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PARROCCHIA S. GIROLAMO

Omelia nel funerale di ELIO TOSI

Omelia nella Santa Messa esequiale per Elio Tosi
San Girolamo, 13 febbraio 2021

Gesù amava mangiare a casa di Marta, Maria e Lazzaro, dove era spesso ospitato assieme ai suoi discepoli (cfr. Lc 10, 38-42). Siamo tutti grati al nostro Elio per essere stati ospitati dal suo affetto e dalla sua amicizia, con una cura dell’accoglienza che ha segnato la storia della nostra Città, qui rappresentata dal Sindaco e dai tanti presenti.
Personalmente ho conosciuto Elio in questi primi anni trascorsi qui nella Parrocchia San Girolamo, proprio a partire da quel sorriso accogliente con cui mi salutava prima della Messa delle 11, entrando in chiesa sempre con grande anticipo, quando ancora non c’era nessuno. Sono stato ospitato a pranzo a casa sua, potendo sperimentare la cucina della cara Rita – senza la quale non sarebbe stata possibile la sua grande avventura professionale, che lo ha reso protagonista della storia di Rimini – e il suo piacere di accogliere e incontrare l’altro. Sottolineo quest’ultimo aspetto perché mi pare che sia l’insegnamento fondamentale che offre alla nostra Comunità parrocchiale e all’intera società civile. Il brano del Vangelo secondo Giovanni che è stato proclamato (Gv 11, 17-27) ci ricorda la natura dell’amicizia tra Gesù, Marta, Maria e Lazzaro, segnata dalla gratuità e dall’accoglienza. I tre fratelli che ospitavano il Signore con i suoi discepoli non avevano ruoli nella comunità, incarichi o ministeri. Amavano Gesù, che a sua volta amava stare a pranzo da loro, colpito dalla cura di Marta nel preparare da mangiare e commosso dal desiderio di Maria, che non perdeva neppure una parola di quel che diceva, non esitando a rompere un vaso di unguento profumato e preziosissimo per ungere i suoi piedi (Gv 12, 1-8), un gesto che scandalizzò il moralista Giuda, per questo apparente “spreco”, che in realtà esprimeva il riconoscimento di un rapporto decisivo per la propria vita.
Questo rapporto è il cuore dell’esperienza cristiana, e non è superfluo sottolinearlo, poiché, non di rado, anche all’interno della comunità ecclesiale può prevalere la freddezza dei programmi e delle strutture, riducendo la partecipazione alla vita stessa della Chiesa a ruoli o a funzioni nell’organizzazione. Tra Gesù, Maria, Marta e Lazzaro prevaleva, invece, il calore di un abbraccio in cui ogni uomo e ogni donna, in qualsiasi situazione si trovino, senza alcuna preclusione, possono essere accolti.
Papa Francesco, per richiamare questo aspetto, cita spesso uno dei suoi film preferiti, “Il pranzo di Babette” (cfr., ad esempio, Amoris laetitia 129) la cui trama è incentrata sullo “spreco di amore” espresso in un pranzo preparato con cibi e bevande preziosissimi: «I protagonisti sono persone che vivono in un calvinismo puritano esagerato, a tal punto – affermava l’allora Card. Bergoglio – che la redenzione di Cristo si vive come una negazione delle cose di questo mondo. Quando arriva la freschezza della libertà, lo spreco per una cena, tutti finiscono trasformati. In verità questa comunità non sapeva che cosa fosse la felicità. Viveva schiacciata dal dolore... aveva paura dell’amore» (J. M. Bergoglio in A. Tornielli, Jorge Mario Bergoglio. Francesco. Insieme, Piemme, Milano 2013)
Abbiamo proprio bisogno, nella Chiesa e nella società, di questo “spreco di amore”, di questa “freschezza della libertà”, di questo «gusto di riconoscere l’altro» (Francesco, Enciclica Fratelli tutti n. 218), di affermare l’altro come un bene, in politica, nel turismo come nei rapporti quotidiani. Quando ascoltavo i racconti di Elio, con alcuni aneddoti riguardanti i suoi rapporti con le tante personalità conosciute dirigendo l’Embassy, emergeva non tanto il vanto per la sua familiarità con volti noti dello spettacolo o della politica, quanto piuttosto il gusto dell’incontro con ciascuno, che anche tutti noi abbiamo sperimentato nel suo sorriso e nella sua caratteristica stretta di mano.
«La vita è l’arte dell’incontro», ci ricorda Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti (n. 215) sottolineando che «l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro» (Ibid., 66).
Nella Chiesa come nella società civile, di fronte alle grandi sfide del tempo drammatico in cui viviamo, siamo tentati di pensare che questo sia poco, ma la novità, che genera una speranza e uno sguardo positivo sulla realtà, irrompe nella nostra vita sempre e solo per un incontro umano.
È il metodo di Gesù.
«Tuo fratello risorgerà», si rivolge il Signore a Marta, la quale risponde: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno» (Gv 11,24). Ma questo ancora non basta alla donna che soffre per la morte del fratello Lazzaro, e non basta neppure a noi. «Io sono la risurrezione e la vita – continua Gesù – chi crede in me anche se muore vivrà […] Credi questo?» (Gv 11, 25). A quel punto Marta, per rispondere, non può più limitarsi all’affermazione di un contenuto teorico, della quale pure era convinta, ma deve ripartire dall’esperienza vissuta con Cristo, nella storia di quella straordinaria amicizia fiorita in pranzi e cene, in gesti di ospitalità e condivisione, ed allora, in forza di quanto vissuto, può finalmente esclamare: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11, 27).
Noi rinnoviamo questo riconoscimento della fede, che ha sempre sostenuto Elio anche nelle prove della vita, come ho potuto constatare dal modo con cui ha affrontato le sofferenze che, anche negli ultimi anni, non gli sono state risparmiate.
Pochi giorni dopo aver ricevuto l’importante riconoscimento della Città con il Sigismondo d’oro, Elio venne qui in chiesa con la moglie Rita per ringraziare il Signore dei 65 anni del loro Matrimonio e noi imploriamo per lui e per noi la misericordia di Dio, più grande di qualsiasi male commesso o subito, affinché, come grandi peccatori perdonati, possiamo tutti ritrovarci nel grande banchetto celeste del Paradiso.

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Omelia nel funerale di ELIO TOSI

