Rimini (RN) - Marina Centro
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PARROCCHIA S. GIROLAMO

Visita alle famiglie per la Benedizione pasquale - dal 25 al 29 marzo

Lunedì 25 marzo (dalle 17 alle 19.30): TRIESTE e RISMONDO.

Martedì 26 marzo (dalle 15.30 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): BORSI.

Mercoledì 27 marzo (dalle 14 alle 19.30): VIE FILZI e MONTELLO.

Giovedì 28 marzo (dalle 14 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): TRIESTE (1-16).

Venerdì 29 marzo (dalle 14 alle 17.30): CHIESA.

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USCITA A PADOVA: SCOPRIRE IL VANGELO ATTRAVERSO GIOTTO

Domenica 24 marzo proponiamo a tutti, dai bambini agli adulti, un'uscita a Padova incentrata sulla visita alla Cappella degli Scrovegni, dove gli affreschi di Giotto ci conducono alla scoperta della "semplicità e della concretezza del Vangelo".

Scarica il volantino in formato pdf per invitare amici e conoscenti:

Download Padova_24.03.19.pdf

Visita alle famiglie per la Benedizione pasquale: calendario della settimana dal 25.02 al 01.03

Lunedì 25 febbraio (dalle 14 alle 19.30): VIALE NAZARIO SAURO (nn. 1 - 40).

Martedì 26 febbraio (dalle 15.30 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): VIALE PRINCIPE AMEDEO (nn. 51 - 76).

Mercoledì 27 febbraio (dalle 14 alle 19.30): PISANI.

Venerdì 1 marzo (dalle 14 alle 17.30): SUCCI - GIOIA -
DUCA D’AOSTA.

Si può scaricare l’avviso in formato pdf cliccando sulla riga seguente.

Download Avviso_Benedizioni_2019_-_5a_settimana.pdf

CALENDARIO BENEDIZIONI PASQUALI DELLA SETTIMANA

Lunedì 18 febbraio (dalle 14 alle 19.30): PRINCIPE AMEDEO (dal n. 1 al n. 34).

Martedì 19 febbraio (dalle 15 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): NAZARIO SAURO (nn. 48- 69).

Mercoledì 20 febbraio (dalle 14 alle 19.30): CORMONS (nn. 1-57).

Giovedì 21 febbraio (dalle 14 alle 17): MONFALCONE
(solo i nn. dal 7 AL 14, che non sono riuscito a visitare il 05.02).

Venerdì 22 febbraio (dalle 14 alle 17.30): MOROSINI – ERMADA.

CALENDARIO DELLE BENEDIZIONI DELLA SETTIMANA

Lunedì 11 febbraio (dalle 14 alle 19.30): GRATTACIELO (piani dal 27° al 15° scendendo).

Mercoledì 13 febbraio (dalle 14 alle 19.30): GRATTACIELO (piani dal 14° al 1° scendendo).

Giovedì 14 febbraio (dalle 14 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): VIALE PRINCIPE AMEDEO (35-50).

Venerdì 15 febbraio (dalle 14 alle 17.30): NAZARIO SAURO 41-47.

Per scaricare il pdf con l'avviso completo delle benedizioni di questa settimana clicca sulla riga seguente:

Download Avviso_Benedizioni_2019_-_3a_settimana.pdf

CENA DELLE PARROCCHIE DELLA NOSTRA ZONA PASTORALE

Le comunità parrocchiali della zona pastorale di "Rimini centro" (Centro storico - San Girolamo - S. Maria Ausiliatrice), si ritrovano per una cena SABATO 23 FEBBRAIO ore 19.30 nella Sala della Parrocchia San Giuseppe al Porto. € 15 adulti €5 bambini e ragazzi.
Si tratta di una occasione di condivisione dell'esperienza che stiamo vivendo nelle nostre comunità.

Scarica il volantino invito in formato pdf per tutte le informazioni e per invitare gli amici e i vicini di casa:

Download cena_zona_pastorale_A4.pdf

Calendario delle Benedizioni della settimana dal 5 al 8 febbraio

CALENDARIO BENEDIZIONI PASQUALI
DELLA SETTIMANA


Martedì 5 febbraio (dalle 14 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): VIA MONFALCONE.

Mercoledì 6 febbraio (dalle 14 alle 19.30): PALAZZO ARPESELLA (Viale Vespucci 29).

Giovedì 7 febbraio (dalle 14 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): VIALE CORMONS 58-87.

Venerdì 8 febbraio (dalle 14 alle 17.30): VIA LOCCHI.

Scarica il pdf col calendario settimanale delle Benedizioni pasquali cliccando sulla riga seguente:

Download Avviso_Benedizioi_2019_-_2a_settimana.pdf

COSA VINCE LA PAURA?

Scarica l'opuscolo con alcuni testi del Papa assieme a tre articoli recenti che aiutano ad un giudizio su quello che sta accadendo riguardo all'accoglienza dei migranti.

Download Quale_esperienza_pu__vincere_la_paura.pdf

Visita alle famiglie per la Benedizione pasquale - PASQUA 2019

Questa settimana comincerò la visita alle famiglie per la Benedizione pasquale, secondo il seguente programma:

CALENDARIO BENEDIZIONI PASQUALI
DELLA SETTIMANA

Mercoledì 30 gennaio (dalle 14 alle 19.30): VIA DANDOLO (dal n. 32 al n. 43).

Giovedì 31 gennaio (dalle 14 alle 19.30, con una pausa per la celebrazione della Messa feriale): VIA DANDOLO (dal n. 1 al n. 31).

Venerdì 1 febbraio (dalle 14 alle 17.30): VIALI CENTAURO e CLIMENE.

