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PARROCCHIA S. GIROLAMO

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Cari amici,
in occasione della terza Giornata Mondiale dei poveri ricordo che ancora è possibile dare la propria disponibilità per il pranzo dei poveri col vescovo di domenica prossima.
Lo scorso anno per i 7 di San Girolamo che hanno partecipato è stata un’esperienza molto significativa.
C’è anche la possibilità, giovedì sera con me e venerdì sera con Franz Cucci di condividere la cena con gli amici della Capanna di Betlemme.
Venerdì sera ci sarà la veglia diocesana a San Bernardino. Poi alla fine del mese, sabato 30, ci sarà anche la Colletta alimentare.
Vi ripropongo tutte queste possibilità perché mi accorgo che prendendo sul serio la proposta del Papa per questa giornata sperimento quella novità di cui ho bisogno per vivere.

LA COMUNITÀ DI SAN GIROLAMO RICORDA DON GIUSEPPE BONINI

«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2Tim 4,7). Don Giuseppe Bonini, nostro parroco dal 1965 al 1998, ma legato per sempre alla nostra Comunità parrocchiale di San Girolamo fino alle ultime ore della sua esistenza terrena, è sempre stato disposto a combattere per il suo popolo fino a comprendere, nei passi della sua lunga vita, che la vera battaglia è la verifica della fede.
Don Bonini non si è mai concepito se non nell’appartenenza al popolo cristiano, testimoniando questo legame, per lui decisivo, nell’obbedienza ai Vescovi che si sono succeduti alla guida della nostra Diocesi, nella cura delle relazioni, visitando gli ammalati, andando a mangiare a casa dei parrocchiani, interessandosi delle vicende umane di coloro che gli erano dati, viaggiando con loro, organizzando feste e gite, compromettendosi nei rapporti e vivendo così la «carità pastorale» in cui il Concilio Vaticano II individua la strada per la santità di chi è chiamato ad essere pastore, oltre ogni tentazione riconducibile ora al devozionalismo ora all’attivismo.
Papa Francesco la ripropone con semplicità e radicalità disarmante, affermando che per un prete, come per Gesù, ci sono due momenti forti che costituiscono il fondamento della sua missione: per Cristo erano, «l’incontro col Padre e l’incontro con le persone», per il sacerdote sono «l’incontro con Gesù e l’incontro con i fratelli»; Cristo «mai, mai, si è legato alle strutture, ma sempre si legava ai rapporti», e così è chiamato a vivere un pastore (Genova, 27 maggio 2017). Tutti qui a San Girolamo ricordano questa attenzione di don Giuseppe ai rapporti e alle singole persone, in un amore alla Chiesa che lo rendeva accogliente nei confronti di tutte le realtà ecclesiali suscitate dallo Spirito Santo, senza chiusure o preconcetti.
Certamente la cura della liturgia e del coro, sostenendo l’opera educativa della fondatrice Yvonne Valpondi e seguendo personalmente le persone che vi partecipavano, ha contraddistinto il suo ministero di parroco. Al tempo stesso era ugualmente attento nella cura dei gruppi di catechismo, e, fattore importante che va ricordato, non è mai mancata un’attenzione reale ai giovani e al loro cammino, valorizzandoli e provocandoli ad assumersi responsabilità, nella direzione del coro, nella guida dei gruppi di catechismo e in altre attività, con una cura e una riconoscenza per la singola persona che ha colpito le persone che si sono coinvolte nella vita comunitaria. Non bisogna inoltre dimenticare la cura degli ambienti per la liturgia e per la pastorale, dall’oratorio, con le aule di catechismo, all’atrio della chiesa, che desiderava fosse realmente un segno di apertura e di accoglienza nei confronti di tutti, analogamente al «cortile dei gentili».
Si potrebbe proseguire, e sicuramente dimentichiamo qualche aspetto che avremo modo di ricordare e valorizzare in seguito, ma occorre riconoscere che ciò che ha colpito maggiormente in don Giuseppe è il suo percorso di fede, tutt’altro che scontato anche in un sacerdote. Tanti testimoniano di averlo visto cambiare e di aver riconosciuto una sua disponibilità a convertirsi e a crescere nel cammino di fede, fino agli ultimi anni, quando testimoniava la gioia di essere prete nella condizione della vecchiaia, maturando l’offerta della sua vita per il suo popolo.
La vita di un uomo non si decide nella coerenza o nella impeccabilità, ma nella semplicità di cuore con cui si lascia commuovere quando il Mistero di Dio fa irruzione nella sua vita e don Bonini si è lasciato fino in fondo commuovere per come Cristo ha afferrato e fatta Sua la nipote Sandra Sabattini, che sarà Beata il prossimo 14 giugno 2020. Fu proprio don Giuseppe a invitare don Oreste Benzi a un incontro con il gruppo dei coetanei di Sandra e lei, ragazzina dodicenne, ne fu affascinata, partecipando nell’anno successivo al campo estivo alla Casa Madonna delle Vette a Canazei. Questo cambiò la vita di Sandra e don Bonini, che in quegli anni curava il gruppo dei giovani della sua età in parrocchia, non osteggiò mai la partecipazione della nipote alla vita della Comunità Papa Giovanni XXIII, secondo quell’amore alla Chiesa già qui sottolineato.
Un prete non è padre solo di chi si coinvolge nei gruppi che vivono all’ombra del suo campanile, ma esprime la sua autentica paternità introducendo i suoi fedeli nell’appartenenza all’unica Chiesa universale.
Don Giuseppe è stato fino in fondo padre lasciando che la nipote seguisse il Signore secondo la modalità con cui Lui l’aveva scelta e preferita, così come la Parrocchia di San Girolamo scopre la sua fecondità in una figlia che ha vissuto il suo cammino in una realtà ecclesiale diversa dai gruppi parrocchiali, ma che riconosciamo non meno parte di noi, nell’appartenenza all’unico Popolo di Dio.
Così vive la Chiesa, che don Bonini ha amato e servito, la quale continua ad annunciare quella Misericordia che è l’ultima parola sulla vita del nostro primo parroco e di ciascuno di noi.