Omelia nella Santa Messa esequiale per Elio Tosi
San Girolamo, 13 febbraio 2021

Gesù amava mangiare a casa di Marta, Maria e Lazzaro, dove era spesso ospitato assieme ai suoi discepoli (cfr. Lc 10, 38-42). Siamo tutti grati al nostro Elio per essere stati ospitati dal suo affetto e dalla sua amicizia, con una cura dell’accoglienza che ha segnato la storia della nostra Città, qui rappresentata dal Sindaco e dai tanti presenti.
Personalmente ho conosciuto Elio in questi primi anni trascorsi qui nella Parrocchia San Girolamo, proprio a partire da quel sorriso accogliente con cui mi salutava prima della Messa delle 11, entrando in chiesa sempre con grande anticipo, quando ancora non c’era nessuno. Sono stato ospitato a pranzo a casa sua, potendo sperimentare la cucina della cara Rita – senza la quale non sarebbe stata possibile la sua grande avventura professionale, che lo ha reso protagonista della storia di Rimini – e il suo piacere di accogliere e incontrare l’altro. Sottolineo quest’ultimo aspetto perché mi pare che sia l’insegnamento fondamentale che offre alla nostra Comunità parrocchiale e all’intera società civile. Il brano del Vangelo secondo Giovanni che è stato proclamato (Gv 11, 17-27) ci ricorda la natura dell’amicizia tra Gesù, Marta, Maria e Lazzaro, segnata dalla gratuità e dall’accoglienza. I tre fratelli che ospitavano il Signore con i suoi discepoli non avevano ruoli nella comunità, incarichi o ministeri. Amavano Gesù, che a sua volta amava stare a pranzo da loro, colpito dalla cura di Marta nel preparare da mangiare e commosso dal desiderio di Maria, che non perdeva neppure una parola di quel che diceva, non esitando a rompere un vaso di unguento profumato e preziosissimo per ungere i suoi piedi (Gv 12, 1-8), un gesto che scandalizzò il moralista Giuda, per questo apparente “spreco”, che in realtà esprimeva il riconoscimento di un rapporto decisivo per la propria vita.
Questo rapporto è il cuore dell’esperienza cristiana, e non è superfluo sottolinearlo, poiché, non di rado, anche all’interno della comunità ecclesiale può prevalere la freddezza dei programmi e delle strutture, riducendo la partecipazione alla vita stessa della Chiesa a ruoli o a funzioni nell’organizzazione. Tra Gesù, Maria, Marta e Lazzaro prevaleva, invece, il calore di un abbraccio in cui ogni uomo e ogni donna, in qualsiasi situazione si trovino, senza alcuna preclusione, possono essere accolti.
Papa Francesco, per richiamare questo aspetto, cita spesso uno dei suoi film preferiti, “Il pranzo di Babette” (cfr., ad esempio, Amoris laetitia 129) la cui trama è incentrata sullo “spreco di amore” espresso in un pranzo preparato con cibi e bevande preziosissimi: «I protagonisti sono persone che vivono in un calvinismo puritano esagerato, a tal punto – affermava l’allora Card. Bergoglio – che la redenzione di Cristo si vive come una negazione delle cose di questo mondo. Quando arriva la freschezza della libertà, lo spreco per una cena, tutti finiscono trasformati. In verità questa comunità non sapeva che cosa fosse la felicità. Viveva schiacciata dal dolore... aveva paura dell’amore» (J. M. Bergoglio in A. Tornielli, Jorge Mario Bergoglio. Francesco. Insieme, Piemme, Milano 2013)
Abbiamo proprio bisogno, nella Chiesa e nella società, di questo “spreco di amore”, di questa “freschezza della libertà”, di questo «gusto di riconoscere l’altro» (Francesco, Enciclica Fratelli tutti n. 218), di affermare l’altro come un bene, in politica, nel turismo come nei rapporti quotidiani. Quando ascoltavo i racconti di Elio, con alcuni aneddoti riguardanti i suoi rapporti con le tante personalità conosciute dirigendo l’Embassy, emergeva non tanto il vanto per la sua familiarità con volti noti dello spettacolo o della politica, quanto piuttosto il gusto dell’incontro con ciascuno, che anche tutti noi abbiamo sperimentato nel suo sorriso e nella sua caratteristica stretta di mano.
«La vita è l’arte dell’incontro», ci ricorda Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti (n. 215) sottolineando che «l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro» (Ibid., 66).
Nella Chiesa come nella società civile, di fronte alle grandi sfide del tempo drammatico in cui viviamo, siamo tentati di pensare che questo sia poco, ma la novità, che genera una speranza e uno sguardo positivo sulla realtà, irrompe nella nostra vita sempre e solo per un incontro umano.
È il metodo di Gesù.
«Tuo fratello risorgerà», si rivolge il Signore a Marta, la quale risponde: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno» (Gv 11,24). Ma questo ancora non basta alla donna che soffre per la morte del fratello Lazzaro, e non basta neppure a noi. «Io sono la risurrezione e la vita – continua Gesù – chi crede in me anche se muore vivrà […] Credi questo?» (Gv 11, 25). A quel punto Marta, per rispondere, non può più limitarsi all’affermazione di un contenuto teorico, della quale pure era convinta, ma deve ripartire dall’esperienza vissuta con Cristo, nella storia di quella straordinaria amicizia fiorita in pranzi e cene, in gesti di ospitalità e condivisione, ed allora, in forza di quanto vissuto, può finalmente esclamare: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11, 27).
Noi rinnoviamo questo riconoscimento della fede, che ha sempre sostenuto Elio anche nelle prove della vita, come ho potuto constatare dal modo con cui ha affrontato le sofferenze che, anche negli ultimi anni, non gli sono state risparmiate.
Pochi giorni dopo aver ricevuto l’importante riconoscimento della Città con il Sigismondo d’oro, Elio venne qui in chiesa con la moglie Rita per ringraziare il Signore dei 65 anni del loro Matrimonio e noi imploriamo per lui e per noi la misericordia di Dio, più grande di qualsiasi male commesso o subito, affinché, come grandi peccatori perdonati, possiamo tutti ritrovarci nel grande banchetto celeste del Paradiso.

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L’ORATORIO DELLA PARROCCHIA SAN GIROLAMO È STATO RIMESSO A NUOVO:

SABATO 23 GENNAIO ALLE ORE 16.30 LA BENEDIZIONE DEL NOSTRO VESCOVO FRANCESCO AL TERMINE DEGLI INCONTRI DI CATECHISMO.

Prima di Natale sono ripresi gli incontri di catechismo in preparazione ai Sacramenti dell'Iniziazione cristiana ed i ritrovi dei giovani, che si svolgono, secondo le norme sanitarie vigenti, nei due ambienti più ampi tra i locali ad uso pastorale: il Teatro e l'Oratorio. Quest'ultimo è stato ristrutturato, dotato di nuovi arredi e della tecnologia adeguata per riunioni in presenza, a distanza e miste, con interventi che lo hanno reso bello e funzionale, per ritrovi di ragazzi, adulti e famiglie.

La sala dell'oratorio sarà dedicata a don Giuseppe Bonini (1923-2019), che è stato il primo parroco di San Girolamo, dal 1965 al 1998, accompagnando la nostra Comunità anche negli anni successivi con la sua presenza paterna e amica.

«LA CRISI: UNA NOVITÀ CHE GERMOGLIA DAL VECCHIO»

La crisi è “un tempo di grazia”: è “il Vangelo a metterci in crisi” facendo “spazio alla novità che lo Spirito suscita.

Due brani da due recenti interventi di Papa Francesco:

Alla Curia Romana, 21 dicembre.
Questo Natale è il Natale della pandemia, della crisi sanitaria, della crisi economica sociale e persino ecclesiale che ha colpito ciecamente il mondo intero. […] Come ricorda la radice etimologica del verbo krino: la crisi è quel setacciamento che pulisce il chicco di grano dopo la mietitura. […] La crisi più eloquente è quella di Gesù. […] Egli inaugura la sua vita pubblica attraverso l’esperienza della crisi vissuta nelle tentazioni. […] Successivamente Gesù affrontò una indescrivibile crisi nel Getsemani: solitudine, paura, angoscia, il tradimento di Giuda e l’abbandono degli Apostoli (cfr. Mt 26,36-50). Infine, venne la crisi estrema sulla croce: la solidarietà con i peccatori fino a sentirsi abbandonato dal Padre (cfr. Mt 27,46). Nonostante ciò, Egli con piena fiducia “consegnò il suo spirito nelle mani del Padre” (cfr. Lc 23,46). E questo suo pieno e fiducioso abbandono aprì la via della Risurrezione (cfr. Eb 5,7). […] Quante volte […] le nostre analisi ecclesiali sembrano racconti senza speranza. Una lettura della realtà senza speranza non si può chiamare realistica. La speranza dà alle nostre analisi ciò che tante volte i nostri sguardi miopi sono incapaci di percepire. […] Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo, si limita a fare l’autopsia di un cadavere: guarda la crisi, ma senza la speranza del Vangelo, senza la luce del Vangelo. Siamo spaventati dalla crisi non solo perché abbiamo dimenticato di valutarla come il Vangelo ci invita a farlo, ma perché abbiamo scordato che il Vangelo è il primo a metterci in crisi. […] La novità introdotta dalla crisi voluta dallo Spirito non è mai una novità in contrapposizione al vecchio, bensì una novità che germoglia dal vecchio e lo rende sempre fecondo. Gesù usa un’espressione che esprime in maniera semplice e chiara questo passaggio: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). L’atto di morire del seme […] nello stesso tempo segna la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro […]: davanti ai nostri occhi vediamo una fine e allo stesso tempo in quella fine si manifesta un nuovo inizio. […] Solo morendo a una certa mentalità riusciremo anche a fare spazio alla novità che lo Spirito suscita costantemente nel cuore della Chiesa. […] Senza la grazia dello Spirito Santo, si può persino cominciare a pensare la Chiesa in una forma sinodale che però, invece di rifarsi alla comunione con la presenza dello Spirito, arriva a concepirsi come una qualunque assemblea democratica fatta di maggioranze e minoranze. Come un parlamento, per esempio: e questa non è la sinodalità. Solo la presenza dello Spirito Santo fa la differenza. Che cosa fare durante la crisi? Innanzitutto, accettarla come un tempo di grazia donatoci per capire la volontà di Dio su ciascuno di noi e per la Chiesa tutta.

Angelus, 13 dicembre.
“Rallegratevi!”. La gioia cristiana. E qual è il motivo di questa gioia? Che «il Signore è vicino» (cfr. Fil 4,4.5). Più il Signore è vicino a noi, più siamo nella gioia; più Lui è lontano, più siamo nella tristezza. Questa è una regola per i cristiani. Una volta un filosofo diceva una cosa più o meno così: “Io non capisco come si può credere oggi, perché coloro che dicono di credere hanno una faccia da veglia funebre. Non danno testimonianza della gioia della risurrezione di Gesù Cristo”. Tanti cristiani con quella faccia, sì, faccia da veglia funebre, faccia di tristezza... Ma Cristo è risorto! Cristo ti ama! E tu non hai gioia? Pensiamo un po’ a questo e diciamo: “Io, ho gioia perché il Signore è vicino a me, perché il Signore mi ama, perché il Signore mi ha redento?”.