Cliccando sulla riga seguente si può scaricare il programma della settimana in formato pdf:

Download Avviso_Benedizioi_2019_-_1a_settimana.pdf

LA FEDE È UN INCONTRO, NON È UNA RELIGIONE

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana, Martedì, 1° gennaio 2019

«Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori» (Lc 2,18). Stupirci: a questo siamo chiamati oggi, a conclusione dell’Ottava di Natale, con lo sguardo ancora posato sul Bambino nato per noi, povero di tutto e ricco di amore. Stupore: è l’atteggiamento da avere all’inizio dell’anno, perché la vita è un dono che ci dà la possibilità di ricominciare sempre, anche dalla condizione più bassa.
Ma oggi è anche il giorno in cui stupirsi davanti alla Madre di Dio: Dio è un piccolo bimbo in braccio a una donna, che nutre il suo Creatore. La statua che abbiamo davanti mostra la Madre e il Bambino così uniti da sembrare una cosa sola. È il mistero di oggi, che desta uno stupore infinito: Dio si è legato all’umanità, per sempre. Dio e l’uomo sempre insieme, ecco la buona notizia d’inizio anno: Dio non è un signore distante che abita solitario i cieli, ma l’Amore incarnato, nato come noi da una madre per essere fratello di ciascuno, per essere vicino: il Dio della vicinanza. Sta sulle ginocchia di sua madre, che è anche nostra madre, e da lì riversa sull’umanità una tenerezza nuova. E noi capiamo meglio l’amore divino, che è paterno e materno, come quello di una madre che non smette di credere nei figli e mai li abbandona. Il Dio-con-noi ci ama indipendentemente dai nostri sbagli, dai nostri peccati, da come facciamo andare il mondo. Dio crede nell’umanità, dove si staglia, prima e ineguagliabile, la sua Madre.
All’inizio dell’anno, chiediamo a lei la grazia dello stupore davanti al Dio delle sorprese. Rinnoviamo lo stupore delle origini, quando nacque in noi la fede. La Madre di Dio ci aiuta: la Madre che ha generato il Signore, genera noi al Signore. È madre e rigenera nei figli lo stupore della fede, perché la fede è un incontro, non è una religione. La vita, senza stupore, diventa grigia, abitudinaria; così la fede. E anche la Chiesa ha bisogno di rinnovare lo stupore di essere dimora del Dio vivente, Sposa del Signore, Madre che genera figli. Altrimenti, rischia di assomigliare a un bel museo del passato. La “Chiesa museo”. La Madonna, invece, porta nella Chiesa l’atmosfera di casa, di una casa abitata dal Dio della novità. Accogliamo con stupore il mistero della Madre di Dio, come gli abitanti di Efeso al tempo del Concilio. Come loro la acclamiamo “Santa Madre di Dio”. Da lei lasciamoci guardare, lasciamoci abbracciare, lasciamoci prendere per mano.
Lasciamoci guardare. Questo soprattutto nel momento del bisogno, quando ci troviamo impigliati nei nodi più intricati della vita, giustamente guardiamo alla Madonna, alla Madre. Ma è bello anzitutto lasciarci guardare dalla Madonna. Quando ci guarda, lei non vede dei peccatori, ma dei figli. Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima; gli occhi della piena di grazia rispecchiano la bellezza di Dio, riflettono su di noi il paradiso. Gesù ha detto che l’occhio è «la lampada del corpo» (Mt 6,22): gli occhi della Madonna sanno illuminare ogni oscurità, riaccendono ovunque la speranza. Il suo sguardo rivolto a noi dice: “Cari figli, coraggio; ci sono io, la vostra madre!”
Questo sguardo materno, che infonde fiducia, aiuta a crescere nella fede. La fede è un legame con Dio che coinvolge tutta intera la persona, e che per essere custodito ha bisogno della Madre di Dio. Il suo sguardo materno ci aiuta a vederci figli amati nel popolo credente di Dio e ad amarci tra noi, al di là dei limiti e degli orientamenti di ciascuno. La Madonna ci radica nella Chiesa, dove l’unità conta più della diversità, e ci esorta a prenderci cura gli uni degli altri. Lo sguardo di Maria ricorda che per la fede è essenziale la tenerezza, che argina la tiepidezza. Tenerezza: la Chiesa della tenerezza. Tenerezza, parola che oggi tanti vogliono cancellare dal dizionario. Quando nella fede c’è posto per la Madre di Dio, non si perde mai il centro: il Signore, perché Maria non indica mai sé stessa, ma Gesù; e i fratelli, perché Maria è madre.
Sguardo della Madre, sguardo delle madri. Un mondo che guarda al futuro senza sguardo materno è miope. Aumenterà pure i profitti, ma non saprà più vedere negli uomini dei figli. Ci saranno guadagni, ma non saranno per tutti. Abiteremo la stessa casa, ma non da fratelli. La famiglia umana si fonda sulle madri. Un mondo nel quale la tenerezza materna è relegata a mero sentimento potrà essere ricco di cose, ma non ricco di domani. Madre di Dio, insegnaci il tuo sguardo sulla vita e volgi il tuo sguardo su di noi, sulle nostre miserie. Rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.
Lasciamoci abbracciare. Dopo lo sguardo, entra qui in gioco il cuore, nel quale, dice il Vangelo odierno, «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole» (Lc 2,19). La Madonna, cioè, aveva tutto a cuore, abbracciava tutto, eventi favorevoli e contrari. E tutto meditava, cioè portava a Dio. Ecco il suo segreto. Allo stesso modo ha a cuore la vita di ciascuno di noi: desidera abbracciare tutte le nostre situazioni e presentarle a Dio.
Nella vita frammentata di oggi, dove rischiamo di perdere il filo, è essenziale l’abbraccio della Madre. C’è tanta dispersione e solitudine in giro: il mondo è tutto connesso, ma sembra sempre più disunito. Abbiamo bisogno di affidarci alla Madre. Nella Scrittura ella abbraccia tante situazioni concrete ed è presente dove c’è bisogno: si reca dalla cugina Elisabetta, viene in soccorso agli sposi di Cana, incoraggia i discepoli nel Cenacolo… Maria è rimedio alla solitudine e alla disgregazione. È la Madre della consolazione, che con-sola: sta con chi è solo. Ella sa che per consolare non bastano le parole, occorre la presenza; e lì è presente come madre. Permettiamole di abbracciare la nostra vita. Nella Salve Regina la chiamiamo “vita nostra”: sembra esagerato, perché è Cristo la vita (cfr Gv 14,6), ma Maria è così unita a Lui e così vicina a noi che non c’è niente di meglio che mettere la vita nelle sue mani e riconoscerla “vita, dolcezza e speranza nostra”.
E poi, nel cammino della vita, lasciamoci prendere per mano. Le madri prendono per mano i figli e li introducono con amore nella vita. Ma quanti figli oggi, andando per conto proprio, perdono la direzione, si credono forti e si smarriscono, liberi e diventano schiavi. Quanti, dimentichi dell’affetto materno, vivono arrabbiati con sé stessi e indifferenti a tutto! Quanti, purtroppo, reagiscono a tutto e a tutti con veleno e cattiveria! La vita è così. Mostrarsi cattivi talvolta pare persino sintomo di fortezza. Ma è solo debolezza. Abbiamo bisogno di imparare dalle madri che l’eroismo sta nel donarsi, la fortezza nell’aver pietà, la sapienza nella mitezza.
Dio non ha fatto a meno della Madre: a maggior ragione ne abbiamo bisogno noi. Gesù stesso ce l’ha data, non in un momento qualsiasi, ma dalla croce: «Ecco tua madre!» (Gv 19,27) ha detto al discepolo, ad ogni discepolo. La Madonna non è un optional: va accolta nella vita. È la Regina della pace, che vince il male e conduce sulle vie del bene, che riporta l’unità tra i figli, che educa alla compassione.
Prendici per mano, Maria. Aggrappati a te supereremo i tornanti più angusti della storia. Portaci per mano a riscoprire i legami che ci uniscono. Radunaci insieme sotto il tuo manto, nella tenerezza dell’amore vero, dove si ricostituisce la famiglia umana: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”. Lo diciamo tutti insieme alla Madonna: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”.