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RICERCARE QUEGLI OCCHI NELLA STESSA CARNE IN CUI TI HANNO GUARDATO

Omelia nella XXXI Domenica del T.O. – San Girolamo, 3 novembre 2019

Proviamo ad immedesimarci in quell’uomo, Zaccheo, «capo dei pubblicani e ricco» (Lc 19,2). Apparteneva a una categoria di persone considerata irredimibile, era disprezzato in quanto traditore del suo popolo, si arricchiva approfittando della sua posizione e sfruttando gli altri senza scrupoli. Con ogni probabilità, lui che è presentato come il capo dei pubblicani, viveva in modo dissoluto e depravato. Doveva avere schifo di se stesso, non si immischiava nella folla perché uno come lui non si doveva neanche toccare, ma era piccolo di statura e non vedeva (cfr. Lc 19,3).
Zaccheo non vedeva altro che il proprio male, eppure una novità si insinua, il suo cuore è più grande del suo peccato, il suo desiderio non può essere annullato neanche dagli innumerevoli peccati che ha commesso: è lì più potente che mai, ridestato da ciò che ha sentito dire di quell’uomo, che abbracciava gente come lui, che stava con ladri e prostitute. Si è mosso, ha rischiato sul proprio desiderio ed è salito sul sicomoro per poter vedere Gesù (cfr. Lc 19,4).
Chi è venuto oggi qui con la stessa domanda di Zaccheo, magari ferito dai propri peccati, magari ladro o prostituta, o, peggio, gravato dal peso di una colpa che si considera imperdonabile? Chi è venuto qui a mendicare una speranza, per potersi tornare a guardare allo specchio senza aver ribrezzo di sé? Tutto il male che aveva fatto non aveva potuto bloccare il suo desiderio, che superava, almeno per quel momento, la vergogna di sé.
Poi accade quello che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il cristianesimo è sempre un avvenimento imprevisto e imprevedibile, non richiede condizioni previe, non esige di essere adatti, non ha bisogno di persone predisposte, accade e basta. Tutta la vita di Zaccheo si è decisa in quell’istante, quando Gesù ha «alzato lo sguardo» e gli ha detto: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5).
Zaccheo non si era mai sentito così se stesso come quando ha sentito pronunciare il suo nome, per la prima volta con stima, mentre era abituato a chi si rivolgeva a lui con disprezzo, come facevano i farisei. Nessun rimprovero, nessun richiamo morale, nessuna preoccupazione etica da parte di Gesù, solo la tenerezza di quello sguardo e il desiderio di andare a mangiare da lui. Mentre Zaccheo voleva semplicemente vederlo Cristo prende iniziativa verso di lui, assetato del suo desiderio, colpito da chi lo aveva cercato con quell’intensità, commosso dal vibrare di quel desiderio.
L’annuncio del cristianesimo non è mai una esortazione di tipo etico ma è una passione per l’uomo, un interesse reale al nostro desiderio, Cristo non pretende nulla, non gli chiede di cambiare vita, vuole solo andare a casa sua, stupito lui per primo per avere incontrato un uomo così disposto a tutto per vederlo. Ma solo a partire dallo sguardo di Gesù lui comincia a vedere, a poter guardare a se stesso senza avere ribrezzo per se stesso e scandalo per il proprio male : «Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia» (Lc 19, 6).
Non è accaduto quella volta, ma accade ora, a te che sei nel dolore per i tuoi peccati, a te che pensi che il tuo male sia l’ultima parola, a te che pensi non esserci più la possibilità del perdono, a te che sei distratto o pieno di domanda, a te che ritieni di essere lontano dalla Chiesa e non sai neppure perché sei venuto a messa, a te che da sempre frequenti la parrocchia o le varie realtà ecclesiali, a te che sei qui ora. Come a Zaccheo Cristo non ti fa una predica, non ti fa fare un bilancio della tua vita, non ti misura sul male che hai fatto, cerca solo il tuo desiderio, ti guarda, ti chiama per nome e chiede di venire a casa tua, innanzitutto dicendoti: «io ti stimo e ti amo».
È cambiato tutto, ora Zaccheo è contento di esserci e guarda tutto in modo nuovo, si accorge di quello che prima non vedeva, innanzitutto guardando se stesso, come commenta S. Agostino: «E il Signore guardò proprio Zaccheo. Egli fu guardato, e allora vide» (Sermo, 174, 4). Da quello sguardo rinnovato fiorisce un cambiamento fino a quel momento inimmaginabile: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato qualcosa a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19, 8).
La moralità nuova, ovvero la santità, non è generata da un moralismo o da una legge, ma da un incontro. Tutta la coerenza etica dei farisei non aveva provocato la libertà di Zaccheo, attratta invece da quegli occhi che lo guardavano come nessuno lo aveva mai guardato prima.
Il cristianesimo, in questo «cambiamento d’epoca» nel quale tante forme e strutture in cui riponevamo le nostre certezze e da cui misuravamo l’esito della nostra missione, stanno crollando, non ha altra chance se non il riaccadere di quell’incontro.
La Chiesa non ripone la sua speranza nella sua forza organizzativa o nella sua presunta capacità di influenza sulla società e sulle sue leggi, così come la nostra comunità parrocchiale non avrà futuro per il “nostro fare” o per il nostro “spiritualismo”, ma solo per la contemporaneità di quello sguardo che mi raggiunge imprevedibilmente ora, tracciando un cammino semplice per ciascuno di noi: ricercare quegli occhi nella stessa carne in cui ti hanno guardato e chiamato per nome.
Uno sguardo che tornerà a incrociare e a dilatare il nostro desiderio e che non chiede condizioni per essere accolto, se non una libertà che si lascia attrarre con semplicità di cuore.

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DON GIUSEPPE BONINI È TORNATO ALLA CASA DEL PADRE

Cari amici,
il nostro carissimo don Giuseppe Bonini, parroco di San Girolamo dal 1965 al 1998, è tornato alla Casa del Padre. Grati per la sua paternità che ha continuato a vivere anche in questi ultimi anni sostenendo con la preghiera la nostra Comunità, lo affidiamo alla Misericordia di Dio chiedendo l'intercessione dell’amata nipote Sandra, affinché possa condividere con lei la beatitudine eterna nell’abbraccio di Cristo Risorto.

SANTI IN UN POPOLO

Siamo tutti invitati al secondo incontro del percorso in cammino verso la Beatificazione di Sandra Sabattini:

SANTI IN UN POPOLO. La sfida dell'esperienza di Sandra Sabattini.

Teatro parrocchiale di San Girolamo
Venerdì 25 ottobre, ore 21.

Dialogo con don Adamo Affri (Responsabile per la zona di Rimini dell'Associazione Papa Giovanni XXIII

Cristian Lami (Responsabile diocesano della Fraternità di Comunione e Liberazione)

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UN CUORE CHE GRIDA: «VOGLIAMO TUTTO»

UN CUORE CHE GRIDA: «VOGLIAMO TUTTO»
Sfidati dall’esperienza di Sandra e dalle domande di giovani e adulti

«Ci siamo spezzate le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai». Così Sandra Sabattini raccontava entusiasta del suo primo campo estivo presso la Casa Madonna delle Vette a Canazei. «La santità – osserva la mistica Adrienne von Speyr – non consiste nel fatto che l’uomo dà tutto, ma nel fatto che il Signore prende tutto». Non è “un nostro fare”, ma lasciare che la propria vita sia travolta da un’esperienza in cui si riconosce la risposta alla domanda del cuore, che chiede tutto. Alcune studentesse universitarie della nostra parrocchia, con le quali ci incontriamo periodicamente per una colazione in cui mettiamo a tema la vita, me lo hanno ricordato regalandomi una loro foto incorniciata, scattata davanti alla scritta: «Vogliamo tutto».

Lucia, anche lei giovane parrocchiana che frequenta gli Scout del “Rimini 2”, quando ha saputo di questo ritrovo mi ha mandato un messaggio chiedendo di poter partecipare e, all’inizio dell’estate, ci ha raccontato che si sarebbe recata in Terra Santa col suo insegnante di religione don Stefano. Natalia, invece, ha vissuto il Cammino di Santiago assieme ad alcune amiche, mentre Alice ha partecipato ad una vacanza con gli studenti di CL del Politecnico di Milano. Realtà molto diverse, che si possono valorizzare e condividere sorprendendosi insieme nello stesso desiderio di totalità, qui in parrocchia, dove, sottolinea Alice, «ho trovato una casa». Lucia ha scritto da Gerusalemme: «È un esperienza bellissima, mi sconvolge ogni giorno di più». Sorgono nuove domande, con una curiosità che mi impressiona quando visitiamo assieme alcune mostre al Meeting di Rimini dove, tra le altre, quella dedicata alla nostra Sandra è vista da oltre settemila persone. È un’amicizia che cresce non nella preoccupazione «di dare risposte, ma di suscitare domande», come ha sottolineato Alice riprendendo una lettera di Luna, una studentessa di fede musulmana, scritta dopo aver partecipato agli Esercizi spirituali con gli amici cristiani. Ho conosciuto quest’ultima al Meeting, dove ha lavorato come volontaria. Le ho chiesto perché frequentasse la comunità cristiana pur essendo musulmana, e lei mi ha risposto che vuole stare con questi amici perché affascinata dal loro modo di vivere.

È proprio vero quello che ripete sempre il Papa affermando che il cristianesimo si comunica solo per un’attrattiva, mai per proselitismo. Lo si scopre anche nelle parole di Loretta, catechista, che dopo aver raccontato l’esperienza che vive nella nostra parrocchia a un’amica che abita in un’altra città, si è sentita dire: «non ti riconosco più, se fa questo effetto vengo anch’io a Rimini!». «È vero – ha risposto – qualche anno fa anch’io mi sarei stupita se qualcuno mi avesse detto che avrei vissuto tutte queste cose, c’è qualcosa che mi attira, ne sento proprio bisogno».

