vero protagonista della missione è lo Spirito del Risorto. La missione non viene da una Chiesa autoreferenziale, autosufficiente, fondata su se stessa, sui suoi piani geometrici, su lambiccate strategie ‘pastorali’ disegnate a tavolino. Una Chiesa che al mondo racconta se stessa e le sue mirabolanti imprese. Finendo per assomigliare alle pur importanti organizzazioni di aiuto umanitario. Recentemente, parlando alle Pontificie Opere Missionarie, il Papa ha parlato a taglio netto: “Noi non abbiamo un prodotto da vendere, ma una vita da comunicare. E’ lo Spirito Santo che porta avanti la Chiesa, non noi!”.

[…] Il testo-base di riferimento per il prossimo anno pastorale non potrà che essere la “Rallegratevi ed esultate”, che ho pensato di accompagnare con la Lettera Pastorale “Vi annuncio una grande gioia – Tutti chiamati alla santità”, in cui cerco di incrociare il tema della gioia – tipico del vangelo del prossimo anno C, secondo Luca – con il tema centrale della santità, secondo Francesco.

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L’ABBRACCIO VISCERALMENTE COMMOSSO DI CRISTO


Omelia nella XVI domenica del Tempo Ordinario
San Girolamo, 22 luglio 2018

«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore» (Mc 6,34).
Gesù è commosso per la folla, per tutta l’umanità, per la singola persona, per me e per te, nessuno escluso, in qualsiasi situazione ognuno di noi si trovi in questo momento, qualsiasi limite o peccato pesi sulla nostra coscienza. Lo ripeto: nessuno è escluso da questo sguardo commosso di Cristo, che non è rivolto genericamente a una folla – spesso, invece, noi parliamo delle categorie di persone, come i migranti, gli omosessuali, i divorziati, i poveri, i ricchi, ecc. – ma ad ogni volto concreto, col proprio nome e con la propria unicità irripetibile: quando pensiamo a una persona, chiunque sia, ricordiamoci innanzitutto che è guardata con questa tenerezza da Cristo.
Qual è la natura di questa commozione? Qui Marco utilizza lo stesso verbo con cui Luca descrive il sentimento di Gesù nei confronti della vedova di Nain che portava al sepolcro l’unico figlio, mentre, «preso da grande compassione, le disse: “Donna, non piangere”» (Lc 7,13). Troviamo lo stesso verbo in Matteo per esprimere la commozione di Gesù nei confronti di due ciechi seduti lungo la strada (Mt 20,34) e, nello stesso vangelo secondo Marco, nei confronti di un lebbroso che lo supplica in ginocchio (Mc 1,4). Si tratta di una commozione viscerale per il dolore dell’umanità, per il nostro bisogno più profondo, per le autentiche esigenze del nostro cuore (1) .
Cristo è visceralmente commosso per il desiderio infinito che emerge in ogni brandello della nostra umanità e costituisce il cuore di ogni uomo e di ogni donna.
I primi ad essere oggetto di questa tenerezza sono proprio gli apostoli, provati dall’impegno nella missione. Gesù, desiderando che non si perdano il meglio dell’esperienza che stanno vivendo, li chiama a sé: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31). Li invita a stare con Lui, poiché tutto il loro sforzo non può rispondere al desiderio che hanno in comune con coloro che li cercano giorno e notte, senza dar loro «neanche il tempo di mangiare» (Ibid.). È per l’ampiezza infinita di questo desiderio che Cristo è commosso, un bisogno a cui, come gli apostoli, anche noi non possiamo pensare di poter rispondere con una efficienza organizzativa: quando si riduce la vita della comunità a questo “funzionalismo” diventiamo tutti, preti e laici, come i cattivi pastori rimproverati da Dio perché «fanno perire e disperdono il gregge» (Ger 23,1), senza preoccuparsi delle pecore e addirittura scacciandole via (cfr. Ger 23,2).