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LASCIAMOCI GUARDARE DA GESÙ

Omelia nella Santa Messa della Notte di Natale, San Girolamo 2018

Il bambino è posto in una mangiatoia (cfr. Lc 2,7). Dio fattosi carne viene a prenderci proprio lì, mentre siamo abbruttiti cercando di riempirci con un falso nutrimento, il cibo delle bestie, Lui viene a ridestare la nostra fame e la nostra sete, suscitando il desiderio che ci fa uomini.
Di cosa abbiamo fame e sete? Di verità, giustizia, felicità, amore.
Come ci fa riscoprire il vero bisogno del nostro cuore? Donandoci se stesso in un rapporto in carne ed ossa, il cui calore fa rifiorire tutta la nostra umanità. Per questo i primi hanno seguito quel bambino divenuto adulto: quando si sono sentiti guardati da quell’uomo per la prima volta si sono sorpresi a dire “io” come non era mai accaduto prima, hanno scoperto tutta l’intensità della loro domanda e dei loro desideri. Da quel momento, in cui si sono sentiti guardati da Gesù, non hanno più potuto pensare a loro stessi se non a partire da quello sguardo. È accaduto a Giovanni e Andrea, a Pietro, ai pubblicani Matteo e Zaccheo, alla Maddalena e alla Samaritana… fino a me e a te.
Non è stata un’idea che li ha attratti, non è stata una morale che li ha cambiati, ma un incontro imprevisto e imprevedibile, qualcosa che non immaginavano neppure potesse accadere ma si sono accorti di desiderare come niente altro al mondo.
Sono stati così attratti che non desideravano altro se non tornare a sentirlo parlare, a vederlo… anzi a lasciarsi guardare ancora da Lui, perché a partire da quello sguardo si sorprendevano a guardare la moglie come non l’avevano mai guardata prima, guardavano in modo diverso i figli, i problemi sul lavoro, le difficoltà economiche, gli amici ammalati, i propri cari morti… cambiava il modo di guardare a se stessi, ai propri peccati, ai propri fallimenti. Cominciavano ad aver pietà di loro stessi.
Per questo non affanniamoci a vivere il Natale col nostro tentativo di guardare Gesù, ma lasciamoci sorprendere come si è lasciata sorprendere Maria dall’annuncio dell’Angelo fino ad ogni istante del rapporto con quel figlio di cui è divenuta figlia (cfr. Dante, Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII).
Ciascuno di noi può verificarlo nella vita quotidiana: quando accade che tutto ritorna nella pace e nell’unità? Quando, bambini, incrociamo lo sguardo della mamma e del babbo, o, adulti quello di un amico che tiene a noi o della persona amata, ed allora i problemi e le sofferenze rimangono tali, eppure cambia tutto.
Tarkovskij, nel film «Andrej Rubl‘v», fa dire ad un suo personaggio: «Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco, e non ce la fai più. E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice».
Questa è la luce di cui parlano le letture di questa notte (cfr. Is 9,1 e Lc 2,9).
Per questo Dio, per farsi conoscere, non ci ha dato un libro che spiegasse tutto, non ci ha mandato dei maestri che ci istruissero con delle norme morali, ma ci dà se stesso in carne ed ossa (cfr. Tt 2,14), un volto umano da cui lasciarci guardare, un abbraccio il cui calore ci fa tornare ad essere noi stessi.
Nel parlare, in questo momento, ho in mente degli occhi attratti da uno sguardo così, magari per un istante, quando, mentre facevo gli auguri di Natale in una classe con un panettone della Pasticceria Giotto, realizzato dai detenuti del carcere di massima sicurezza di Padova – raccontando l’esperienza vissuta da chi, condannato per gravi crimini, ha ritrovato un senso per vivere grazie a questa possibilità di lavoro ed al rapporto con chi glielo ha proposto, con alcune conversioni alla fede cristiana che stupiscono e affascinano – ho incrociato lo sguardo di un ragazzo che non partecipa praticamente mai alla lezione, estraniandosi rispetto a quanto viene proposto, e, sentendo anche solo un accenno circa la vicenda di questi carcerati era attento, probabilmente per qualcosa che riguarda la sua storia, come mai lo era stato.
Ho in mente lo sguardo di alcune persone che, per un incontro imprevisto e imprevedibile, inaspettatamente si sono riavvicinate alla Chiesa, o di chi, in una circostanza apparentemente ordinaria, si sente guardato da Gesù… ed hanno nostalgia di quello sguardo, tornano a cercarlo perché non vogliono perderlo… Ho in mente lo sguardo di qualcuno che si sorprende addosso il desiderio di vedere e toccare Cristo…
Che intensità cominciare a vivere così! Ogni fatto ed ogni incontro può diventare avvenimento e ogni volta si ricomincia a guardare con tenerezza la propria umanità bisognosa.
Ogni volta si rimane sorpresi, come lo sono io adesso mentre riscopro che questo sguardo torna ad attrarre tutta la mia affezione e tutto il mio desiderio e comincia a prendere tutta la mia carne come non avrei immaginato.
Si può vivere per meno di questo?