Con Elena e Alice ci ritroviamo in settembre, prima di ricominciare l’anno accademico a Milano. Tra caffè e bomboloni alla crema domando loro quale sia stata l’esperienza più significativa dell’estate. Alice non ha esitazioni e racconta della vacanza con gli amici universitari a Pila in Val d’Aosta: «Eravamo 400 e non conoscevo quasi nessuno, eppure sperimentavo un’amicizia vera, capace di comprendere la mia intimità più profonda e di leggere nel cuore come neanche chi mi conosce da anni riesce a fare. Mi colpiva che ogni giorno eravamo provocati a riconoscere come Cristo sia qui ed ora». Non si può parlare di Gesù se non perché accade ora, in una umanità attraente, quella di cui parla anche Elena: «quando hai fatto questa domanda ho subito pensato al giorno in cui siamo andati assieme al Meeting e abbiamo visitato la mostra dedicata all’incontro tra San Francesco e il Sultano». Poi, sorprendentemente, ha proseguito commossa, raccontando di un suo momento di preghiera personale, così intenso da suscitare una nostalgia struggente che la spinge a ricercare quella situazione. Ha concluso manifestando la decisione di partecipare, una volta ritornata a Milano, agli incontri di “Scuola di Comunità” con gli amici universitari, un cammino che tante volte le era stato proposto negli ambienti che aveva frequentato ma di cui ora avverte il bisogno: «per quanto non sia d’accordo con tutto, sono molto curiosa di sapere come affrontano le cose della vita, perché hanno modi di agire che apprezzo e voglio capire». Sono stupito e commosso perché nei nostri ritrovi mai ho insistito con prediche sul partecipare alla Messa o con propaganda ai vari gruppi ecclesiali, ma ho cercato semplicemente di condividere la vita con loro, valorizzando domande ed esperienze, e, soprattutto, seguendo un incontro imprevisto. Come ha detto Alice, durante la stessa colazione, «non saremmo neanche qui se non ci fosse Cristo adesso», ed io ho bisogno di ritrovare nei loro occhi stupiti lo stesso sguardo di Gesù che ha investito Zaccheo 2000 anni fa, senza il quale non potrei più vivere. Già, perché la vita è una cosa seria, densa di prove che – scrive Erika, catechista a San Girolamo – fanno «nascere tante domande», che «mettono in crisi», alle quali non risponde una spiegazione teorica, fosse anche quella cristiana, ma un rapporto, in un percorso umano in cui possa fiorire, dalla carne della nostra esperienza, una certezza autentica: «non so perché mi sono ammalata, ma so che il Signore mi vuole bene ed è con me nell’affrontare la malattia. La certezza che non sono sola mi dà coraggio anche in quei giorni in cui mi assale la paura di tutto ciò che devo affrontare».

Per questo io per primo ho bisogno di questa trama di rapporti in cui un amico della parrocchia, coinvolgendosi nella nostra comunità, si lega all’esperienza della Capanna di Betlemme, dell’intensità con cui, inaspettatamente, in una cena con Antonio e la stessa Erika abbiamo messo a tema la santità come un’esperienza desiderabile e possibile, dell’attrattiva che riavvicina alla Chiesa chi se ne era allontanato. Anche celebrando gli ultimi funerali mi sono reso conto di come siano stati decisivi gli incontri casuali con queste persone, in occasione della benedizione pasquale della casa, prendendo un aperitivo assieme o durante una visita in ospedale. La vita di un prete è resa feconda non dall’attivismo clericale ma dal vivere innanzitutto da laico, cioè da uomo, in cammino come discepolo poiché, come dice Francesco, anche il Papa e i Vescovi, per essere missionari e trasmettere la fede, «devono essere discepoli» e il sacerdote ha come risorsa essenziale «l’incontro con Cristo nella carne del fratello». Quelli con i parrocchiani sono incontri di cui ricordo giorni e ore, decisivi per la mia vita e per la mia stessa conoscenza di Gesù. Ugualmente determinanti sono i rapporti di amicizia nati con alcuni responsabili di varie realtà presenti nella nostra Diocesi, dall’Azione Cattolica all’Associazione Papa Giovanni XXIII, dai quali, in una scelta condivisa con gli amici del Consiglio pastorale, ci faremo aiutare nell’immedesimazione con l’esperienza di Sandra e nella tensione a proporci niente di meno che la santità, poiché il nostro cuore grida: «Vogliamo tutto».

don Roberto Battaglia

Articolo pubblicato sulla pagina autogestita della Parrocchia San Girolamo, in occasione della Festa parrocchiale, Il Ponte del 29 settembre 2019, p. 25.

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INIZIO DELL’ANNO PASTORALE

Siamo tutti invitati al gesto di inizio dell’anno pastorale, che sarà segnato dal cammino verso la Beatificazione della nostra Venerabile Sandra Sabattini: lunedì 30 settembre alle ore 21 nel Teatro parrocchiale di San Girolamo.

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Omelia nel 58° anniversario della nascita della Venerabile Sandra Sabattini

Omelia nel 58° anniversario della nascita della Venerabile Sandra Sabattini
Parrocchia di San Girolamo, sabato 17 agosto 2019

«Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,1-2).
«Tenendo fisso lo sguardo su Gesù»! Questa è l’esperienza che riconosciamo nella nostra Sandra, questa è la santità cui aspiriamo, non una condizione in cui si è a posto ma la posizione di chi, inquieto e pieno di desiderio, rischia tutto su ciò che ha riconosciuto come decisivo per vivere. Il santo è uno fragile, limitato, peccatore, traditore, clamorosamente incoerente, che, in un incontro imprevisto e inaspettato, si lascia trafiggere dallo sguardo di Gesù e si ritrova addosso la nostalgia del modo in cui è stato guardato, senza il quale non può più vivere, come è accaduto a Zaccheo (cfr. Lc 19, 1-10). Così la vita diventa un’avventura appassionante, una corsa «tenendo fisso lo sguardo su Gesù». Una corsa, perché l’incontro con Cristo ha suscitato un fuoco che non si spegne, come è accaduto a Sandra, quando, incontrato don Oreste all’età di 12 anni, nell’estate successiva partecipò al campo estivo per adolescenti presso la Casa Madonna delle Vette a Canazei, insieme a ragazzi con disabilità anche gravi. Tornando a casa, entusiasta, disse decisa alla madre: «Ci siamo spezzate le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai».
Questi non li mollo più! Aveva tredici anni ma era già accaduto tutto, perché quando si è incontrata la vita, quella vera, all’altezza dei desideri infiniti del cuore, è un punto di non ritorno. Poi il cammino compiuto negli anni successivi, per quanto breve, ha fatto crescere quel seme, come è sotto gli occhi di tutti noi, ma nel primo incontro c’era già tutto, Sandra era già piena di una bellezza che l’attraeva totalmente.
Il cristianesimo – quante volte lo ripete Francesco citando un’affermazione del suo predecessore Benedetto XVI – si comunica solo per l’attrattiva di questa bellezza (cfr. Evangelii gaudium 14), come un fuoco che divampa, secondo le parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso» (Lc 12, 49). Possiamo accontentarci di meno rispetto al fuoco che fa ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24, 32)? Abbiamo altro da proporre a noi stessi e al mondo?
Cari amici non imborghesiamoci: si tratta di un rischio sempre presente e che è molto facile correre, più di quanto immaginiamo, cercando la nostra sicurezza in forme, strutture e programmi invece che in Gesù Cristo. Se io sono qui, se molti di voi sono qui, è per aver sorpreso in me ardere quel fuoco per cui, come Sandra, mi sono ritrovato a dire «Cristo è tutto», con il cuore pieno dell’innamoramento per Lui, non per un’associazione o una ideologia, come scrive la stessa Sandra nel suo diario, con l’affermazione che trovate accanto al suo volto entrando nella nostra Casa parrocchiale, dove ha abitato con lo zio don Giuseppe: «Ora si tratta di una cosa sola: scegliere. Ma cosa? Dire: sì Signore scelgo i più poveri; ora è troppo facile, non serve a niente se poi quando esco è tutto come prima. No, dico: scelgo te e basta» (Diario di Sandra, 26.02.78, 44). Scelgo te e basta perché ho riconosciuto, Cristo, che tu sei tutto. Se la Chiesa parla di se stessa o comunque di altro è inutile, come ci ha sempre ricordato Joseph Ratzinger, poiché, insiste Papa Francesco, «solo una Chiesa che sa radunare attorno al “fuoco” resta capace di attirare» (Ai Vescovi USA, 23.09.15).
Per questo non dobbiamo difenderci dal «cambiamento d’epoca» che stiamo attraversando, ma cogliere l’occasione per riscoprire ciò che è essenziale: «Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto del cielo e della terra, come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12, 56-57). Il Signore ci chiama in quest’epoca – questo è il giudizio – in cui tante delle realtà nelle quali abbiamo riposto la nostra sicurezza vengono meno, crollano, finiscono nel nulla poiché si rinnega o si dà per scontata l’origine, sostituendola con le conseguenze. In questa situazione, non di rado, corriamo il rischio di arroccarci nella difesa di valori che riteniamo cristiani, facendo battaglie ideologiche e impegnandoci in campagne etiche, dimenticando che tali valori staccati dalla loro sorgente non hanno consistenza. Per questo, se non torneremo ad annunciare Cristo, ci ritroveremo assediati in fortini già abbandonati, nelle riserve in cui il potere ci rinchiude e nelle quali crediamo di stare bene, stringendosi tra persone che la pensano allo stesso modo.
Se non vogliamo fallire l’appuntamento con la storia, dobbiamo, come continuamente ci invita a fare il Papa, uscire dalla «cittadella assediata» (Angelus, 19.01.14), lasciando spazio «all’irruzione dello Spirito Santo» senza «aver paura dello squilibrio» (Lettera al Popolo di Dio in Germania, 29.06.19). Se c’è una cosa che imparo quando seguo gli amici della Capanna di Betlemme nel giro alla stazione o quando li vado a trovare, in un luogo in cui mi sento a casa mia, è proprio questa: l’unica nostra ricchezza è lo sguardo di Cristo a Zaccheo, quello che desiderava portare don Oreste invitando ad augurare la buona notte a chi dorme sulla strada.
Usciamo insieme “in strada”, accanto agli uomini e alle donne che incontriamo in ogni ambiente di vita, entrando nei drammi e nei problemi cruciali del nostro tempo, come mendicanti di questo sguardo che costituisce l’unica novità per noi e per i nostri fratelli e l’unica sorgente del rinnovamento della Chiesa, cui Dio ci chiama attraverso le circostanze storiche attuali.
Domandiamo insieme l’intercessione della Venerabile Sandra Sabattini, affinché sappiamo giudicare questo nostro tempo (cfr. Lc 12, 56-57) ed essere all’altezza di questa sfida.