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IL NATALE È UN NUOVO INIZIO

Omelia nella Santa Messa della Notte di Natale
San Girolamo, 24 dicembre 2020

«Il Popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9, 1).
Qual è questa luce che ha avvolto i pastori (Lc 2,9)? Qual è la luce che ci sta permettendo di guardare con speranza al nostro tempo? Qual è l’origine di quello sguardo alla circostanza che stiamo vivendo, da cui, nella nostra Comunità di San Girolamo, siamo stati colpiti negli ultimi mesi? Ci siamo, infatti, sorpresi in un «un modo diverso di guardare», come alcuni di voi hanno sottolineato, in alcuni passi del nostro percorso, dall’Assemblea parrocchiale del 25 settembre all’ultima riunione del Consiglio pastorale, il 19 novembre, fino alla Veglia di Natale del 17 dicembre.
Lunedì scorso, il Papa, nel suo Discorso alla Curia Romana, ha osservato come «tante volte anche le nostre analisi ecclesiali sembrano racconti senza speranza», sottolineando che «una lettura della realtà senza speranza non si può chiamare realistica» (21 dicembre). Certamente questo è un tempo di crisi – sanitaria, economica, psicologica, educativa – ed è anche una «crisi ecclesiale». Noi, come ha affermato Francesco, «siamo spaventati dalla crisi non solo perché abbiamo dimenticato di valutarla come il Vangelo ci invita a farlo, ma perché abbiamo scordato che il Vangelo è il primo a metterci in crisi» (Ibid.). Se ci lasciamo, invece, mettere in crisi dal Vangelo, possiamo scoprire «che il tempo della crisi è un tempo dello Spirito», che anche nella nostra epoca «Dio continua a far crescere i semi del suo Regno in mezzo a noi» e che sta fiorendo «una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio» (Ibid.). Non si tratta di «una novità in contrapposizione al vecchio», ma di «una novità che germoglia dal vecchio e lo rende sempre fecondo», secondo la dinamica di un continuo «nuovo inizio» (Ibid.).
Introducendo la Veglia di Natale ho proposto un brano di Charles Peguy, grande scrittore cattolico francese amato anche dallo stesso Papa Francesco, il quale osserva: «Quando in un albero, […] una cima […] avvizzisce, la natura […] fa una presa più in basso, […] riprende più in profondità; […] un nuovo germoglio perfora la dura scorza, un germoglio venuto dall’intimo e dal profondo, dall’interno durevole dell’albero. […] La cima che si seccherà può essere ancora tutta frondosa, tutta maestosa di foglie come un pennacchio. […] A suo confronto quel povero piccolo germoglio […], che dal sotto perfora la dura scorza, sembra un nulla. Eppure è proprio […] da esso che verrà la salvezza, che deriverà la sopravvivenza, la rinascita» (Il germoglio, in Il fazzoletto di Véronique, Antologia della prosa (1900- 1914), a cura di P. Colognesi, Eupress FTL – Cantagalli, Lugano – Siena 2020, 313-314).
Il Natale è un «nuovo inizio». Se non è un continuo «nuovo inizio» non è cristianesimo.
Il bambino nella mangiatoia è, oggi come duemila anni fa, questo “nuovo inizio”, quel germoglio che nasce dal tronco di Iesse (cfr. Is 11,1), il quale «sembra un nulla» a confronto dei grandi potenti della storia e la cui nascita parrebbe espressione della sua irrilevanza: in un luogo periferico dell’Impero e fuori città, poiché «non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7). «Venne fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo sono stati generati» (Gv 1,11-13).
Da questo germoglio fiorisce una familiarità nuova, come quella che abbiamo sperimentato nella Veglia di Natale di giovedì scorso, un legame che non nasce da carne e sangue, da un nostro progetto o dal nostro volontarismo, ma dall’iniziativa di Dio che ci afferra insieme nell’accadere della Sua Presenza: «il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi» (Gv 1,14). Quando, in uno sguardo, durante una cena o un ritrovo, in un dialogo imprevisto o in un incontro inaspettato, si riconosce un accento vero di umanità, che corrisponde all’attesa del nostro cuore, ci si sorprende insieme come è accaduto ai discepoli di quel bambino diventato uomo, «invasi dallo stupore» (Lc 5, 9): qui nasce la Comunità (cfr. Lc 5,10-11). Essa non potrà mai essere frutto delle nostre pianificazioni o dei nostri progetti, poiché consiste unicamente nell’accadere di Cristo, per il dono di grazia dello Spirito Santo.
Troppo poco?
Ognuno può verificarlo nella propria esperienza, al cui giudizio si sottomette Cristo stesso: chi è leale col proprio cuore sa che la propria umanità rifiorisce solo da una novità che allarga il desiderio e la domanda di cui siamo fatti, ovvero da un incontro vivo che fa vivere. Quello che già sappiamo ci “mummifica” (cfr. Francesco, Incontro con i Vescovi del Mozambico, 05.09.19; Omelia nella Giornata Mondiale dei Poveri, 15.11.20), mentre solo qualcosa che accade – ora! – riempie il cuore di letizia, rende certi e indomabili in ogni circostanza, pieni dell’abbraccio di una Presenza in carne ed ossa e, perciò, colmi di speranza.
Non scambierei mai quello che accade tra noi – ed ho in mente diversi dei vostri volti – una realtà apparentemente fragile come Dio fattosi Bambino, con una organizzazione potente, creata dai nostri piani, nella quale isolarci come in una bolla, ovvero in una comfort zone popolata solo da gente che la pensa come noi. Essa, infatti, per quanto, apparentemente, potente ed efficiente, sarà sempre incapace di quell’autentica novità, attendendo la quale possiamo, invece, riconoscere come compagni di cammino tutti i nostri fratelli uomini, senza chiusure che sono estranee all’esperienza cristiana, poiché il cristianesimo non è mai contro nessuno.
Potremo così condividere la nostra speranza, l’unica vera arma che abbiamo, l’unica ricchezza che possiamo donare a tutti in questo Natale così drammatico.
Un dono che Peguy descrive come una piccola gemma: «La mia piccola speranza non è altro che [una] piccola promessa di gemma […]. E quando si vede l’albero, quando guardate la quercia, quella rude scorza della quercia tredici e quattordici volte centenaria […] la piccola gemma tenera non sembra proprio più nulla. […] Eppure è da lei che tutto viene invece. Senza una gemma che viene una volta l’albero non sarebbe. […] Senza quella gemma, che ha l’aria di non essere nulla, che non sembra nulla, tutto questo non sarebbe che del legno morto. E il legno morto sarà gettato nel fuoco. […] Ora io ve lo dico, dice Dio, […] senza quell’unico piccolo germogliare della speranza […] che il primo venuto può far saltare con l’unghia, tutta la mia creazione non sarebbe che del legno morto. E il legno morto sarà gettato nel fuoco. E tutta la mia creazione non sarebbe che un immenso cimitero» (Il mistero dei santi innocenti, Jaca Book, Milano 1984, 290-292).

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Download Omelia_nella_Santa_Messa_della_Notte_di_Natale__24.12.2020.pdf

“UN GERMOGLIO SPUNTERÀ DAL TRONCO DI IESSE, UN VIRGULTO GERMOGLIERÀ DALLE SUE RADICI” (Is 11,1).