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LETTERA AI PARROCCHIANI CON GLI AUGURI PER UN SANTO NATALE

NATALE 2018

Matteo nel suo Vangelo ci racconta come è stato l’incontro che ha segnato la sua vita, ci introduce in un “gioco di sguardi” che è in grado di trasformare la storia. Gesù lo guardò. Che forza di amore ha avuto lo sguardo di Gesù per smuovere Matteo come ha fatto! Che forza devono avere avuto quegli occhi per farlo alzare! Lo guardò con occhi di misericordia; lo guardò come nessuno lo aveva guardato prima. E quello sguardo aprì il suo cuore, lo rese libero, lo guarì, gli diede una speranza, una nuova vita, come a Zaccheo, a Bartimeo, a Maria Maddalena, a Pietro e anche a ciascuno di noi.
Giovanni l’Evangelista riporta nel suo Vangelo persino l’ora di quel momento che cambiò la sua vita. Sì, quando il Signore fa crescere in una persona la coscienza di essere chiamata si ricorda quando è incominciato tutto: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39).
Quando ci dimentichiamo di quest’ora mettiamo da parte la cosa più preziosa: lo sguardo del Signore. Siediti un momento, e lasciati guardare, e ricorda le volte in cui Lui ti ha guardato e ti sta guardando. Lasciati guardare da Lui.
(Papa Francesco)

Carissimi amici,
io non potrei più vivere senza tornare ogni giorno a incrociare questo sguardo. Per questo desidero augurare, a me e a voi, di essere sempre più disponibili a lasciarci sorprendere dal modo imprevisto e imprevedibile in cui Gesù, Dio fatto carne, continua a entrare nella nostra vita guardandoci con tenerezza e misericordia.
In questo Natale lasciamoci guardare da Cristo!
Ricordo ciascuno nella preghiera, particolarmente chi sta vivendo momenti di sofferenza e prova, soprattutto i nostri giovani e i nostri ammalati.

Un abbraccio,
don Roberto
Rimini, 15 dicembre 2018

Si può scaricare la lettera in formato pdf cliccando sulla riga seguente:

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«IL METODO DI DIO: METTERE IN GIOCO LA PROPRIA CARNE»

Non si annuncia Cristo con la propaganda, azioni di proselitismo o tecniche aziendali, ma mettendo in gioco la propria carne, cioè la propria vita con la testimonianza. Questo è il metodo del cristianesimo, il metodo che Dio usa .

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta, 30 novembre.
Annunciare Gesù Cristo per i discepoli dei primi tempi e anche di questo tempo non è un lavoro di pubblicità: fare pubblicità per una persona molto buona, che ha fatto del bene, ha guarito tanta gente e ci ha insegnato cose belle. L’annuncio non è pubblicità, neppure è proselitismo. […] Che cosa è l’annuncio di Cristo […]? Si tratta prima di tutto, di essere inviato, ma non come il capo di una ditta a cercare nuovi soci, bensì come inviato alla missione. E il segnale proprio, che uno è inviato alla missione è quando entra in gioco la propria vita: l’apostolo, l’inviato, che porta avanti l’annuncio di Gesù Cristo lo fa a condizione che metta in gioco la propria vita, il proprio tempo, i propri interessi, la propria carne. E c’è un detto che può spiegare, un detto comune detto da gente semplice della mia terra, che dice: “per fare questo ci vuole mettere la propria carne sulla griglia”. La questione è mettersi in gioco e questo viaggio di andare all’annuncio rischiando la vita – perché io mi gioco la mia vita, la mia carne – ha soltanto il biglietto di andata, non del ritorno. […] Annuncio di Gesù Cristo con la testimonianza dunque. […] È un metodo proprio del cristianesimo. Chi lo ha inventato? Forse san Pietro o sant’Andrea? No, Dio Padre, perché è stato il proprio metodo per farsi conoscere: inviare il suo Figlio in carne, rischiando la propria vita.

IL METODO DI DIO

I ragazzi del gruppo della “Mistagogia” (coloro che hanno ricevuto i sacramenti lo scorso anno) hanno proposto ai parrocchiani, al termine della messa, i biscotti da loro cucinati assieme alle catechiste, raccogliendo offerte per la Caritas parrocchiale.
L’iniziativa è nata dalla richiesta di Michele, il quale, con altri amici, aveva partecipato alla Colletta alimentare di sabato 24 novembre, e, entusiasta per l’esperienza vissuta, aveva chiesto a Loretta di ritrovarsi col gruppo. La catechista ha colto la provocazione ed è nato questo ritrovo non programmato, in cui, dopo aver visto con don Roberto un film-documentario sul Beato Rolando Rivi, quattordicenne della nostra regione beatificato nel 2013, si sono messi a cucinare con Monica e Loretta, aiutati da Cristina.
Questo è un esempio significativo del metodo di Dio: qualcuno dà credito alla proposta di partecipare alla Colletta alimentare, i ragazzi rimangono colpiti dall’esperienza vissuta e uno di loro chiede di ritrovarsi col gruppo. La catechista, stupita di non essere lei a cercare di convincere i ragazzi a partecipare, ma del fatto che sta accadendo il contrario (è uno di loro a chiedere a lei di ricominciare...) si lascia cambiare da quello che succede...
Il cristianesimo accade così.... e si comunica solo per attrattiva.

IL DRAMMA DEL MALE: NON POSSIAMO ACCONTENTARCI DI UNA TEORIA

Ieri sera, mercoledì 28 novembre, abbiamo lavorato sul metodo di Dio, potendo comprendere alcuni episodi del Vangelo attraverso fatti e incontri di cui ricordiamo giorno ed ora (per cui, ad esempio, qualcuno di noi si riavvicina alla Chiesa in modo imprevisto e imprevedibile) i quali, a loro volta, possono essere compresi a partire dal racconto evangelico.
In questo contesto è emersa la domanda sul male, a partire dalla malattia e dalla morte di una ragazza giovanissima.
Si può rispondere ad essa con una teoria, ma, anche fosse anche quella cristiana, sarebbe una violenza disumana...
Occorre invece prendere sul serio tutto il dramma che emerge in questi fatti, occorre allargare la domanda, tenere aperta la ferita, per non accontentarsi di una idea di Dio che, in quanto idea, sarà sempre mostruosa... Occorre il drammatico rapporto con la presenza di Uno che ci vuole bene.
La prossima volta, mercoledì 12 dicembre, ci confronteremo assieme a partire dalla domanda posta dal problema del male, senza accontentarci di risposte teoriche ma giocando tutto il grido drammatico della nostra umanità..
Tutti i parrocchiani e gli amici che lo desiderano sono invitati.