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25° Anniversario di Matrimonio di Massimo Giuliani e Elena Magnani

Omelia nella XVII domenica del T.O. – sabato 27 luglio 2019
25° Anniversario di Matrimonio di Massimo Giuliani e Elena Magnani

«Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9).
Cosa ci sarà aperto? Il cuore: chiedendo, mendicando, brandendo il nostro desiderio provocato dall’urto con la realtà, scopriremo sempre più l’ampiezza del bisogno di cui siamo fatti, delle esigenze di cui siamo costituiti, fino ad accogliere la Presenza di Colui che ci ha creati con questa attesa che solamente Lui stesso può compiere.
Per questo la preghiera è innanzitutto domanda, mendicanza, fino all’insistenza di Abramo – 1800 anni prima di Cristo! – che giunge persino a contrattare la salvezza per Sodoma (cfr. Gen 18, 20-21.21.23-32). Agli animi illuminati – si potrebbe dire gnostici – questa descrizione della preghiera come domanda insistente, fino alla mendicanza, senza timore di discutere e litigare con Dio, fa storcere il naso, quasi si trattasse di un atteggiamento impertinente. Essi affermano che la preghiera è innanzitutto ringraziamento e lode, cosa in sé non sbagliata, ma arrivando sostenere che non è il caso di chiedere a Dio, poiché lui già conosce tutto e sa quali sono i nostri bisogni.
Qual è il veleno di questa posizione? Quello di pensare che Dio non sia disposto a “sporcarsi” le mani con noi entrando nelle nostre vicende quotidiane, ovvero che non sia interessato alla materialità della nostra vita, ultimamente che non sia possibile un rapporto reale con Lui, fino alla sfida tra due libertà in gioco realmente e non per finta.
Ma cosa te ne fai di un Dio che non c’entra con il modo in cui apparecchi a tavola, di un Dio che non sia interessato al vino che bevi o alla passione con cui metti a tema la vita mentre si mangia assieme?
Oggi celebriamo l’anniversario di Matrimonio di Massimo e Elena, mentre preghiamo, come ogni sabato, per diversi nostri fratelli defunti, ed emerge questa domanda, che possiamo sorprendere mentre si guarda la persona amata: come può questo istante durare per l’eternità? Come può non finire tutto da un momento all’altro? Chi può compiere questa promessa per cui ci si è sposati e che sorprendiamo nel desiderio infinito che scopriamo nell’innamoramento?
La domanda insistente a tema nella liturgia di oggi svela così il dramma dell’amore nuziale, teso a un compimento impossibile alle nostre forze. Il bello comincia proprio quando riconosci che tutto il tuo sforzo non basta, non è sufficiente ad aggiungere un solo istante alla vita dell’uomo o della donna che ami o alla vita di tuo figlio. Soprattutto, il bello inizia quando ti rendi conto che anche nel momento di tenerezza più struggente non sei capace di dire «Ti amo» come il tuo cuore esige, nell’essere amato e nell’amare. Cominci così ad essere sempre più cosciente che non può renderti felice tuo marito, tua moglie o tuo figlio. Quel volto, che pure ha suscitato in te un desiderio infinito non può appagarlo e, quando lo pretendi, diventi violento, perché non può rispondere a questa esigenza incommensurabile. Ed allora cominci a mendicare mentre guardi quel volto, e a domandare, attraverso quel volto stesso, che il Mistero che lo costituisce diventi sempre più familiare, fino a chiedere di poter guardare la donna o l’uomo che ami, o tuo figlio, come lo guarda Cristo.
Si chiama verginità. Cos’è la verginità? Il modo in cui Cristo guarda le cose e le persone, il modo in cui guarda ciascuno di noi. Non riusciamo a parlare del matrimonio senza parlare della verginità, ossia di una gratuità nell’amore che senza Cristo sarebbe impossibile e che può diventare esperienza nostra cedendo a quell’attrattiva.
«Mostrami un’amante che sia pur bellissima – scrive Shakespeare – che altro è la sua bellezza, se non un consiglio ove io legga il nome di colei che di quella bellissima è ancor più bella?» (Romeo e Giulietta, Atto I, scena I). La bellezza quanto più è grande tanto più spalanca il desiderio, poiché è segno di altro. È inesauribile la spinta del desiderio umano, che, provocato dall’attrattiva del volto della donna o dell’uomo che si ama, è sempre proiettato verso “qualcosa oltre sé”. Guarda quella ragazza: ma di che cosa è fatta, chi te l’ha fatta incontrare? Non la puoi possedere, non è tua, è di un Altro. Non ha mai amato chi non si sorprende in questa esperienza drammatica guardando la bellezza di una donna, anche se ne avesse posseduta una tutte le sere.
Guarda tuo marito, guarda tuo figlio. Non sono tuoi, non sei tu la loro felicità. Guarda negli occhi la donna che ami, lasciati guardare: c’è un Mistero che non puoi rinchiudere nelle categorie che già conosci.
Che vertigine lottare così col Mistero! Allora cominci a domandare, a chiedere quello sguardo che non è tuo, a mendicare di lasciarti guardare così, e dire «Ti amo» si compie nel dire «Ti adoro!».
L’ho visto accadere come esperienza vissuta nel racconto dell’amica di cui parlavo domenica scorsa, comincio a intuirlo sempre più reale, come non avrei immaginato tanti anni fa, nel maturare della vocazione alla verginità. È possibile, perché Dio si è compromesso con noi al punto da “trattare” con Abramo circa la distruzione di Sodoma (cfr. Gen 18).
Questa esperienza non è negata a chi non può celebrare l’anniversario di matrimonio perché è rimasto vedovo da giovane o perché è stato lasciato dal coniuge. Questa promessa si compie, non ti inganna Colui che ti ha attratto nel volto dell’altro o dell’altra fino al matrimonio. Se non fosse così sarebbe un inganno per tutti e tante volte si può venire qui in chiesa scettici, perché – sotto sotto – si pensa che sia impossibile.
Questa esperienza non è negata a chi sbaglia – chissà quanti errori, limiti e tradimenti in venticinque anni! – ma a chi si rassegna. Non è un problema moralistico. Chi invece rischia sull’ampiezza del proprio desiderio fino a compromettersi in un “corpo a corpo con Dio”, sperimenta la possibilità di un amore altrimenti inimmaginabile.
Possiamo accontentarci di meno?