Per scaricare il Libretto della Veglia di Natale di giovedì 17 dicembre clicca sul link seguente:

Download Libretto_Veglia_di_Natale_17.12.2020.pdf

LO STUPORE PER UN GERMOGLIO NUOVO

Lo stupore per un germoglio nuovo

La Festa parrocchiale è l’occasione per porsi una domanda di fondo: si ripropongono alcuni gesti comunitari, siamo all’inizio di un nuovo anno pastorale, ma cosa ci permette di ricominciare, di cosa abbiamo realmente bisogno in questa situazione tutt’ora drammatica?
Ogni giorno che passa ci rendiamo sempre più conto delle conseguenze dolorose della pandemia in corso, dalle difficoltà economiche all’emergere di varie forme di disagio a livello psicologico, dalla posizione di chi si ritrova bloccato dalla paura a quella di chi nega l’evidenza del problema, entrambe caratterizzate da una fuga dalla realtà, percepita, coscientemente o meno, come ostile, con un sospetto di fondo sulla bontà della vita stessa.
Da dove si ricomincia dunque? In una serata di dialogo nella quale ci ritroviamo con un gruppo di parrocchiani, l’ascolto del brano di una video intervista a Luca Fortunato, della Capanna di Betlemme di Chieti, ha introdotto la riflessione mettendo in evidenza l’esigenza di uno sguardo che ti abbracci, come quello che ha raggiunto Zaccheo (Lc 19,1-10), lo sguardo di qualcuno che si accorga di te, che tenga alla tua persona. Maria Luisa racconta di come, nel contesto della vita di un’associazione a cui si dedica, il rapporto con alcune persone in difficoltà economiche a causa delle conseguenze della pandemia le ha fatto comprendere la necessità di essere cercati e guardati e l’ha rilanciata nella vita quotidiana. Questa esperienza richiama una dimensione decisiva per il compito a cui siamo chiamati in un tempo che richiede sempre di più una “pastorale corpo a corpo”, come la chiama il Papa, che si giochi nell’incontro personale. Antonio mette in evidenza come “occorre essere vigili” per accorgersi dell’altro e sorprendersi in quella “invidia” che gli fa desiderare un’esperienza che sempre lo ha colpito, ma da cui spesso è fuggito. Tuttavia la vita non lo ha lasciato in pace, fino a questi ultimi anni in cui si è reso conto che seguire Cristo non può essere “automatico” ed è accaduto un incontro che ha provocato una “rivoluzione mentale”. Emerge sempre di più che “la vita che faccio non mi basta, non è quello che cerco”, e questo incrementa il desiderio di un reale percorso di fede. È proprio vero che il cristianesimo si comunica solo “per invidia”, ovvero, come ci ripete costantemente Papa Francesco, citando Benedetto XVI, “la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione” (Evangelii gaudium 14). Gabriella, responsabile della Caritas parrocchiale ed impegnata in tante attività a favore dei più bisognosi, riconosce anche lei che “il proprio fare da solo non basta”, lascia un “vuoto” dentro, occorre “qualcosa di più”; cercando questo “di più” anche lo stesso “fare” lo si vive con un altro respiro. Francesco reagisce circa il fatto che “il fare” non basta. Mi rendo conto che l’esperienza che è stata raccontata è dirompente, ribalta gli schemi e costringe a chiedersi cosa incide realmente nella vita e quale sia la novità del cristianesimo. D’altra parte il racconto dello stesso Francesco mette in evidenza che non c’è partecipazione, anche alla liturgia, che ci garantisca nel rapporto con Cristo. Nel suo intervento rileva una “fatica della Chiesa tutta”, innanzitutto nella vita parrocchiale e diocesana, a cominciare dalla carenza di vocazioni, fino a rilevare una distanza dai giovani. Il fatto che i propri figli non seguano il percorso dei genitori è sempre una grande provocazione, ma che va colta fino in fondo. Siamo sicuri che non stiano rifiutando una riduzione del cristianesimo, che non convince neppure gli adulti che li vorrebbero all’ombra del campanile? “Ma tu – mi rivolgo a uno dei genitori presenti – riconosci qualcosa che ti attrae in questo momento nell’esperienza cristiana?”. “No”. “E allora, rispondo a mia volta – perché i tuoi figli dovrebbero seguire qualcosa che non è attraente per te?”. Occorre invece prendere sul serio le questioni di fondo, per cui i nostri giovani tante volte si allontanano da una vita ecclesiale percepita come estranea alla vita reale. È decisivo accogliere la sfida delle domande che suscita la realtà quando si impone e ci impedisce di restare tranquilli nella nostra comfort zone, per verificare se veramente Cristo “tiene” di fronte alla morte, al dolore, all’urgenza di scoprire un significato per l’esistenza, esasperatamente richiamata anche dai recenti suicidi di giovanissimi nella nostra Provincia. Questa domanda drammatica provoca a rimettersi in discussione rispetto a quello che crediamo già di sapere e che invece possiamo riscoprire nella disponibilità a lasciarci cambiare da quello che accade, ad accettare di vedere quello che tante volte scegliamo di non vedere per non mettere in discussione il nostro “già saputo”. Durante l’estate è accaduto, in una serata con le amiche del coro diretto da Elena, qualcosa che non era mai successo in precedenza, almeno con questa intensità. Grazie a una di loro che partecipa solo nei momenti di vacanza essendosi trasferita in un’altra città, la quale si è giocata con grande libertà condividendo una vicenda per lei drammatica, il dialogo si è approfondito, potendo guardare con stima la propria umanità e riconoscendo il dono più prezioso proprio in quello che avrebbe scartato: l’inquietudine che ha sempre segnato la sua vita. Il parlarsi ha così acquistato una densità per cui, pur non frequentandoci abitualmente, è accaduta una familiarità che ha permesso a un’altra persona presente di aprirsi e mettersi ugualmente in gioco. La domanda sul senso del vivere, che tante volte può allontanare le persone umanamente più vive da una falsificazione dell’esperienza cristiana, è decisiva per riscoprire la novità reale che Cristo introduce nella vita. Non mancano persone “fuori dal giro” di coloro che partecipano assiduamente ad alcuni aspetti della vita parrocchiale, le quali si stanno interessando, in modi diversi, alla proposta cristiana. Ce ne siamo resi conto in due occasioni in cui ci siamo ritrovati, prima dell’inizio della pandemia, con alcune coppie per un dialogo sull’amore umano a partire dall’esperienza di Sandra Sabattini, o per il fatto che c’è, tra i genitori dei bambini del catechismo, chi si è riavvicinato alla vita ecclesiale dopo un allontanamento durato molti anni e partecipa ai momenti comunitari con un’intensità che non si riconosce in diversi “del giro stretto” di coloro che gestiscono alcune attività parrocchiali. Alcune di queste erano presenti al pranzo della festa. D’altra parte, proprio riguardo al tema dei giovani, è singolare notare che le persone con cui ho mantenuto un ritrovo periodico costante, che non si è interrotto con il lockdown ed è continuato nel periodo estivo, con dialoghi profondi, che raramente sono possibili negli incontri con gli adulti, sono state proprio alcune studentesse universitarie della nostra parrocchia. Forse ci sta sfuggendo qualcosa? Spesso, perdendo tempo a discutere del “tronco vecchio”, non vediamo ciò che accade sotto i nostri occhi e non riconosciamo il “germoglio nuovo” che fiorisce, il quale, per quanto piccolo, è più vivo del tronco già morto. In questa direzione, durante l’assemblea è stato proiettato anche un brano della video intervista a Mikel Arzumendi, sociologo e antropologo basco, non credente e tra i fondatori del gruppo terroristico ETA, da cui poi si è dissociato, il quale racconta come, imprevedibilmente, ha incontrato l’esperienza cristiana colpito da una umanità vera, che lo ha attratto facendogli “vedere quello che prima non vedevo”. Persone interessate a lui, “sorprese perché lui si sorprendeva”, fino a riconoscere di non aver “mai visto qualcosa di simile” (i link video integrali delle testimonianze di Luca Fortunato e Mikel Azurmendi si possono trovare sul sito della parrocchia: www.sangirolamo.org). Gli “ultimi arrivati” sono decisivi perché grazie al loro stupore possiamo tornare ad accorgerci di ciò che non vedevamo più. L’assemblea si conclude con il racconto di un fatto accaduto ad Erika, la quale trascorrendo alcuni giorni in ospedale per un intervento chirurgico si è trovata in stanza con una donna molto diversa da lei, per storia e sensibilità. Eppure con stupore si è accorta che la compagna si è attaccata a lei raccontandole tutta la sua vita. Questa donna ha visto in lei qualcosa di vero, forse neppure sapendo dare un nome a questa umanità da cui si sentiva abbracciata al punto da confidarsi, e, soprattutto, per Erika può essere l’occasione per stupirsi di quello che attraverso di lei si comunica, per come ha suscitato un’attrattiva nella compagna di stanza. Gesù lo si conosce solo lasciandoci cambiare dal suo accadere tra noi, in una disponibilità che ci permetta di riconoscere il germoglio nuovo che Lui sta facendo crescere sotto i nostri occhi. Tutta l’efficacia della nostra azione pastorale si decide nell’assecondare o meno ciò che Cristo sta operando tra noi.

Per scaricare la pagina del Ponte del 04.10.20 in formato pdf clicca sul link seguente:

Download Il_Ponte_del_04.10.20_p._12.pdf

CONSIGLI PER LA LETTURA - 7

Un testo di Stefano Vitali sull'esperienza del miracolo per l'intercessione di Sandra Sabattini:

Vivo per miracolo, Edizioni Sempre: è la testimonianza sul miracolo accaduto per intercessione di Sandra e, soprattutto, di un cambiamento avvenuto non per miracolo ma per il "Sì" a Cristo nella Comunità.