In Gesù si realizza la promessa di Dio: «Radunerò io stesso il resto delle mie pecore» (Ger 23,3). Questo compimento accade nella Sua Persona, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura: «in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini […] per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo» (Ef 2, 13-15).
Tutti gli uomini e le donne del mondo intero sono attorno alla Chiesa oggi, come la folla che seguiva gli Apostoli in quei giorni, perché attendono uno sguardo che possa abbracciare tutto il loro bisogno. Spesso si allontanano perché non diamo loro Cristo, l’unico che può rispondere a questo desiderio infinito che Lo commuove.La missione della Chiesa nasce da questa commozione viscerale e, se diamo per scontata l’origine, la sorgente di tutta la nostra azione, la comunità cristiana si chiude in un settarismo che esclude invece di abbracciare. Un intervento di Papa Francesco ci aiuta a comprendere come l’opera evangelizzatrice scaturisca sempre dalla commozione di Gesù.
«L’umanità ha tanto bisogno del Vangelo. […] Senza l’inquietudine e l’ansia della evangelizzazione non è possibile sviluppare una pastorale credibile ed efficace. […] Per favore, state attenti a non cadere nella tentazione di diventare una ONG, un ufficio di distribuzione di sussidi ordinari e straordinari. […] Il funzionalismo, quando si mette al centro oppure occupa uno spazio grande, quasi come se fosse la cosa più importante, vi porterà alla rovina; perché il primo modo di morire è quello di dare per scontate le “sorgenti”, cioè Chi muove la Missione. Per favore, con tanti piani e programmi non togliete fuori Gesù Cristo dall’Opera Missionaria, che è opera sua. Una Chiesa che si riduca all’efficientismo degli apparati di partito è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici “auto-occupati” dovessero durare ancora per secoli» (2).
Questa sorgente è quanto di più reale vi sia: occorre essere fino in fondo leali circa ciò di cui abbiamo bisogno per vivere. In questi giorni, di fronte alla vicenda di una giovane amica, morta subito dopo aver dato alla luce il figlio tanto atteso, e del marito di un’altra cara amica, morto dopo una dolorosa malattia, mi sono reso conto ancora di più della concretezza di questa commozione viscerale di Dio, dalla quale siamo generati in questo istante e per sempre. La figlia ventenne di quest’ultimo amico, intervenendo al termine del funerale, ha riportato una frase del padre, il quale pur essendo medico e quindi cosciente della sua malattia inguaribile, ripeteva continuamente: «ci si salva?». Con una chiarezza impressionante questa ragazza ha detto di fronte a tutti che la salvezza non poteva consistere nella guarigione – nessuno altrimenti si potrebbe salvare poiché, presto o tardi, tutti moriremo – ma nella Presenza di Cristo Risorto ora, che ci fa vivere per l’eternità.
«Ci si salva?». A questa domanda infinita non risponde una spiegazione che “sistema” il dramma, ma l’abbraccio visceralmente commosso di Cristo, il quale, come mi è accaduto nel giorno di questi due funerali, riempie di letizia e di gratitudine per la vita che ci viene ridonata, strappandoci dal nulla istante per istante.
C’è qualcosa di più reale e di più concreto – ovvero di più utile per vivere – di questo?