IL METODO DI DIO

Continua il percorso iniziato nell’incontro di martedì 13 novembre, in cui ci siamo confrontati a partire dall’esperienza vissuta negli ultimi mesi, dall’ultimo CPP all’incontro col Vescovo, fino alla Festa parrocchiale. Ci siamo sorpresi in una familiarità nuova a partire dal fissare lo sguardo su come è accaduto per ciascuno il rapporto con Gesù.
Ora proseguiamo il cammino riscoprendo, a partire dall’esperienza vissuta, il metodo di Dio nella “semplicità e concretezza del Vangelo”:
MERCOLEDÌ 28 NOVEMBRE
ORE 21 NELLA CASA PARROCCHIALE
Possiamo invitare anche gli altri amici della Comunità parrocchiale.

COLLETTA ALIMENTARE SABATO 24 NOVEMBRE

Ricordo a tutti il gesto della Colletta di sabato, una preziosa occasione per vivere l’esperienza che la Chieda ci propone nella Giornata Mondiale dei Poveri:
in tutti i negozi alimentari che aderiscono puoi fare la spesa per aiutare chi è più povero:
Clicca sul link per saperne di più:

https://www.collettaalimentare.it

LA FEDE È QUESTIONE DI INCONTRO, NON DI TEORIA

Martedì 13 novembre abbiamo vissuto un momento di dialogo libero e intenso, in cui ci siamo sorpresi in una profondità di rapporti, la quale fiorisce dalla tensione a riconoscere una presenza misteriosa che, attraverso incontri ed eventi inaspettati, irrompe sempre in modo nuovo nella nostra vita. Ci siamo resi conto che dal lasciare spazio a questa presenza sono state generate esperienze significative, tra cui la Festa parrocchiale che abbiamo vissuto insieme il 30 settembre.

Avvertiamo sempre più urgente la necessità di andare all'origine di questa esperienza, come l'unico del gruppo di dieci lebbrosi di cui narra il Vangelo (Lc 17,11-19), il quale non si accontentò del miracolo con cui fu guarito, ma, a differenza degli altri 9, tornò a cercare Gesù e si coinvolse nel rapporto con lui.

Per questo rinnoviamo l'invito a tutti per gli altri due appuntamenti: Mercoledì 28 novembre e Mercoledì 12 dicembre, alle ore 21 nella Casa parrocchiale.

Ricordiamo la proposta della Giornata Mondiale dei Poveri, con due gesti che ci proponiamo per crescere in questa familiarità con Gesù:

- il pranzo dei poveri col Vescovo di domenica prossima, 18 novembre, per il quale si può dare la disponibilità come volontari per il servizio a tavola (rivolgersi in parrocchia, presso don Roberto o Gabriella, responsabile Caritas);

- la Colletta Alimentare di sabato 24 novembre, per la quale è ugualmente possibile dare la disponibilità come volontari per un turno di circa due ore presso uno dei negozi alimentari in cui si svolgerà questo gesto di carità che si svolge in tutta Italia.

DIALOGHI SU CIÒ CHE È ESSENZIALE PER VIVERE

Cari amici di San Girolamo,
dallo scorso anno alcuni di voi hanno espresso la domanda di essere aiutati nell’esperienza della fede.

Non si tratta di “riunioni” in più, o di riflessioni su quello che già sappiamo o crediamo di sapere, ma del desiderio di sostenerci nella nostra esistenza quotidiana, nella scoperta e nell’esperienza reale “dell’essenziale nella vita”, secondo le parole dell’omelia del Papa distribuita dopo le messe di domenica scorsa, per l’urgenza, mi dice uno di voi, “di toccare Cristo vivo”.

In queste settimane abbiamo vissuto gesti significativi nella nostra comunità... dall'ultimo CPP all’incontro col Vescovo, poi la Festa parrocchiale, il film Sully, l’uscita di inizio del catechismo, il saluto alla Capanna di Betlemme ...

Non mancano inoltre le sfide alla nostra vita, la malattia, la morte di persone care, una gioia imprevista o una fatica nel lavoro, come un dramma familiare.... Io ho negli occhi e nel cuore incontri ed eventi, vissuti qui a San Girolamo, che ridestano “il primo amore” (cfr. Ap 2,6), un’esperienza di cui ho bisogno costantemente... per vivere... senza la quale non avrebbe significato nessun gesto o iniziativa della Parrocchia.

Sono tutti fatti che ci provocano, domande urgenti e decisive... che desideriamo condividere con chiunque sia disposto a cogliere la sfida della vita.

Abbiamo individuato tre serate... dialoghi liberi con un’unica condizione: che sia a tema la nostra esperienza reale.

MARTEDÌ 13 NOVEMBRE;
MERCOLEDÌ 28 NOVEMBRE;
MERCOLEDÌ 12 DICEMBRE,

SEMPRE ALLE 21 NELLA CASA PARROCCHIALE.

Invito libero e aperto a tutti, senza alcun schema “clericale”, aperti a una verifica dell’esperienza cristiana a 360 gradi.

Un abbraccio,
don Roberto e alcuni amici della
Comunità parrocchiale

L'ESSENZIALE DELLA VITA

Dall'omelia di Papa Francesco nella S. Messa per i Cardinali e i Vescovi defunti, 3 novembre 2018.

Il Vangelo ricorda il senso di questa uscita continua che è la vita: andare incontro allo sposo. Ecco per che cosa vivere: per quell’annuncio che nel Vangelo risuona nella notte e che potremo accogliere pienamente nel momento della morte: «Ecco lo sposo, andategli incontro!» (v. 6). L’incontro con Gesù, Sposo che «ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25), dà senso e orientamento alla vita. Non altro. È il finale che illumina ciò che precede. E come la semina si giudica dal raccolto, così il cammino della vita si imposta a partire dalla meta.

[...] Nel ministero, dietro a tutti gli incontri, le attività da organizzare e le pratiche da trattare, non va scordato il filo che unisce tutta la trama: l’attesa dello sposo. Il centro non può che essere un cuore che ama il Signore. Solo così il corpo visibile del nostro ministero sarà sorretto da un’anima invisibile. [...]

L’essenziale nella vita è ascoltare la voce dello sposo. Essa ci invita a intravedere ogni giorno il Signore che viene e a trasformare ogni attività in un preparativo per le nozze con Lui.

PAPA FRANCESCO: O SANTITÀ O NIENTE

PAPA FRANCESCO - ANGELUS NELLA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
Piazza San Pietro, Giovedì, 1° novembre 2018

[...] I santi sono vicini a noi, anzi sono i nostri fratelli e sorelle più veri. Ci capiscono, ci vogliono bene, sanno qual è il nostro vero bene, ci aiutano e ci attendono. Sono felici e ci vogliono felici con loro in paradiso.