Il volume sarà presentato Domenica 26 luglio all'Alba: ore 5.30 presso il Bagno 62 (gradita la prenotazione on line tramite FB)

CONSIGLI PER LA LETTURA - 6

Un testo di Julián Carrón sul tempo vertiginoso che stiamo vivendo e che, paradossalmente, ci porta a riscoprire l'essenza dell'umano. Una riflessione profonda che si rivolge al cuore di tutti gli uomini:

Il risveglio dell'umano. Riflessioni da un tempo vertiginoso, Rizzoli.

CONSIGLI PER LA LETTURA - 5

La biografia romanzata del venerabile François-Xavier Nguyên Van Thuán, vescovo vietnamita in carcere per 13 anni e poi creato cardinale da San Giovanni Paolo II, che ci testimonia un'esperienza di libertà e di fecondità possibile anche nei luoghi più disumani che si possano immaginare, la quale si comunica per il "contagio" di un'attrattiva che tocca anche il cuore dei suoi carcerieri:

Teresa Gutiérrez de Cabiedes, Van Thuan. Libero tra le sbarre, Città Nuova.

CONSIGLI PER LA LETTURA - 4

Dello stesso poeta e scrittore:

Tutto chiede salvezza (neo-vincitore del Premio Strega Giovani)

CONSIGLI PER LA LETTURA - 3

Due romanzi del poeta e scrittore Daniele Mencarelli editi da Mondadori che ci introducono nel mistero dell'uomo con una tenerezza che non scarta nulla del dramma di ciascuno di noi, scoprendo in questa nostra stessa umanità ferita il presentimento di una risposta:

La Casa degli sguardi

CONSIGLI PER LA LETTURA - 2

Vivo per miracolo, Edizioni Sempre: la testimonianza di Stefano Vitali sul miracolo accaduto per intercessione di Sandra e, soprattutto, di un cambiamento avvenuto non per miracolo ma per il "Sì" a Cristo nella Comunità.

Il volume sarà presentato Domenica 26 luglio all'Alba: ore 5.30 presso il Bagno 62 (gradita la prenotazione on line tramite FB)

CONSIGLI PER LA LETTURA - 1

In attesa della Beatificazione di Sandra (rimandata a data da destinarsi a causa della pandemia) continuiamo a lasciarci provocare e accompagnare da lei proponendoci due letture brevi e significative:

Io scelgo Te e basta, Edizioni Il Ponte: il libro su Sandra del nostro Vescovo Francesco (le copie sono disponibili anche in parrocchia)

La fede nel post-pandemia: Francesco ci sfida a un corpo a corpo con la vita

Leggi l'articolo di don Roberto sul Messaggio del Papa alle Pontificie Opere Missionarie cliccando su:


http://www.buongiornorimini.it/item/20220-la-fede-nel-post-pandemia-francesco-ci-sfida-a-un-corpo-a-corpo-con-la-vita.html

L'INCONTRO CON LO SGUARDO DI CRISTO

Messaggio del Papa inviato alle Pontificie Opere Missionarie
•La salvezza è l’incontro con Gesù, che ci vuole bene e ci perdona, inviandoci lo Spirito che ci consola e ci difende. La salvezza non è la conseguenza delle nostre iniziative missionarie, e nemmeno dei nostri discorsi sull’incarnazione del Verbo. La salvezza per ognuno può accadere solo attraverso lo sguardo dell’incontro con Lui, che ci chiama.
•Il mistero della Redenzione è entrato e continua a operare nel mondo attraverso un’attrattiva, che può avvincere il cuore degli uomini e delle donne perché è e appare più attraente delle seduzioni che fanno presa sull’egoismo, conseguenza del peccato. La Chiesa – ha affermato Papa Benedetto XVI – cresce nel mondo per attrazione e non per proselitismo. Se si segue Gesù felici di essere attratti da lui, gli altri se ne accorgono. E possono stupirsene.
•La gioia di annunciare il Vangelo brilla sempre sullo sfondo di una memoria grata. Gli Apostoli non hanno mai dimenticato il momento in cui Gesù toccò loro il cuore: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39).
•La Chiesa non è una dogana, e chi in qualsiasi modo partecipa alla missione della Chiesa è chiamato a non aggiungere pesi inutili sulle vite già affaticate delle persone, a non imporre cammini di formazione sofisticati e affannosi per godere di ciò che il Signore dona con facilità. Non mettere ostacoli al desiderio di Gesù, che prega per ognuno di noi e vuole guarire tutti, salvare tutti.
Gesù ha incontrato i suoi primi discepoli sulle rive del lago di Galilea, mentre erano intenti al loro lavoro. Non li ha incontrati a un convegno, o a un seminario di formazione, o al tempio. Da sempre, l’annuncio di salvezza di Gesù raggiunge le persone lì dove sono e così come sono, nelle loro vite in atto.
•Il lavoro dello Spirito Santo dota il Popolo dei fedeli di un “istinto” della fede – il sensus fidei – che lo aiuta a non sbagliare quando crede le cose di Dio, anche se non conosce ragionamenti e formule teologiche per definire i doni che sperimenta. Il mistero del popolo pellegrino, che con la sua spiritualità popolare cammina verso i santuari e si affida a Gesù, a Maria e ai santi, attinge e si mostra connaturale alla libera e gratuita iniziativa di Dio, senza dover seguire piani di mobilitazione pastorale.
•Ogni slancio missionario, se è mosso dallo Spirito Santo, manifesta la predilezione per i poveri e i piccoli come segno e riflesso della preferenza del Signore verso di loro.
La predilezione per i poveri non è per la Chiesa un’opzione facoltativa.
•Nella Chiesa anche gli elementi strutturali permanenti – come i sacramenti, il sacerdozio e la successione apostolica – vanno continuamente ricreati dallo Spirito Santo, e non sono a disposizione della Chiesa come un oggetto di possesso acquisito (cfr. CARD.J. RATZINGER, I movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica. Intervento al Convegno mondiale dei movimenti ecclesiali, Roma, 27-29 maggio 1998).
•Organizzazioni ed entità ecclesiastiche, al di là delle buone intenzioni dei singoli, finiscono talvolta per ripiegarsi su sé stesse, dedicando energie e attenzioni soprattutto alla propria auto-promozione e alla celebrazione in chiave pubblicitaria delle proprie iniziative. Altre sembrano dominate dall’ossessione di ridefinire continuamente la propria rilevanza e i propri spazi in seno alla Chiesa, con la giustificazione di voler rilanciare al meglio la propria missione. Per queste vie – ha detto una volta l’allora Cardinale Joseph Ratzinger – si alimenta anche l’idea ingannevole che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in strutture intra-ecclesiali, mentre in realtà quasi tutti i battezzati vivono la fede, la speranza e la carità nelle loro vite ordinarie, senza essere mai comparsi in comitati ecclesiastici e senza occuparsi degli ultimi sviluppi di politica ecclesiastica (cfr. Una compagnia sempre riformanda, Conferenza al Meeting di Rimini, 1 settembre 1990).
•Una Chiesa che ha paura di affidarsi alla grazia di Cristo e punta sull’efficientismo degli apparati è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici “autooccupati” dovessero durare ancora per secoli.
•Occorre dare risposte a domande ed esigenze reali, più che formulare e moltiplicare proposte. Forse nel corpo a corpo con la vita in atto, e non dai cenacoli chiusi, o dalle analisi teoriche sulle proprie dinamiche interne, possono arrivare anche intuizioni utili per cambiare e migliorare le proprie procedure operative, adattandole ai diversi contesti e alle diverse circostanze.
Anche nella circostanza del flagello della pandemia si avverte dovunque il desiderio di incontrare e rimanere vicino a tutto ciò che è semplicemente Chiesa. Cercate pure nuove strade, nuove forme per il vostro servizio; ma, nel fare questo, non serve complicare ciò che è semplice.
•Per favore, nella preghiera chiedete per prima cosa che il Signore ci renda tutti più pronti a cogliere i segni del suo operare, per poi indicarli a tutto il mondo.