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«CHI È PIÙ GRANDE?»

Omelia nella XIV Domenica del T. O. – San Girolamo 7 luglio2019

Francesco ha annunciato lunedì scorso che tra i santi che saranno canonizzati il prossimo mese di ottobre ci sarà anche John Henry Newman (1801-1890), sacerdote anglicano che fu accolto nella Chiesa Cattolica nel 1845 e fu creato Cardinale da Leone XIII nel 1879. Una volta un bambino chiese al cardinale, grande teologo e futuro santo: «Chi è più grande: un cardinale o un santo?». Egli rispose: «Vedi, piccolo mio, un cardinale appartiene alla terra, è terrestre; un santo appartiene al cielo, è celeste».
Che cosa realmente conta nell’esperienza ecclesiale? La santità! Non certo il ruolo nell’organizzazione ecclesiastica, le attività che possiamo pianificare e organizzare, le riflessioni clericali, ma la santità, ovvero quella vita nuova generata «dall’irruzione dell’avvenimento della Pasqua», come ha ricordato il Papa nella bellissima Lettera al Popolo di Dio che è in cammino in Germania, quella «felicità autenticamente umana e divina», la quale protegge e salvaguarda «la Chiesa da ogni riduzione ideologica», possibile per la continua «irruzione dello Spirito Santo».
Gesù lo ha richiamato agli Apostoli proprio dopo i loro primi “successi pastorali”, quando tornavano entusiasti dalla missione e dicevano: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome» (Lc 10,17). Dopo aver sottolineato il potere conferito loro, Cristo, infatti, conclude: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). Anche il potere di sottomettere Satana è ben poca cosa rispetto al fatto che i loro nomi – che i nostri nomi! – sono scritti nei cieli, ossia che siamo afferrati da Lui, che abbiamo incontrato la Sua Presenza che rinnova la vita.
Questa pienezza di vita non accade per un’attività “associativa” o “clericale”. Così la descrive San Paolo, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura: «quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura» (Gal 6,14-15).
In questi giorni ho incontrato un ex parrocchiano di Riccione, tuttora appartenente alla parrocchia dove fui viceparroco appena ordinato sacerdote. È un uomo di novant’anni, il quale, dopo tanto tempo, mi ha ricercato riuscendo a rintracciare il mio numero di telefono, perché, mi ha detto, «mia moglie e tanti miei amici sono morti, ed io volevo rivederti perché quel Pellegrinaggio a Lourdes [andammo con un pullman di parrocchiani nell’aprile 1993, ero prete da un anno e mezzo] è stata la gita più bella che ho vissuto. Quei giorni hanno cambiato la mia vita». Si ricordava ogni particolare di quel viaggio di ventisei anni fa, in cui faceva il “chierichetto” venendo a versare il vino fatto da lui direttamente nel calice con la sua bottiglia: momenti di preghiera, processioni, persino una serata in cui guardammo la partita alla tv, facendo storcere il naso ad alcune signore devote. Lui riprendeva tutto con la video camera e mi ha fatto rivedere il filmato partendo da una Via Crucis dove io commentavo la stazione del Cireneo, dicendo che Gesù ci afferra sempre attraverso un incontro casuale. È stato impressionante: ho riascoltato quelle parole di cui sono molto più cosciente ora e che, soprattutto, potevo vedere realizzate in quell’uomo, che si iscrisse al pellegrinaggio preoccupato che si facessero troppe preghiere e che ora, dopo tanti anni, lo riconosce come un momento che ha cambiato la sua esistenza, avendo in mente tutti i particolari.
Solo di questo possiamo rallegrarci, come dice Gesù, o vantarsi, come afferma San Paolo: del fatto che Cristo ci ha presi generando un legame che dura nel tempo e per l’eternità.
Tutto il resto finisce, anche nella Chiesa. Di ogni attività non rimarrà nulla se non l’esistenza cambiata dalla presenza di Cristo. Si chiama santità, ed è l’esperienza cui ci richiama l’imminente beatificazione della nostra Sandra Sabattini. Come diceva il Beato e prossimo santo John Henry Newman a quel bambino, l’essere cardinale (ancor più tanti aspetti organizzativi e burocratici in cui riduciamo l’esperienza cristiana) riguarda la terra, ma la santità dura per l’eternità, è la “vita della vita” che comincia già ora, rendendo eterno e pieno di gusto e significato ogni istante dell’esistenza: «Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20).
Possiamo proporci altro? Nei nostri ritrovi possiamo mettere a tema altro che non sia la santità?
La santità, ovvero l’umanità vera, cioè la risposta alla nostra esigenza di “vita”, all’urgenza di Qualcosa o Qualcuno che la riempia davvero, che sia all’altezza del nostro desiderio, del grido che brama il senso del vivere ed emerge in ogni brandello della nostra carne ferita. Una di voi, molto giovane, il giorno del funerale di una persona cara nei giorni scorsi, è rimasta colpita da un articolo che le avevo proposto (tra l’altro ne ho consigliato la lettura anche agli amici del CPP, perché pertinente ai temi dell’ultima riunione, di cui ho fatto riferimento nell’omelia di domenica scorsa), sullo scrittore francese Michel Houellebecq, discutibile per tanti aspetti, ma con una domanda radicale sulla propria vita, che chiede una risposta totale. La giovane amica me ne ha riproposto un brano, sul quale, nei giorni successivi, abbiamo riflettuto in una colazione con altre persone della sua età: «C’è qualcosa nel fondo dell’io, che preme e pulsa per continuare a desiderare e ad attendere, a dispetto di qualsiasi ferita. Dolorosa, contorta, piantata nel nervo del nostro tempo come una spina. […] Questo qualcosa esiste, e […], nonostante tutto, non è morto: esiste, forse, illuminata a tratti, la possibilità di una via».
Questa via esiste, è un uomo col quale ci si imbatte attraverso un incontro umano casuale, oggi come duemila anni fa.
Abbiamo altro di vero da dirci? La vita è una cosa seria, a volte brevissima, un soffio: rischiamo tutto su ciò che la riempie tutta, qui sulla terra e per l’eternità!