Per questo ci invitano sulla via della felicità, indicata nel Vangelo odierno, tanto bello e conosciuto: «Beati i poveri in spirito […] Beati i miti […] Beati i puri di cuore…» (cfr Mt 5,3-8). Ma come? Il Vangelo dice beati i poveri, mentre il mondo dice beati i ricchi. Il Vangelo dice beati i miti, mentre il mondo dice beati i prepotenti. Il Vangelo dice beati i puri, mentre il mondo dice beati i furbi e i gaudenti. Questa via della beatitudine, della santità, sembra portare alla sconfitta. Eppure – ci ricorda ancora la prima Lettura – i santi tengono «rami di palma nelle mani» (v. 9), cioè i simboli della vittoria. Hanno vinto loro, non il mondo. E ci esortano a scegliere la loro parte, quella di Dio che è Santo.

Chiediamoci da che parte stiamo: quella del cielo o quella della terra? Viviamo per il Signore o per noi stessi, per la felicità eterna o per qualche appagamento ora? Domandiamoci: vogliamo davvero la santità? O ci accontentiamo di essere cristiani senza infamia e senza lode, che credono in Dio e stimano il prossimo ma senza esagerare? Il Signore «chiede tutto, e quello che offre è la vera vita - offre tutto -, la felicità per la quale siamo stati creati» (Esort. ap. Gaudete ed exsultate, 1). Insomma, o santità o niente! Ci fa bene lasciarci provocare dai santi, che qua non hanno avuto mezze misure e da là “tifano” per noi, perché scegliamo Dio, l’umiltà, la mitezza, la misericordia, la purezza, perché ci appassioniamo al cielo piuttosto che alla terra.

Oggi i nostri fratelli e sorelle non ci chiedono di sentire un’altra volta un bel Vangelo, ma di metterlo in pratica, di incamminarci sulla via delle Beatitudini. Non si tratta di fare cose straordinarie, ma di seguire ogni giorno questa via che ci porta in cielo, ci porta in famiglia, ci porta a casa. Oggi quindi intravediamo il nostro futuro e festeggiamo quello per cui siamo nati: siamo nati per non morire mai più, siamo nati per godere la felicità di Dio! Il Signore ci incoraggia e a chi imbocca la via delle Beatitudini dice: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,12). La Santa Madre di Dio, Regina dei santi, ci aiuti a percorrere con decisione la strada della santità; lei, che è la Porta del cielo, introduca i nostri cari defunti nella famiglia celeste.

LA FEDE È QUESTIONE DI INCONTRO, NON DI TEORIA

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LA FEDE È QUESTIONE DI INCONTRO, NON DI TEORIA

SANTA MESSA PER LA CONCLUSIONE
DELLA XV ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana, Domenica, 28 ottobre 2018

L’episodio che abbiamo ascoltato è l’ultimo che l’evangelista Marco narra del ministero itinerante di Gesù, il quale poco dopo entrerà a Gerusalemme per morire e risorgere. Bartimeo è così l’ultimo a seguire Gesù lungo la via: da mendicante ai bordi della strada a Gerico, diventa discepolo che va insieme agli altri verso Gerusalemme. Anche noi abbiamo camminato insieme, abbiamo “fatto sinodo” e ora questo Vangelo suggella tre passi fondamentali per il cammino della fede.

Anzitutto guardiamo a Bartimeo: il suo nome significa “figlio di Timeo”. E il testo lo specifica: «il figlio di Timeo, Bartimeo» (Mc 10,46). Ma, mentre il Vangelo lo ribadisce, emerge un paradosso: il padre è assente. Bartimeo giace solo lungo la strada, fuori casa e senza padre: non è amato, ma abbandonato. È cieco e non ha chi lo ascolti; e quando voleva parlare lo facevano tacere. Gesù ascolta il suo grido. E quando lo incontra lo lascia parlare. Non era difficile intuire che cosa avrebbe chiesto Bartimeo: è evidente che un cieco voglia avere o riavere la vista. Ma Gesù non è sbrigativo, dà tempo all’ascolto. Ecco il primo passo per aiutare il cammino della fede: ascoltare. È l’apostolato dell’orecchio: ascoltare, prima di parlare.

Al contrario, molti di quelli che stavano con Gesù rimproveravano Bartimeo perché tacesse (cfr v. 48). Per questi discepoli il bisognoso era un disturbo sul cammino, un imprevisto nel programma prestabilito. Preferivano i loro tempi a quelli del Maestro, le loro parole all’ascolto degli altri: seguivano Gesù, ma avevano in mente i loro progetti. È un rischio da cui guardarsi sempre. Per Gesù, invece, il grido di chi chiede aiuto non è un disturbo che intralcia il cammino, ma una domanda vitale. Quant’è importante per noi ascoltare la vita! I figli del Padre celeste prestano ascolto ai fratelli: non alle chiacchiere inutili, ma ai bisogni del prossimo. Ascoltare con amore, con pazienza, come fa Dio con noi, con le nostre preghiere spesso ripetitive. Dio non si stanca mai, gioisce sempre quando lo cerchiamo. Chiediamo anche noi la grazia di un cuore docile all’ascolto. Vorrei dire ai giovani, a nome di tutti noi adulti: scusateci se spesso non vi abbiamo dato ascolto; se, anziché aprirvi il cuore, vi abbiamo riempito le orecchie. Come Chiesa di Gesù desideriamo metterci in vostro ascolto con amore, certi di due cose: che la vostra vita è preziosa per Dio, perché Dio è giovane e ama i giovani; e che la vostra vita è preziosa anche per noi, anzi necessaria per andare avanti.

Dopo l’ascolto, un secondo passo per accompagnare il cammino di fede: farsi prossimi. Guardiamo Gesù, che non delega qualcuno della «molta folla» che lo seguiva, ma incontra Bartimeo di persona. Gli dice: «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (v. 51). Che cosa vuoi: Gesù si immedesima in Bartimeo, non prescinde dalle sue attese; che io faccia: fare, non solo parlare; per te: non secondo idee prefissate per chiunque, ma per te, nella tua situazione. Ecco come fa Dio, coinvolgendosi in prima persona con un amore di predilezione per ciascuno. Nel suo modo di fare già passa il suo messaggio: così la fede germoglia nella vita.