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1) Il verbo σπλαγχνίζομαι (splagchnizomai), che significa “commuoversi”, “essere mosso a pietà”, rimanda al termine σπλάγχνα (splánchna), che indica le viscere. Esso denota dunque una commozione viscerale, provocata dalla vista del dolore di chi incontra. Il sostantivo σπλάγχνα (splánchna) equivale all’ebraico rahamîm – viscere, parti interne – utilizzato, ad esempio, in Is 49,15: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».
2) FRANCESCO, Discorso ai partecipanti all'assemblea generale delle Pontificie opere missionarie, Sala Clementina 05.05.15, in L’Osservatore Romano (06.06.15), 7.
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IL FORTE MAGISTERO ORDINARIO DEL PAPA. CIÒ CHE FA VIVA LA CHIESA

Leggi l'Editoriale di oggi (18.07.18) su Avvenire:
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/cio-che-fa-viva-la-chiesa-stefania-falasca-il-magistero-del-papa

Il
forte magistero ordinario del Papa. Ciò che fa viva la Chiesa

Ci sono parole papali che possono risultare urticanti. Come queste, pronunciate nell’Angelus di domenica scorsa, che mettono il dito su un aspetto non certo secondario, la missione della Chiesa e le sue modalità concrete: «Non manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée», non agiscono così gli autentici «messaggeri del Regno di Dio» che altro non possono avere se non un «bastone e dei sandali», «né pane, né sacca, né denaro nella cintura» perché «il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori». Perché questo è secondo il Vangelo lo stile dell’autentica vocazione missionaria, caratterizzata dalla povertà dei mezzi.
Papa Francesco ha poi anche descritto i connotati elementari della dinamica propria e imparagonabile dell’annuncio cristiano e del dinamismo missionario: cioè che la missione di annunciare il Vangelo, affidata agli apostoli da Cristo, è in realtà il semplice «riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella loro azione missionaria». Il che vuol dire che il metodo è sempre lo stesso: guardare al Vangelo e a quello che Cristo ha detto e fatto nel Vangelo e sottolineare ancora che la Chiesa non è padrona della missione. Non è la prima volta che, dall’Evangelii gaudium in qua, il Papa ripete quale sia la sorgente della natura missionaria. Perché si tratta di un punto vitale. «Il primo modo di morire è quello di dare per scontate le sorgenti, cioè Chi muove la missione» ha infatti ribadito più di una volta. Se queste sorgenti vengono messe in ombra, di fatto è Gesù Cristo stesso a essere tagliato fuori dall’opera missionaria, che è opera Sua, perché solo Lui può toccare i cuori delle persone. E si alimenta invece la gòra di una missionarietà "funzionalista", quella che viene da una Chiesa auto-sufficiente, che si fonda su se stessa, sui suoi mezzi, i suoi piani, le sue strategie e che al mondo racconta se stessa, le sue imprese, finendo per assomigliare alle pur importanti organizzazioni di aiuto umanitario, per le quali può bastare un brand originale per distinguersi dalle altre nell’immenso mondo del soccorso della sofferenza e nel fiorire di companies che fanno pubblicità a se stesse.
In più occasioni in questi ultimi mesi Francesco è allora tornato a dire con chiarezza nelle sue omelie a Santa Marta alcuni aspetti della evangelizzazione. Evangelizzare non significa mettere in atto «piani pastorali ben fatti, perfetti» incapaci però di far arrivare un annuncio: Gesù non manda gente con «un atteggiamento imprenditoriale». «L’evangelizzazione non è una testardaggine umana», «è lo Spirito Santo» il «vero protagonista» della missione che chiama ogni cristiano. Infine, quanto «è brutto» vedere evangelizzatori che, a motivo del loro impegno, pensano di «aver fatto carriera», nella Chiesa o nella società, e hanno «la presunzione di voler essere serviti»…
Con le Pontificie Opere Missionarie, il Papa è stato poi anche più esplicito: «Noi non abbiamo un prodotto da vendere – non c’entra qui il proselitismo, non abbiamo un prodotto da vendere –, ma una vita da comunicare: Dio, la sua vita divina, il suo amore misericordioso, la sua santità! Ed è lo Spirito Santo che ci invia, ci accompagna, ci ispira: è Lui l’autore della missione. È Lui che porta avanti la Chiesa, non noi. Lascio a Lui – possiamo domandarci – lascio a Lui di essere il protagonista? O voglio addomesticarlo, ingabbiarlo, nelle tante strutture mondane ma con la benedizione di Dio? Lascio che sia Lui o lo ingabbio?».
Tutto questo a riprova di qual è per il Papa il pericolo di una vera confusione nella Chiesa. E a riprova del fatto che gli accenni riformatori più fecondi e spiazzanti, Francesco li semina nelle pieghe della sua predicazione ordinaria, che è quella delle omelie delle Messe a Santa Marta, degli Angelus domenicali, delle udienze.
Accenni tuttavia spesso ignorati non solo dai grandi circuiti mediatici, occupati a incasellare i suoi gesti nelle agende liberal o conservative, ma anche da quegli apparati ecclesiali avvezzi a trasformare i suggerimenti papali in nuovi conformismi e a coltivare forme di protagonismo ecclesiale. Ma se Dio fa crescere il Regno attraverso chi non conta, perché nessuno possa vantarsi dicendo che la crescita del Regno è opera sua, tutto questo non può rimanere solo come un armamentario di spiritualismi da mettere in apertura a qualche conferenza. Occorre che il dinamismo di grazia con cui cresce il Regno di Dio giudichi anche i criteri concreti e operativi di tutte le attività pratiche legate alla missione. «Altrimenti una Chiesa che si riduca all’efficientismo degli apparati è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici dovessero durare ancora per secoli».

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TV2000 SU SANDRA SABATTINI

Ieri TV2000 ha trasmesso un servizio su Sandra Sabattini.

Ecco il link:

https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=HoHDUqagtYo

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