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Download Francesco_Alle_sorgenti_di_una_missione_che_non_è_opera_nostra_21.05.20.pdf

UNA SFIDA TOTALMENTE LAICA E PER QUESTO AUTENTICAMENTE RELIGIOSA

AGLI AMICI E ALLE AMICHE DELLA PARROCCHIA SAN GIROLAMO

Carissimi amici e amiche della Comunità di San Girolamo,
domenica prossima, 24 maggio, grazie anche alla disponibilità di diversi tra voi, si tornerà a celebrare l’Eucarestia con il popolo, dopo quasi tre mesi. Come ho fatto il 6 marzo, al momento della sospensione delle SS. Messe con la presenza dei fedeli, vi scrivo per condividere l’esperienza di questi giorni.
Cos’è accaduto in questo tempo?
Siamo stati sfidati, e lo siamo tuttora, da una circostanza che «smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità» (Francesco, Meditazione in Piazza San Pietro, 27 marzo 2020). Nessuno, poco di più di tre mesi fa, avrebbe immaginato tutto questo.
La realtà sta bussando insistentemente alla nostra porta. Alcuni di noi sono duramente provati, per la morte di una persona cara, per l’esperienza della malattia e dell’isolamento, per le conseguenze economiche della pandemia.
Desideriamo innanzitutto essere vicini a chi sta soffrendo particolarmente e a coloro che assistono malati e bisognosi, condividendo il dolore e le domande di tutti, consapevoli che «siamo tutti sulla stessa barca» (Int. a Francesco, di D. Agasso, La Stampa del 20 marzo 2020).
La realtà del coronavirus ribalta ogni schema clericale in cui potremmo ridurre la nostra stessa appartenenza ecclesiale. Attivismi e spiritualismi sono spazzati via dalla realtà che si impone e ci provoca a metterci in gioco con la nostra umanità, senza lo schermo fittizio di una fede data per scontata.
È il tempo «del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è» (Francesco, Meditazione in Piazza San Pietro, 27 marzo 2020). In questo modo il Papa ripropone al mondo una sfida totalmente laica, rivolta ad ogni uomo ed ogni donna che vive su questa terra, e per questo autenticamente religiosa. È il tempo, per noi, della verifica della fede, in cui siamo sfidati a un paragone con tutti.
Non mancano contributi alla riflessione in corso a vari livelli, nella Chiesa e nella società, i quali superano l’ormai vecchia dialettica tra credenti e non credenti, quanto mai anacronistica in questa circostanza, in cui scopriamo che tutti abbiamo bisogno di tutti.
Lo nota Antonio Polito, giornalista laico e vicedirettore del Corriere della Sera, il quale osserva come, nel contesto della riflessione sul tempo che stiamo vivendo, sia un sacerdote cattolico, Julián Carrón, a sottolineare che «la realtà», la quale «ha assunto il volto minaccioso del coronavirus», ci sfida «guardare più in profondità il nostro essere uomini» (Il risveglio dell’umano, e-book Rizzoli). «È strano – osserva Polito – che a richiamarci alla “realtà che diventa reale”, alla “realtà che è entrata senza chiedere permesso”, sia un uomo di fede in un’altra realtà. Ma quest’apparente incongruenza deriva da un’idea sbagliata che col tempo ci siamo fatti della religione. E cioè come di una comfort zone, un ammortizzatore spirituale, una regola di comportamento, un sistema di precetti morali» (Corriere della Sera, 30 aprile 2020). In questa direzione il filosofo Umberto Galimberti, il quale non si definisce «un vero credente, ma neppure un non-credente», riguardo alla pandemia in corso, invita a riscoprire le domande sul significato stesso del vivere: «In questo stato di spaesamento, non è il caso che vi rivolgiate alla vostra interiorità, che di solito trascurate, per sapere chi siete? Che cosa fate al mondo? Che senso ha la vostra vita? Queste riflessioni sarebbero un passo avanti per essere davvero uomini, perché vivere a propria insaputa non è proprio il massimo della propria autorealizzazione e per trovare un senso alla propria esistenza» (la Repubblica, 21 marzo 2020).
È dunque il tempo che ci aiuta a «ripensarci come esseri umani», come mi ha scritto una di voi, mentre un’altra si è ritrovata «più consapevole di ciò che sono». Questa è la strada per documentare «la ragionevolezza della nostra speranza» (cfr. 1Pt 3,15), innanzitutto a noi stessi.
Ognuno di noi può verificare cosa realmente ci aiuta a vivere, come mi scrive una persona più giovane: «quando vengo “strappata” – cioè quando si riapre la ferita – grazie ad un messaggio, ad una frase ad un incontro, inizio a stare davanti alle cose in un modo diverso, con sincerità nei confronti di me stessa! E questo mi fa sentire molto felice».
In questo tempo diversi di voi mi hanno raccontato del loro desiderio di incontrarsi o di leggere alcuni testi che abbiamo condiviso, proprio per la verifica che si fa nell’esperienza quotidiana, in cui ci si scopre più lieti nel vivere, superando paura e smarrimento. Paradossalmente, proprio in questo tempo di “distanziamento sociale”, ci siamo scoperti più uniti, come scrive una coppia di sposi: «È confortante sentire che non siamo soli e che siamo guidati a ricercare e trovare il Signore in ogni circostanza e quotidianità».
Come fanno ad affermare questo nei giorni in cui le attività parrocchiali sono “sospese”? È proprio vero che siamo veramente insieme quando ci sosteniamo su ciò che fa vivere e questo chiarisce anche il compito di ciascuno di noi, lo scopo della mia e della vostra vocazione, la nostra vera utilità, con il contributo al mondo che siamo chiamati a dare.
Alcuni dei vostri volti, con quello che raccontate in lettere, messaggi e telefonate, sono per me decisivi, poiché mi fanno riscoprire che la mia vita ha la sua consistenza non in ciò che riesco a fare, non nella mia immagine di cambiamento, ma nel rapporto con Colui che mi ha preso, in quell’abbraccio che mi permette di ridire, ora, “Sì, Gesù, tu lo sai che ti amo” (cfr. Gv 21, 15-17), riconoscendo la Sua Presenza mentre scrivo questa lettera o mentre lavo i piatti, come quando celebro l’eucarestia o incrocio i vostri sguardi.
Tutto si gioca nel nostro personale «Sì» a Cristo, nel quale ci scopriamo assieme come parte l’uno dell’altro. Qui scopriamo la vera concretezza, riconoscendo l’essenziale.
Lo descrive un’altra amica sottolineando le parole di Gesù ripetute dal Papa in Piazza San Pietro: «Perché avete paura? Io sono con voi». Non è una sensazione o un sentimento, ma una realtà carnale: «abbiamo bisogno di contatto e di sguardi reali». Sono questi, scrive un’altra persona, «che il Signore mi ha messo vicino nel momento giusto», donando «una forza, un coraggio, una tranquillità che io non avrei».
Continuiamo il cammino, senza accontentarci di meno di questo, superando i nostri schemi – spazzati via dal coronavirus – e seguendo ciò che Cristo sta operando tra noi.
Un abbraccio,
don Roberto
Rimini, 20 maggio 2020

Per scaricare il testo completo in formato pdf cliccate sulla riga seguente:

Download Lettera_di_don_Roberto_ai_parrocchiani_di_San_Girolamo_20.05.20.pdf

UNA NOVITÀ CHE STA GIÀ ACCADENDO

Articolo del settimanale diocesano Il Ponte riguardante il dialogo con mons. Castellucci al quale hanno partecipato anche alcuni amici della nostra comunità parrocchiale assieme a diversi sacerdoti diaconi e laici della nostra Diocesi. Per scaricare il testo in formato in pdf clicca sotto:

Download Una_novità_che_sta_già_accadendo_-_Il_Ponte_del_10.05.20__p._12.pdf

IL CRISTIANESIMO È UN INCONTRO

Il cristianesimo è un incontro tra la nostra inquietudine e la Persona di Gesù, Dio fatto carne che ha Lui stesso sete di questo incontro come il nostro cuore.

Clicca sulla riga seguente per scaricare il pdf con le omelie di Papà Francesco di domenica 26 aprile è lunedì 27 aprile.