La fede passa per la vita. Quando la fede si concentra puramente sulle formulazioni dottrinali, rischia di parlare solo alla testa, senza toccare il cuore. E quando si concentra solo sul fare, rischia di diventare moralismo e di ridursi al sociale. La fede invece è vita: è vivere l’amore di Dio che ci ha cambiato l’esistenza. Non possiamo essere dottrinalisti o attivisti; siamo chiamati a portare avanti l’opera di Dio al modo di Dio, nella prossimità: stretti a Lui, in comunione tra noi, vicini ai fratelli. Prossimità: ecco il segreto per trasmettere il cuore della fede, non qualche aspetto secondario.

Farsi prossimi è portare la novità di Dio nella vita del fratello, è l’antidoto contro la tentazione delle ricette pronte. Chiediamoci se siamo cristiani capaci di diventare prossimi, di uscire dai nostri circoli per abbracciare quelli che “non sono dei nostri” e che Dio ardentemente cerca. C’è sempre quella tentazione che ricorre tante volte nella Scrittura: lavarsi le mani. È quello che fa la folla nel Vangelo di oggi, è quello che fece Caino con Abele, è quello che farà Pilato con Gesù: lavarsi le mani. Noi invece vogliamo imitare Gesù, e come lui sporcarci le mani. Egli, la via (cfr Gv 14,6), per Bartimeo si è fermato lungo la strada; Egli, la luce del mondo (cfr Gv 9,5), si è chinato su un cieco. Riconosciamo che il Signore si è sporcato le mani per ciascuno di noi, e guardando la croce ripartiamo da lì, dal ricordarci che Dio si è fatto mio prossimo nel peccato e nella morte. Si è fatto mio prossimo: tutto comincia da lì. E quando per amore suo anche noi ci facciamo prossimi diventiamo portatori di vita nuova: non maestri di tutti, non esperti del sacro, ma testimoni dell’amore che salva.

Testimoniare è il terzo passo. Guardiamo i discepoli che chiamano Bartimeo: non vanno da lui, che mendicava, con un’acquietante monetina o a dispensare consigli; vanno nel nome di Gesù. Infatti gli rivolgono solo tre parole, tutte di Gesù: «Coraggio! Alzati. Ti chiama» (v. 49). Solo Gesù nel resto del Vangelo dice coraggio!, perché solo Lui risuscita il cuore. Solo Gesù nel Vangelo dice alzati, per risanare lo spirito e il corpo. Solo Gesù chiama, cambiando la vita di chi lo segue, rimettendo in piedi chi è a terra, portando la luce di Dio nelle tenebre della vita. Tanti figli, tanti giovani, come Bartimeo cercano una luce nella vita. Cercano amore vero. E come Bartimeo, nonostante la molta gente, invoca solo Gesù, così anch’essi invocano vita, ma spesso trovano solo promesse fasulle e pochi che si interessano davvero a loro.

Non è cristiano aspettare che i fratelli in ricerca bussino alle nostre porte; dovremo andare da loro, non portando noi stessi, ma Gesù. Egli ci manda, come quei discepoli, a incoraggiare e rialzare nel suo nome. Ci manda a dire ad ognuno: “Dio ti chiede di lasciarti amare da Lui”. Quante volte, invece di questo liberante messaggio di salvezza, abbiamo portato noi stessi, le nostre “ricette”, le nostre “etichette” nella Chiesa! Quante volte, anziché fare nostre le parole del Signore, abbiamo spacciato per parola sua le nostre idee! Quante volte la gente sente più il peso delle nostre istituzioni che la presenza amica di Gesù! Allora passiamo per una ONG, per una organizzazione parastatale, non per la comunità dei salvati che vivono la gioia del Signore.

Ascoltare, farsi prossimi, testimoniare. Il cammino di fede nel Vangelo termina in modo bello e sorprendente, con Gesù che dice: «Va’, la tua fede ti ha salvato» (v. 52). Eppure Bartimeo non ha fatto professioni di fede, non ha compiuto alcuna opera; ha solo chiesto pietà. Sentirsi bisognosi di salvezza è l’inizio della fede. È la via diretta per incontrare Gesù. La fede che ha salvato Bartimeo non stava nelle sue idee chiare su Dio, ma nel cercarlo, nel volerlo incontrare. La fede è questione di incontro, non di teoria. Nell’incontro Gesù passa, nell’incontro palpita il cuore della Chiesa. Allora non le nostre prediche, ma la testimonianza della nostra vita sarà efficace.

E a tutti voi che avete partecipato a questo “camminare insieme”, dico grazie per la vostra testimonianza. Abbiamo lavorato in comunione e con franchezza, col desiderio di servire Dio e il suo popolo. Il Signore benedica i nostri passi, perché possiamo ascoltare i giovani, farci prossimi e testimoniare loro la gioia della nostra vita: Gesù.





O TUTTO O NIENTE: GESÙ DÀ TUTTO E CHIEDE TUTTO

Omelia di Papa Francesco nella Santa Messa per la canonizzazione dei Beati Paolo VI e Oscar Romero.

La seconda Lettura ci ha detto che «la parola di Dio è viva, efficace e tagliente» (Eb 4,12). È proprio così: la Parola di Dio non è solo un insieme di verità o un edificante racconto spirituale, no, è Parola viva, che tocca la vita, che la trasforma. Lì Gesù in persona, Lui che è la Parola vivente di Dio, parla ai nostri cuori.

Il Vangelo, in particolare, ci invita all’incontro con il Signore, sull’esempio di quel «tale» che «gli corse incontro» (cfr Mc 10,17). Possiamo immedesimarci in quell’uomo, di cui il testo non dice il nome, quasi a suggerire che possa rappresentare ciascuno di noi. Egli domanda a Gesù come «avere in eredità la vita eterna» (v. 17). Chiede la vita per sempre, la vita in pienezza: chi di noi non la vorrebbe? Ma, notiamo, la chiede come un’eredità da avere, come un bene da ottenere, da conquistare con le sue forze. Infatti, per possedere questo bene ha osservato i comandamenti fin dall’infanzia e per raggiungere lo scopo è disposto a osservarne altri; per questo chiede: «Che cosa devo fare per avere?».