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O TUTTO O NIENTE

Omelia nella XIII Domenica del T. O. – San Girolamo 30 giugno 2019

«Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”» (Lc 9,57-62).
Gesù chiede tutto, la sequela a Lui non può riguardare solo un aspetto dell’esistenza umana: o tutto o niente. Questa radicalità che sovente ci spaventa è, in realtà, quanto di più corrispondente vi sia rispetto alla nostra umanità, che è costituita da un desiderio che chiede tutto, da una esigenza insopprimibile di significato che ci fa gridare: «Perché?».
Sono stato profondamente colpito dal fatto che questa domanda sia emersa in tutta la sua drammaticità nell’ultima riunione del Consiglio pastorale, provocati dai fatti della vita, compresa la malattia di alcune persone care.
Solo una proposta come quella di Cristo, che esige la totalità, può essere all’altezza di una domanda che chiede tutto. Questo grido – «Perché?» – non può essere soddisfatto da facili risposte, spiegazioni o definizioni, e ci provoca a non accontentarci di riduzioni del cristianesimo, siano esse formule dottrinali, atteggiamenti spiritualisti o attivisti. Lo si comprende nella propria esperienza umana, quando le formule che recitiamo nella liturgia o le idee che affermiamo, con apparente convinzione, non tengono nel momento in cui la vita “stringe” nella sua drammaticità. È una grazia scoprire, in una circostanza drammatica, come l’idea di Dio che si aveva non è adeguata e può diventare addirittura l’immagine di un “dio mostruoso” che vuole la nostra morte, o, ancora, sorprendersi a non riuscire a stare vicino a chi vive una grave malattia. È una grande opportunità per sperimentare che non ci basta una riduzione della fede a moralismi e teorie, poiché essi non reggono di fronte ai grandi interrogativi, alla grande domanda del nostro cuore: «Perché?».
L’accontentarsi di facili risposte è in realtà una fuga dalla realtà e ci allontana dalla nostra stessa umanità, rendendoci incapaci di incrociare il bisogno degli uomini e delle donne che incontriamo, perché impauriti dall’intensità della domanda del cuore umano.
Dio, invece, non ha paura, ci ricorda il Papa, Egli «ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita» (GE 135).
Dio non ha paura di questa domanda, perché essa ci svela che siamo fatti a sua immagine e somiglianza. Solo il prendere sul serio questa esigenza di significato di cui siamo costituiti ci consente di essere liberi, come ci ricorda il brano di San Paolo che abbiamo ascoltato come seconda lettura (cfr. Gal 5, 1), liberi da ogni potere o condizionamento, liberi di rischiare su una proposta per la vita che sia all’altezza del nostro desiderio.
Occorre vedere una umanità che fiorisce dal giocare fino in fondo la propria libertà nella verifica di un ideale grande, come è accaduto nell’incontro pubblico dove abbiamo incontrato esperienze di accoglienza dei migranti (2 aprile), guardando dei volti, scoprendo un modo di vivere diverso o, come è accaduto nell’uscita a Padova (24 marzo), quando siamo stati colpiti da chi ci ha introdotto alla bellezza della Cappella degli Scrovegni comunicandoci un’esperienza umana attraente.
Ho bene in mente il volto di una di voi, che lo scorso anno avevo incontrato arrabbiata con Dio per un’esperienza di sofferenza grande ed ora, dopo essere venuta con noi a Padova, si ritrova cambiata, dice lei, «da quello che abbiamo vissuto e che ci siamo detti».
Non si può barare: quando succede realmente, la faccia cambia. L’ho visto accadere in diversi incontri, anche con persone giovani, in cui si è affrontata la questione decisiva della vita. Non è una definizione la risposta, ma una umanità vera, un luogo, come è accaduto anche mercoledì scorso nella riunione del CPP, in cui non prevale la preoccupazione di inculcare risposte ma di allargare le domande, un luogo di tenerezza che ama questo grido – «Perché?» – e invita a non censurare gli interrogativi e le esigenze del nostro cuore. Quando invece si tenta di far tacere questa domanda – tante volte anche le riunioni all’interno dei nostri gruppi sono caratterizzate dalla paura di mettere a tema l’interrogativo ultimo – si diventa sempre più scettici, distanti dalla vita reale e dal dramma dei nostri fratelli e sorelle.
Occorre una tenerezza verso la propria umanità, una passione per il nostro bisogno infinito, una libertà totale nello sfidarci ad andare a fondo della vita, senza accontentarci di una partecipazione formale alla vita ecclesiale, la quale, invece, ci rende pian piano cinici e disperati.
La questione è radicale: ma la vita è buona o no? È un bene che io ci sia?
Occorre, diceva un amico durante le riunione di mercoledì scorso, l’esperienza reale di un Destino buono. L’intuizione di questa umanità possibile accade sempre in un particolare, sottolineava un altro: uno sguardo, un dialogo imprevisto, un incontro inatteso, una uscita, una mostra vista assieme (come è accaduto per alcuni nel visitare la Mostra su Giobbe al Meeting dello scorso anno sulla realtà del male e della sofferenza), il lasciarsi colpire dalla richiesta di pregare insieme per gli amici ammalati, sia nelle SS. Messe festive sia partecipando al Pellegrinaggio a Loreto. Tutti particolari, fatti e incontri, che hanno mosso qualcuno di noi, a partire da uno sguardo umano che ha comunicato la bellezza del vivere, un gusto per l’esistenza che non ha bisogno di dimenticare o rinnegare nulla, in un abbraccio che ricomprende tutto e che ci unisce in una sola carne, in quanto afferrati da Cristo il quale – ricordava un altro amico durante la riunione del CPP – è vivo oggi con un “cuore di carne”.
Queste cose si capiscono se si ama la vita e se si rischia tutto nel verificare ogni proposta per l’esistenza, compresa quella di Cristo. Egli non ha paura del nostro desiderio e della nostra libertà. E tu?

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SUMMER GAMES #sangi19

La prossima settimana si svolgerà la terza edizione dei SUMMER GAMES con giochi gonfiabili per tutte le età:

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CAMPEGGIO ESTIVO A CANCELLINO

Dal 7 al 10 luglio 2019 il Campeggio estivo a Cancellino:

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Festa di S. Antonio

Sabato 15 giugno ore 18.30

UN CRISTIANESIMO SENZA CRISTO? PRESENTAZIONE DEL LIBRO

Buongiorno amici,

mi permetto di rinnovare l'invito alla presentazione del mio libro:

UN CRISTIANESIMO SENZA CRISTO?

Mercoledì 15 maggio 2019 · ore 21
Teatro del Seminario Vescovile “don Oreste Benzi” via Covignano, 259 · Rimini

Interverranno:
Ezio Prato Docente di Teologia Fondamentale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano)
Manuel Mussoni Presidente Azione Cattolica diocesana
Mario Galasso Direttore Caritas diocesana
Modera:
Simona Mulazzani Direttore Icaro TV e Docente all’ISSR “A. Marvelli”

L'Editore mi ha detto che dovrebbero leggerlo tutti i membri dei CPP e gli operatori pastorali in genere... comincio ad invitare i miei parrocchiani alla lettura....

Si può scaricare l'invito in formato pdf:

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ULTIMI GIORNI DELLE BENEDIZIONI PASQUALI

Lunedì 29 aprile (dalle 14 alle 19.30): DESTRA DEL PORTO (nn. 1-57).

Martedì 30 aprile (dalle 15.30 alle 20), con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): DESTRA DEL PORTO (nn. 58-157).

Venerdì 3 maggio (dalle 14 alle 19.30): VESPUCCI 1-39 (eccetto il Palazzo Arpesella).

Lunedì 6 maggio (dalle 14 alle 19.30): VESPUCCI 40-71.

Per scaricare il programma degli ultimi giorni clicca sulla riga seguente:

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LA NOSTALGIA DI QUALCUNO CHE C’È

Omelia nella Veglia pasquale della notte santa, San Girolamo, sabato 20 aprile 2019.