Download Il_cristianesimo_è_l__incontro_tra_il_cuore_inquieto_e_Gesù.pdf

PASQUA 2020: LASCIAMOCI SORPRENDERE DA CRISTO RISORTO

Per vedere il video con gli auguri di Pasqua di don Roberto per tutti i parrocchiani cliccate sul link seguente:
https://www.youtube.com/watch?v=alB_BrMNudk&t=2s

Di
seguito il testo:
Carissimi amici di San Girolamo buongiorno!
Desidero augurare a tutti una Santa Pasqua. Questa notte sono rimasto impressionato da come il Papa abbia presieduto la Veglia pasquale, celebrando da solo in una Basilica di San Pietro praticamente vuota. Mi è apparsa evidente, in questa essenzialità, l’unica vera consistenza della Chiesa, l’unica vera forza della nostra esperienza: la contemporaneità di Cristo. Pietro, questa notte, come Pietro 2000 anni fa, era di fronte a Gesù vivo, risorto!
Questa è l’unica speranza anche per noi oggi, dentro questa circostanza drammatica che stiamo vivendo, che pone domande. Io auguro, a me e a voi, di prendere sul serio queste domande, di ritrovarsi con lo stesso cuore inquieto con cui Maria Maddalena, che non aveva distolto neppure per un istante lo sguardo dalla persona di Gesù, per tutta la Passione fino alla morte e al momento della sepoltura, è stata la prima a lasciarsi sorprendere dalla Sua presenza, così come Pietro e Giovanni – i quali, avvisati da lei, sono stati i primi tra gli apostoli ad accorrere al sepolcro, si sono lasciati sorprendere da una modalità nuova della presenza di Cristo tra noi. Fossero rimasti a quell’esperienza bellissima di quei tre anni, essa, per quanto bella, sarebbe rimasta confinata ad un passato. Si sono lasciati sconvolgere da una nuova modalità, quella modalità che sfida noi oggi. Perché Cristo è presente. È presente realmente e la sua presenza è più concreta di qualsiasi discorso che possiamo fare su di Lui.
Per questo la Chiesa esce da questo periodo come richiamata a liberarsi dagli schemi, come ha detto il Papa in una recentissima intervista, di cui trovate il link anche sul sito della nostra parrocchia ( https://www.laciviltacattolica.it/news/il-papa-confinato-intervista-a-papa-francesco/https://www.laciviltacattolica.it/news/il-papa-confinato-intervista-a-papa-francesco/ ). Quella che esce da questa circostanza “non è una Chiesa de-istituzionalizzata, perché la Chiesa è istituzione”, così come Cristo è risorto nel Suo vero corpo, si può vedere e toccare! Ma non si tratta di una istituzione fondata sui nostri programmi, sui nostri progetti, sul nostro attivismo, così come l’esperienza cristiana non è uno spiritualismo: questa realtà carnale è continuamente suscitata dalla presenza e dall’opera dello Spirito Santo, è qualcosa che sconvolge i nostri schemi (cfr. la stessa intervista rilasciata da Francesco).
Io auguro, a me e a voi, che il celebrare la Pasqua – oggi, in questa circostanza – sia lasciare che siano stravolti i nostri schemi – tutti gli schemi, di qualsiasi genere – perché la Presenza di Cristo possa tornare ad invadere la nostra esistenza.
Un abbraccio a tutti, in modo particolare a chi soffre per le conseguenze di questa epidemia, per chi soffre la morte di una persona cara, per chi soffre con preoccupazione per i propri malati. In modo particolare oggi io voglio pregare per il Vescovo emerito Mariano, che per diciotto anni ha guidato la nostra Chiesa e che è morto proprio ieri, nel Sabato Santo, giorno della memoria di Cristo che condivide con tutti noi uomini l’esperienza del sepolcro, per don Ferruccio [Rettore del Santuario di Montefiore, morto pochi minuti dopo la registrazione del video, per il quale abbiamo pregato nella Santa Messa celebrata in parrocchia a San Girolamo, che diversi di voi hanno seguito in video collegamento], il caro don Alessio e altri sacerdoti ammalati, in questo tempo così drammatico che ci richiama all’essenziale.
Un grande abbraccio e auguri a tutti gli amici di San Girolamo e a tutte le famiglie per una Santa Pasqua.
don Roberto

Per scaricare il testo completo in formato pdf cliccate sulla riga seguente:

Download Pasqua_2020_Lasciamoci_sorprendere_da_Cristo_risorto.pdf

LA RISURREZIONE DI CRISTO NON E' UNA FORMULA MAGICA CHE FACCIA SVANIRE I PROBLEMI E' INVECE LA VITTORIA DELL'AMORE SULLA RADICE DEL MALE

Dalle parole di Papa Francesco in occasione della Benedizione Urbi et Orbi nel giorno di Pasqua:

Oggi riecheggia in tutto il mondo l’annuncio della Chiesa: “Gesù Cristo è risorto!” – “È veramente risorto!”.
Come una fiamma nuova questa Buona Notizia si è accesa nella notte: la notte di un mondo già alle prese con sfide epocali ed ora oppresso dalla pandemia, che mette a dura prova la nostra grande famiglia umana. In questa notte è risuonata la voce della Chiesa: «Cristo, mia speranza, è risorto!» (Sequenza pasquale).
È un altro “contagio”, che si trasmette da cuore a cuore – perché ogni cuore umano attende questa Buona Notizia. È il contagio della speranza: «Cristo, mia speranza, è risorto!». Non si tratta di una formula magica, che faccia svanire i problemi. No, la risurrezione di Cristo non è questo. È invece la vittoria dell’amore sulla radice del male, una vittoria che non “scavalca” la sofferenza e la morte, ma le attraversa aprendo una strada nell’abisso, trasformando il male in bene: marchio esclusivo del potere di Dio.
Il Risorto è il Crocifisso, non un altro. Nel suo corpo glorioso porta indelebili le piaghe: ferite diventate feritoie di speranza. A Lui volgiamo il nostro sguardo perché sani le ferite dell’umanità afflitta.
Il mio pensiero quest’oggi va soprattutto a quanti sono stati colpiti direttamente dal coronavirus: ai malati, a coloro che sono morti e ai familiari che piangono per la scomparsa dei loro cari, ai quali a volte non sono riusciti a dare neanche l’estremo saluto. Il Signore della vita accolga con sé nel suo regno i defunti e doni conforto e speranza a chi è ancora nella prova, specialmente agli anziani e alle persone sole. Non faccia mancare la sua consolazione e gli aiuti necessari a chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità, come chi lavora nelle case di cura, o vive nelle caserme e nelle carceri. Per molti è una Pasqua di solitudine, vissuta tra i lutti e i tanti disagi che la pandemia sta provocando, dalle sofferenze fisiche ai problemi economici.
Questo morbo non ci ha privato solo degli affetti, ma anche della possibilità di attingere di persona alla consolazione che sgorga dai Sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Riconciliazione. In molti Paesi non è stato possibile accostarsi ad essi, ma il Signore non ci ha lasciati soli! Rimanendo uniti nella preghiera, siamo certi che Egli ha posto su di noi la sua mano (cfr. Sal 138,5), ripetendoci con forza: non temere, «sono risorto e sono sempre con te» (cfr. Messale Romano)!
Per leggere il testo completo cliccate sul seguente link:
http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/urbi/documents/papa-francesco_20200412_urbi-et-orbi-pasqua.html

LA SPERANZA NON FIORISCE DA UN OTTIMISMO MA DA UNA PRESENZA

Dall'Omelia di Papa Francesco nella Veglia pasquale:

All’alba le donne vanno al sepolcro. Lì l’angelo dice loro: «Voi non abbiate paura. Non è qui, è risorto» (vv. 5-6). Davanti a una tomba sentono parole di vita… E poi incontrano Gesù, l’autore della speranza, che conferma l’annuncio e dice: «Non temete» (v. 10). Non abbiate paura, non temete: ecco l’annuncio di speranza. È per noi, oggi. Oggi. Sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando.
Stanotte conquistiamo un diritto fondamentale, che non ci sarà tolto: il diritto alla speranza. È una speranza nuova, viva, che viene da Dio. Non è mero ottimismo, non è una pacca sulle spalle o un incoraggiamento di circostanza, con un sorriso di passaggio. No. È un dono del Cielo, che non potevamo procurarci da soli. Tutto andrà bene, diciamo con tenacia in queste settimane, aggrappandoci alla bellezza della nostra umanità e facendo salire dal cuore parole di incoraggiamento. Ma, con l’andare dei giorni e il crescere dei timori, anche la speranza più audace può evaporare. La speranza di Gesù è diversa. Immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita.
La tomba è il luogo dove chi entra non esce. Ma Gesù è uscito per noi, è risorto per noi, per portare vita dove c’era morte, per avviare una storia nuova dove era stata messa una pietra sopra. Lui, che ha ribaltato il masso all’ingresso della tomba, può rimuovere i macigni che sigillano il cuore. Perciò non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza. Possiamo e dobbiamo sperare, perché Dio è fedele. Non ci ha lasciati soli, ci ha visitati: è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte. La sua luce ha illuminato l’oscurità del sepolcro: oggi vuole raggiungere gli angoli più bui della vita. Sorella, fratello, anche se nel cuore hai seppellito la speranza, non arrenderti: Dio è più grande. Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto!
Per leggere il testo completo cliccate sul seguente link:
http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200411_omelia-vegliapasquale.html

L'ABBRACCIO CARNALE DELLA MISERICORDIA

Mercoledì 8 aprile alle ore 21 in videoconferenza vivremo un momento di meditazione, preghiera e riflessione in preparazione al Triduo pasquale. Chi desidera partecipare contatti don Roberto per informarsi sulle modalità del collegamento.