La risposta di Gesù lo spiazza. Il Signore fissa lo sguardo su di lui e lo ama (cfr v. 21). Gesù cambia prospettiva: dai precetti osservati per ottenere ricompense all’amore gratuito e totale. Quel tale parlava nei termini di domanda e offerta, Gesù gli propone una storia di amore. Gli chiede di passare dall’osservanza delle leggi al dono di sé, dal fare per sé all’essere con Lui. E gli fa una proposta di vita “tagliente”: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (v. 21). Anche a te Gesù dice: “vieni, seguimi!”. Vieni: non stare fermo, perché non basta non fare nulla di male per essere di Gesù. Seguimi: non andare dietro a Gesù solo quando ti va, ma cercalo ogni giorno; non accontentarti di osservare dei precetti, di fare un po’ di elemosina e dire qualche preghiera: trova in Lui il Dio che ti ama sempre, il senso della tua vita, la forza di donarti.

Ancora Gesù dice: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri». Il Signore non fa teorie su povertà e ricchezza, ma va diretto alla vita. Ti chiede di lasciare quello che appesantisce il cuore, di svuotarti di beni per fare posto a Lui, unico bene. Non si può seguire veramente Gesù quando si è zavorrati dalle cose. Perché, se il cuore è affollato di beni, non ci sarà spazio per il Signore, che diventerà una cosa tra le altre. Per questo la ricchezza è pericolosa e – dice Gesù – rende difficile persino salvarsi. Non perché Dio sia severo, no! Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano, ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare. Perciò San Paolo ricorda che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Lo vediamo: dove si mettono al centro i soldi non c’è posto per Dio e non c’è posto neanche per l’uomo.

Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto: dà un amore totale e chiede un cuore indiviso. Anche oggi si dà a noi come Pane vivo; possiamo dargli in cambio le briciole? A Lui, fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi, non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto. A Lui, che ci offre la vita eterna, non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una “percentuale di amore”: non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente.

Cari fratelli e sorelle, il nostro cuore è come una calamita: si lascia attirare dall’amore, ma può attaccarsi da una parte sola e deve scegliere: o amerà Dio o amerà la ricchezza del mondo (cfr Mt 6,24); o vivrà per amare o vivrà per sé (cfr Mc 8,35). Chiediamoci da che parte stiamo. Chiediamoci a che punto siamo nella nostra storia di amore con Dio. Ci accontentiamo di qualche precetto o seguiamo Gesù da innamorati, veramente disposti a lasciare qualcosa per Lui? Gesù interroga ciascuno di noi e tutti noi come Chiesa in cammino: siamo una Chiesa che soltanto predica buoni precetti o una Chiesa-sposa, che per il suo Signore si lancia nell’amore? Lo seguiamo davvero o ritorniamo sui passi del mondo, come quel tale? Insomma, ci basta Gesù o cerchiamo tante sicurezze del mondo? Chiediamo la grazia di saper lasciare per amore del Signore: lasciare ricchezze, lasciare nostalgie di ruoli e poteri, lasciare strutture non più adeguate all’annuncio del Vangelo, i pesi che frenano la missione, i lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell’amore la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di «autocompiacimento egocentrico» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 95): si cerca la gioia in qualche piacere passeggero, ci si rinchiude nel chiacchiericcio sterile, ci si adagia nella monotonia di una vita cristiana senza slancio, dove un po’ di narcisismo copre la tristezza di rimanere incompiuti.

Fu così per quel tale, che – dice il Vangelo – «se ne andò rattristato» (v. 22). Si era ancorato ai precetti e ai suoi molti beni, non aveva dato il cuore. E, pur avendo incontrato Gesù e ricevuto il suo sguardo d’amore, se ne andò triste. La tristezza è la prova dell’amore incompiuto. È il segno di un cuore tiepido. Invece, un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore, diffonde sempre la gioia, quella gioia di cui oggi c’è grande bisogno. Il santo Papa Paolo VI scrisse: «È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto» (Esort. ap. Gaudete in Domino, I). Gesù oggi ci invita a ritornare alle sorgenti della gioia, che sono l’incontro con Lui, la scelta coraggiosa di rischiare per seguirlo, il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via. I santi hanno percorso questo cammino.

L’ha fatto Paolo VI, sull’esempio dell’Apostolo del quale assunse il nome. Come lui ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri. Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità. È bello che insieme a lui e agli altri santi e sante odierni ci sia Mons. Romero, che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli. Lo stesso possiamo dire di Francesco Spinelli, di Vincenzo Romano, di Maria Caterina Kasper, di Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e anche del nostro ragazzo abruzzese-napoletano, Nunzio Sulprizio: il santo giovane, coraggioso, umile che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e nell'offerta di sé stesso. Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare. Fratelli e sorelle, il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi.

OMELIA DEL PAPA A SANTA MARTA: CRISTIANI ABITUATI

Il Papa ci ricorda che occorre guardare agli ultimi arrivati, scoprire cosa accade a quei pagani che si convertono mentre noi, “abituati”, “viviamo il cristianesimo formalmente”, affinché possiamo rinnovare l’esperienza del “rapporto personale con Gesù”.

Omelia a Santa Marta, 5 ottobre.
Gesù rimprovera tre città (Cfr. Lc 10,13-16) – Betsàida, Corazìn, Cafarnao – perché avendolo lì, vedendo i suoi prodigi […] non fanno il passo di riconoscerlo come Messia. […] Ognuno pensi alla propria vita. Che ho ricevuto tanto dal Signore. Sono nato in una società cristiana, ho conosciuto Gesù Cristo, ho conosciuto la salvezza, sono stato educato, educata, alla fede. E con quanta facilità mi dimentico, e lascio passare Gesù. Un atteggiamento che contrasta con quello di altra gente che subito ascolta l’annuncio di Gesù, si converte e lo segue. Invece noi siamo “abituati”. E quest’abitudine ci fa male, perché riduciamo il Vangelo a un fatto sociale, sociologico, e non a un rapporto personale con Gesù. […] Come mai quei pagani che, appena sentono la predica di Gesù, vanno con lui, e io che sono nato, sono nata, qui, in una società cristiana, e per me il cristianesimo è come fosse un’abitudine sociale, una veste che ho indosso e poi la lascio? È così che Gesù piange su ognuno di noi quando noi viviamo il cristianesimo formalmente, almeno non realmente.[…] In sostanza quando noi facciamo questo, cerchiamo di gestire noi il rapporto con Gesù. È come se gli dicessimo: “Sì, io vado alla messa ma tu fermati nella chiesa che io poi vado a casa” […]. Facciamo finta di averlo con noi, ma lo abbiamo cacciato via. Siamo cristiani, fieri di essere cristiani, ma viviamo come pagani.