Le donne vanno al sepolcro al mattino presto (cfr. Lc 24,1), quando è ancora buio (cfr. Gv 20,1). Ognuno di noi può guardare ai drammi che sta vivendo ed alle circostanze in cui si trova, a quelle situazioni in cui – come disse il Papa in una Catechesi sul Triduo pasquale – “il buio della notte sembra penetrare nell’anima; a volte pensiamo: ormai non c’è più nulla da fare”, ma proprio in quel “momento in cui la notte è ‘più notte’, è più buia, prima che incominci il giorno” (Udienza generale, 1 aprile 2015), irrompe una luce nuova, tanto imprevedibile quanto attesa e quasi anticipata nell’aurora di quella nostalgia che non ha fatto dormire Maria Maddalena e le sue amiche. Una nostalgia che non era generata innanzitutto da un’assenza ma dall’esperienza di pienezza che avevano fatto nell’incontro con Gesù. Erano piene di nostalgia perché avevano vissuto l’esperienza di una corrispondenza con le esigenze del loro cuore come mai era accaduto nella loro vita. Per questo non avevano mai distolto lo sguardo da quell’uomo durante tutta la sua Passione, fino alla morte e al momento della sepoltura (cfr. Lc 23,49.55–56), per questo avevano vegliato nel desiderio di tornare al sepolcro: quella nostalgia non era un ricordo sentimentale ma un desiderio insopprimibile di poterlo rivedere. Una delle nostre chierichette mi ha chiesto ieri durante la Celebrazione della Passione: “noi oggi celebriamo la morte di Gesù, ma Lui c’è lo stesso vero?”. Sì è vero, Lui c’è! Lo desideriamo perché c’è! La nostalgia non è provocata da ciò che manca, ma fiorisce da ciò che accade!
Gesù c’è! L’annuncio di questa Notte è che Cristo è vivo oggi, è presente come duemila anni fa, anzi è ancora più presente – se così ci possiamo esprimere – perché il suo accadere tra noi non è più limitato nel tempo e nello spazio, è veramente morto ed è veramente Risorto, mutando per sempre la realtà: niente di tutto ciò che esiste lo possiamo pensare senza la presenza viva di Gesù, che cambia tutto.
Uno di voi – una delle persone della nostra comunità che più mi colpisce per il suo desiderio di approfondire la fede – mi ha detto durante una riunione: “Sì, certo, Cristo è presente ma… non possiamo mica incontrarlo come nei fatti raccontati dal Vangelo…”. Un’affermazione così è come la pietra sepolcrale del nostro scetticismo, per cui l’esperienza cristiana ci appare come impossibile da vivere.
Questa pietra può essere spazzata via guardando quello che ti sta accadendo: cosa sta destando questo tuo desiderio, cosa ti sta rimettendo in moto nel rapporto con Lui, cosa ti sta affascinando nel corso in preparazione al matrimonio, nel modo di parlare del rapporto tra l’uomo e la donna, nel modo di prendere sul serio la tua esperienza umana, se non la Sua Presenza viva?
È facile ritornare a quello che già pensiamo di sapere del cristianesimo, nel momento in cui pretendiamo di possedere questa Presenza che ci stupisce facendola rientrare negli schemi vecchi del “già saputo”, dei nostri procedimenti, delle regole di una Chiesa ridotta a organizzazione umana che gestiamo noi democraticamente, come un’associazione in cui ciascuno cerca di conservare il suo pezzettino di potere. La semplicità e la concretezza del vangelo sono miliardi di anni luce distanti da questa complicazione.
O parti da quello che credi già di conoscere o parti da quello che ti succede. Ma se il punto di partenza è quello che sai del cristianesimo… non è più cristianesimo, è un’altra cosa, inutile per vivere, perché il cristianesimo può essere solo un fatto che accade, un uomo vivo oggi.
Quelle donne non si sono ritrovate per discutere su come organizzare la comunità dopo la morte di Gesù, non si sono divise gli incarichi per ritagliarsi uno spazio di azione rispetto agli apostoli.
Esse non hanno mai distolto lo sguardo da quell’uomo che aveva riempito la loro vita, come nessun altro aveva mai potuto fare in tutta la loro esistenza. Non hanno mai smesso di desiderare quello che era loro accaduto, si sono lasciate sospingere dalla loro nostalgia, piene di quello sguardo, piene di un’esperienza rispetto alla quale non potevano più accontentarsi di meno. Avevano nel cuore e negli occhi il volto di un uomo che trascinava tutta la loro affezione.
Questa mattina – c’era anche padre Daniel – abbiamo fatto una colazione con alcune giovani studentesse universitarie della nostra parrocchia. A tema la nostra vicenda umana, a partire dalle ragioni per cui ci ritroviamo. Una diceva che ciò che la colpisce nei nostri dialoghi e nella comunità cristiana è che non vengono date delle risposte precostituite, che pretendano di risolvere i problemi, ma ci si aiuta a scoprire le domande vere e a mettersi in moto con la propria umanità. Un’altra condivideva il desiderio di scoprire la propria strada nello studio, nei rapporti affettivi, nel lavoro, mentre una testimoniava come i rapporti nell’esperienza cristiana sono “la sua famiglia”, dove scopri di essere accolta gratuitamente, per quella che sei.
Se tu sorprendi nella tua esperienza il momento in cui sei stato colpito dall’annuncio cristiano, puoi accorgerti che mai questo è avvenuto per l’esito di un ragionamento teorico o di una iniziativa ben riuscita, tutte cose che possono suscitare compiacimento ma non stupore.
Se qualcosa ti ha colpito e ti sta muovendo è sempre l’incontro imprevisto e imprevedibile con una umanità attraente. Una faccia, una presenza umana, un volto da seguire.
Pietro, dopo essere corso al sepolcro e aver visto, “è tornato indietro pieno di stupore per l’accaduto” (Lc 24,12).
E noi, siamo disposti a rischiare tutto su ciò che ti stupisce o preferiamo tornare indietro, facendo rientrare tutto in uno schema consolidato?
Nella risposta a questa domanda si decide la nostra esistenza.

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ATTACCATI ALLA CARNE DI GESÙ

Omelia nella Celebrazione della Passione del Signore, San Girolamo, 19 aprile 2019

«Che cos’è la verità?», domanda Pilato (Gv 18,38).
Gesù è lì davanti al governatore romano: la verità è Lui stesso, la sua persona, quell’uomo apparentemente inerme di fronte al potere. Cristo non rende testimonianza alla verità (cfr. Gv 18,37) con un sistema di idee, ma con la sua carne: la dottrina «ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo» (Papa Francesco).
In quel volto sfigurato possiamo riconoscere la vera Bellezza, e la possiamo riconoscere nella bellezza di una umanità desiderabile, nel modo in cui l’uomo Gesù ha vissuto questa circostanza, una umanità compiuta nel suo “Sì” al Padre.
Quando tutto pare venir meno rimane solo il “Sì”, il “Sì” di Cristo al Padre, il nostro “Sì” a Gesù, il nostro “Sì” al Padre nella carne di Cristo, trascinati da questa presenza umana alla pienezza che il cuore di ogni uomo desidera. Non si tratta di un pensiero devoto, ma della realtà di una umanità che suscita un’attrattiva, per un modo diverso di vivere tutto, che segna il quotidiano, i rapporti, gli ambienti in cui si vive, la politica, l’intera storia umana. Essa non è generata da una ideologia, nemmeno dall’ideologia cristiana, ma da un fatto imprevisto e imprevedibile che inaspettatamente accade: Gesù è morto, Dio fatto uomo condivide tutta la drammaticità della nostra vicenda umana fino alla morte: non c’è circostanza e non c’è sofferenza da cui possiamo strappare via questa presenza – perfino i nostri peccati! – che cambia tutto e che non può essere scalfita neppure dal più grande tradimento.
L’alternativa è tra Gesù presente e le nostre idee su di lui: ognuno di noi, leale con le proprie domande e prendendo sul serio il dramma dell’esistenza può riconoscere di cosa ha realmente bisogno.
La tunica inconsutile di Cristo (Gv 19,23) è il segno dell’unità della Chiesa, essa indica una strada, la semplicità e la concretezza di un metodo: permanere in un luogo in cui poter stare attaccati alla carne di Gesù.