Potete vedere un video, con un saluto e una meditazione di don Roberto sull'inizio della Settimana Santa, cliccando sulla riga seguente:
https://www.youtube.com/watch?v=gqP8Zrc2MB0

«ABBRACCIARE IL SIGNORE PER ABBRACCIARE LA SPERANZA»

MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA
IN TEMPO DI EPIDEMIA PRESIEDUTO DAL SANTO PADRE FRANCESCO
Sagrato della Basilica di San Pietro Venerdì, 27 marzo 2020

MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE
«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr. Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr. 1Pt 5,7).

DECRETO DELLA PENITENZERIA APOSTOLICA: INDULGENZA SPECIALE NELL'EPIDEMIA

PENITENZIERIA APOSTOLICA
DECRETO
Si concede il dono di speciali Indulgenze ai fedeli affetti dal morbo Covid-19, comunemente detto Coronavirus, nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualsivoglia titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi.
«Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Le parole scritte da San Paolo alla Chiesa di Roma risuonano lungo l’intera storia della Chiesa e orientano il giudizio dei fedeli di fronte ad ogni sofferenza, malattia e calamità.
Il momento presente in cui versa l’intera umanità, minacciata da un morbo invisibile e insidioso, che ormai da tempo è entrato prepotentemente a far parte della vita di tutti, è scandito giorno dopo giorno da angosciose paure, nuove incertezze e soprattutto diffusa sofferenza fisica e morale.
La Chiesa, sull’esempio del suo Divino Maestro, ha avuto da sempre a cuore l’assistenza agli infermi. Come indicato da San Giovanni Paolo II, il valore della sofferenza umana è duplice: «È soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione» (Lett. Ap. Salvifici doloris, 31).
Anche Papa Francesco, in questi ultimi giorni, ha manifestato la sua paterna vicinanza e ha rinnovato l’invito a pregare incessantemente per gli ammalati di Coronavirus.
Affinché tutti coloro che soffrono a causa del Covid-19, proprio nel mistero di questo patire possano riscoprire «la stessa sofferenza redentrice di Cristo» (ibid., 30), questa Penitenzieria Apostolica, ex auctoritate Summi Pontificis, confidando nella parola di Cristo Signore e considerando con spirito di fede l’epidemia attualmente in corso, da vivere in chiave di conversione personale, concede il dono delle Indulgenze a tenore del seguente dispositivo.
Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa o della Divina Liturgia, alla recita del Santo Rosario o dell’Inno Akàthistos alla Madre di Dio, alla pia pratica della Via Crucis o dell’Ufficio della Paràklisis alla Madre di Dio oppure ad altre preghiere delle rispettive tradizioni orientali, ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile.
Gli operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus secondo le parole del divino Redentore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), otterranno il medesimo dono dell’Indulgenza plenaria alle stesse condizioni.
Questa Penitenzieria Apostolica, inoltre, concede volentieri alle medesime condizioni l’Indulgenza plenaria in occasione dell’attuale epidemia mondiale, anche a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario o dell’Inno Akàthistos alla Madre di Dio, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, o dell’Ufficio della Paràklisis alla Madre di Dio o altre forme proprie delle rispettive tradizioni orientali di appartenenza per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé.
La Chiesa prega per chi si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico, affidando alla Misericordia divina tutti e ciascuno in forza della comunione dei santi e concede al fedele l’Indulgenza plenaria in punto di morte, purché sia debitamente disposto e abbia recitato abitualmente durante la vita qualche preghiera (in questo caso la Chiesa supplisce alle tre solite condizioni richieste). Per il conseguimento di tale indulgenza è raccomandabile l’uso del crocifisso o della croce (cf. Enchiridion indulgentiarum, n.12).
La Beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Salute degli infermi e Aiuto dei cristiani, Avvocata nostra, voglia soccorrere l’umanità sofferente, respingendo da noi il male di questa pandemia e ottenendoci ogni bene necessario alla nostra salvezza e santificazione.

Il presente Decreto è valido nonostante qualunque disposizione contraria.
Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020.

Mauro Card. Piacenza
Penitenziere Maggiore
Krzysztof Nykiel
Reggente

NOTA DELLA PENITENZIERIA APOSTOLICA CIRCA IL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE NELL’ATTUALE SITUAZIONE DI PANDEMIA
La gravità delle attuali circostanze impone una riflessione sull’urgenza e la centralità del sacramento della Riconciliazione, unitamente ad alcune necessarie precisazioni, sia per i fedeli laici, sia per i ministri chiamati a celebrare il sacramento.
Anche in tempo di Covid-19, il sacramento della Riconciliazione viene amministrato a norma del diritto canonico universale e secondo quanto disposto nell’Ordo Paenitentiae.
La confessione individuale rappresenta il modo ordinario per la celebrazione di questo sacramento (cf. can. 960 CIC), mentre l’assoluzione collettiva, senza la previa confessione individuale, non può essere impartita se non laddove ricorra l’imminente pericolo di morte, non bastando il tempo per ascoltare le confessioni dei singoli penitenti (cf. can. 961, § 1 CIC), oppure una grave necessità (cf. can. 961, § 1, 2° CIC), la cui considerazione spetta al Vescovo diocesano, tenuto conto dei criteri concordati con gli altri membri della Conferenza Episcopale (cf. can. 455, § 2 CIC) e ferma restando la necessità, per la valida assoluzione, del votum sacramenti da parte del singolo penitente, vale a dire il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non era possibile confessare (cf. can. 962, § 1 CIC).
Questa Penitenzieria Apostolica ritiene che, soprattutto nei luoghi maggiormente interessati dal contagio pandemico e fino a quando il fenomeno non rientrerà, ricorrano i casi di grave necessità, di cui al summenzionato can. 961, § 2 CIC.
Ogni ulteriore specificazione è demandata dal diritto ai Vescovi diocesani, tenuto sempre conto del supremo bene della salvezza delle anime (cf. can. 1752 CIC).
Qualora si presentasse la necessità improvvisa di impartire l’assoluzione sacramentale a più fedeli insieme, il sacerdote è tenuto a preavvertire, entro i limiti del possibile, il Vescovo diocesano o, se non potesse, ad informarlo quanto prima (cf. Ordo Paenitentiae, n. 32).
Nella presente emergenza pandemica, spetta pertanto al Vescovo diocesano indicare a sacerdoti e penitenti le prudenti attenzioni da adottare nella celebrazione individuale della riconciliazione sacramentale, quali la celebrazione in luogo areato esterno al confessionale, l’adozione di una distanza conveniente, il ricorso a mascherine protettive, ferma restando l’assoluta attenzione alla salvaguardia del sigillo sacramentale ed alla necessaria discrezione.
Inoltre, spetta sempre al Vescovo diocesano determinare, nel territorio della propria circoscrizione ecclesiastica e relativamente al livello di contagio pandemico, i casi di grave necessità nei quali sia lecito impartire l’assoluzione collettiva: ad esempio all’ingresso dei reparti ospedalieri, ove si trovino ricoverati i fedeli contagiati in pericolo di morte, adoperando nei limiti del possibile e con le opportune precauzioni i mezzi di amplificazione della voce, perché l’assoluzione sia udita.
Si valuti la necessità e l’opportunità di costituire, laddove necessario, in accordo con le autorità sanitarie, gruppi di “cappellani ospedalieri straordinari”, anche su base volontaria e nel rispetto delle norme di tutela dal contagio, per garantire la necessaria assistenza spirituale ai malati e ai morenti.
Laddove i singoli fedeli si trovassero nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, si ricorda che la contrizione perfetta, proveniente dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che al momento il penitente è in grado di esprimere) e accompagnata dal votum confessionis, vale a dire dalla ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali (cf. CCC, n. 1452).
Mai come in questo tempo la Chiesa sperimenta la forza della comunione dei santi, innalza al suo Signore Crocifisso e Risorto voti e preghiere, in particolare il Sacrificio della Santa Messa, quotidianamente celebrato, anche senza popolo, dai sacerdoti.
Come buona madre, la Chiesa implora il Signore perché l’umanità sia liberata da un tale flagello, invocando l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Misericordia e Salute degli infermi, e del suo Sposo San Giuseppe, sotto il cui patrocinio la Chiesa da sempre cammina nel mondo.
Ci ottengano Maria Santissima e San Giuseppe abbondanti grazie di riconciliazione e di salvezza, in attento ascolto della Parola del Signore, che ripete oggi all’umanità: «Fermatevi e sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11), «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20).

Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020,
Solennità di San Giuseppe, Sposo della B.V. Maria, Patrono della Chiesa Universale.

Mauro Card. Piacenza
Penitenziere Maggiore
Krzysztof Nykiel
Reggente