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LA MONDANITÀ SPIRITUALE E LA TENTAZIONE DI GIUDA

Omelia nella Santa Messa della Cena del Signore,
San Girolamo 18 aprile 2019

Iniziando la Settimana Santa Francesco ha ricordato «la tentazione più perfida che minaccia la Chiesa», quello che considera il pericolo più grande, ovvero «la mondanità spirituale» (Omelia nella Santa Messa della Domenica delle Palme, 14 aprile 2019).
Non si tratta dell’attaccamento ai piaceri mondani, che può ritrovarsi anche in personalità ecclesiastiche e costituisce certamente una grave tentazione, la quale, tuttavia, non sarà mai pericolosa e devastante come la mondanità spirituale, che «consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale» (Evangelii gaudium, 93).
Questa sostituzione della gloria del Signore con la gloria umana, compiuta in nome di Dio stesso, allo scopo di affermare la dottrina cristiana o promuoverne i principi etici conseguenti, nell’illusione di un traguardo spirituale raggiunto con le proprie capacità, coincide con una posizione farisaica, che sottilmente cerca «i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21. In questa direzione si pretende di realizzare la Chiesa come una realtà “perfetta”, nella quale l’organizzazione è pienamente efficiente, la dottrina e la morale sono annunciate con definizioni formalmente corrette, ma manca il cuore, ovvero la carne di Cristo, e così essa non suscita più attrattiva, poiché parla solamente di se stessa, mentre «solo una Chiesa che sa radunare attorno al “fuoco” resta capace di attirare» (Francesco, Discorso ai Vescovi USA, 23.09.15)
Questa tentazione consiste precisamente nel considerare la salvezza cristiana e la stessa costruzione della Chiesa come opera nostra, compiuta attraverso il nostro sforzo personale, lo zelo della nostra devozione o l’impegno del nostro attivismo. Possiamo ricondurre ad essa anche la posizione di Giuda, che tradisce perché deluso da Cristo, il quale non stava cambiando la società, non realizzava quella rivoluzione tanto attesa, non incideva, non appariva concreta.
Per questo lo consegna a chi voleva ucciderlo. Giuda era pieno di zelo e di passione per il messaggio di Gesù, per diffondere il quale avrebbe forse combattuto, ma Cristo non era il suo centro affettivo: al posto di questa affezione c’era il suo progetto. In questa prospettiva la Chiesa si riduce ad una organizzazione in cui non si ha a cuore l’umanità di chi si incontra, ma ci si chiude in un funzionalismo fatto di procedure e strutture che servono solo a soddisfare chi si accontenta di un ruolo: da qui nasce il clericalismo, di preti e di laici, origine delle deviazioni più devastanti.
Ma noi pensiamo davvero di costruire la Chiesa col nostro attivismo o con il nostro atteggiamento devoto? Quante volte il gergo che usiamo nelle riunioni di segreterie e commissioni è lontano dai drammi reali e dalle domande dell’umanità sofferente? Quante volte le iniziative sono fatte per soddisfare chi le pensa a tavolino e non per rispondere al bisogno dell’uomo concreto che cerca un senso per vivere, una risposta al proprio dolore, che grida, a volte in modo sorprendente e irrituale, l’esigenza di Dio? Quante volte nelle nostre riunioni è bandito il contenuto dell’annuncio cristiano, da relegarsi invece a momenti, cosiddetti, “spirituali”?
Il clericalismo non si vince distribuendo il potere nell’organizzazione ecclesiastica: troppo spesso, denuncia il nostro Papa, si è generata «una élite laicale credendo che siano laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”» (Lettera al Presidente della Commissione per l’America Latina, 19.03.16). Il funzionalismo, il clericalismo, così come tutte le patologie ecclesiali nascono dal dare per scontata la fede e dal pensare di fatto, come Giuda, che ci sia qualcosa di più efficace e incisivo di Cristo.
Qual è, invece, la natura autentica della Chiesa? Un uomo, Dio fatto carne, che si china a lavare i piedi a me uomo peccatore (Gv 13,1-15), che mi stima e mi ama mentre lo tradisco, che è commosso per la mia umanità bisognosa, che non ha ribrezzo delle mie ferite, che bacia la mia carne di lebbroso, che piange con me e non mi consola con delle teorie o delle spiegazioni, ma con un abbraccio. Per questo la liturgia del Giovedì santo ci propone il gesto compiuto da Gesù nell’Ultima Cena, legandolo all’istituzione dell’eucarestia e del sacerdozio.
La Chiesa non la costruiamo noi, la fa Cristo con l’umanità di chi si lascia lavare i piedi, come Pietro, che accetta, dopo l’iniziale resistenza perché vuole Gesù, e basta!
Secondo le nuove disposizioni del Papa il gruppo di coloro a cui vengono lavati i piedi è una porzione del popolo di Dio – non solamente i dodici Apostoli – uomini e donne, i quali vivono un gesto che esprime l’essenziale: Dio fatto carne che mendica il mio cuore. Si diventa protagonisti nella Chiesa non per un ruolo, non perché si diventa capi dei chierichetti o parte delle segreterie o padroni delle iniziative ecclesiastiche, non diventando preti o vescovi, ma lasciandosi commuovere da Cristo che si inginocchia davanti a noi, lasciandosi guardare da Lui, lasciandosi abbracciare e stringendo la sua carne.
Uomini e donne così possono essere fino in fondo responsabili del Popolo di Dio, non di meri aspetti organizzativi o funzionali ma della Chiesa in quanto tale. Per la mia vita e la mia stessa vocazione sono decisivi rapporti vissuti a questo livello, con amici laici, compresi diversi delle parrocchie in cui ho vissuto e vivo. È protagonista responsabile del Popolo di Dio chi, lasciandosi afferrare da Cristo vive e comunica un’umanità attraente, capace di parlare al cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo, i quali, come noi, cercano ciò di cui abbiamo bisogno per vivere.

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SETTIMANA SANTA

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UN CRISTIANESIMO SENZA CRISTO?

Cari amici di San Girolamo,
vi anticipo che entro Pasqua sarà pubblicato un mio testo dal titolo:
“Un cristianesimo senza Cristo? Il Magistero di Francesco sulle tentazioni gnostiche e pelagiane della Chiesa di oggi”. Edizioni Itaca.
Sarà presentato pubblicamente MERCOLEDI' 15 MAGGIO, alle ore 21 nel Teatro del Seminario.
Interverranno:
Ezio Prato (Docente di teologia fondamentale presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale).
Manuel Mussoni (Presidente diocesano dell'Azione Cattolica).
Mario Galasso (Direttore della Caritas diocesana e Delegato regionale delle Caritas dell’Emilia Romagna).
Modera: Simona Mulazzani, Direttrice Icaro TV.

Ve lo comunico con anticipo affinché chi desidera partecipare possa segnarlo per tempo in agenda.

COSA VINCE LA PAURA?

Esperienze di incontro con i migranti accolti nelle nostre famiglie:
Teatro parrocchiale di San Girolamo Martedì 2 aprile ore 21

INTERVERRANNO:

Mario Galasso, Direttore della Caritas Diocesana,
con la moglie Maria Laura Gualandi

Donatella Magnani, insegnante

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Visita alle famiglie per la Benedizione pasquale - dal 25 al 29 marzo

Lunedì 25 marzo (dalle 17 alle 19.30): TRIESTE e RISMONDO.

Martedì 26 marzo (dalle 15.30 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): BORSI.

Mercoledì 27 marzo (dalle 14 alle 19.30): VIE FILZI e MONTELLO.

Giovedì 28 marzo (dalle 14 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): TRIESTE (1-16).

Venerdì 29 marzo (dalle 14 alle 17.30): CHIESA.

Download Avviso_Benedizioni_2019_-_8a_settimana.pdf

USCITA A PADOVA: SCOPRIRE IL VANGELO ATTRAVERSO GIOTTO

Domenica 24 marzo proponiamo a tutti, dai bambini agli adulti, un'uscita a Padova incentrata sulla visita alla Cappella degli Scrovegni, dove gli affreschi di Giotto ci conducono alla scoperta della "semplicità e della concretezza del Vangelo".

Scarica il volantino in formato pdf per invitare amici e conoscenti:

Download Padova_24.03.19.pdf

Visita alle famiglie per la Benedizione pasquale: calendario della settimana dal 25.02 al 01.03

Lunedì 25 febbraio (dalle 14 alle 19.30): VIALE NAZARIO SAURO (nn. 1 - 40).

Martedì 26 febbraio (dalle 15.30 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): VIALE PRINCIPE AMEDEO (nn. 51 - 76).

Mercoledì 27 febbraio (dalle 14 alle 19.30): PISANI.

Venerdì 1 marzo (dalle 14 alle 17.30): SUCCI - GIOIA -
DUCA D’AOSTA.

Si può scaricare l’avviso in formato pdf cliccando sulla riga seguente.

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