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PARROCCHIA S. GIROLAMO

L’ABBRACCIO CHE FA ARDERE IL CUORE

Lo scorso sabato sera sono andato a trovare gli amici della Capanna di Betlemme, opera dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, con i quali è nato un rapporto che cerco di incrementare e che ritengo significativo per la nostra comunità parrocchiale di San Girolamo.
Nel frattempo si stava svolgendo, in viale Principe Amedeo, la manifestazione di una forza politica, a sua volta contestata da gruppi appartenenti ad altre forze antagoniste.
Quando sono partito dalla parrocchia, dopo la messa del pomeriggio, le Forze dell’ordine erano schierate in tenuta antisommossa e già da qualche tempo l’elicottero della Polizia sorvolava la zona.
Sono arrivato alla Capanna dove, invece, ho trovato gente contenta, giovani volontari (una giovane degli Scout dell’AGESCI e altri ragazzi di varie provenienze), assieme ad alcuni degli ospiti “fissi”, che conosco, i quali mi hanno salutato come amici.
Poco dopo, a pochi passi da noi (viale Dardanelli, dove si trova la Capanna di Betlemme, è parallelo ed è vicinissimo a viale Principe Amedeo) sono cominciati gli slogan pieni di rabbia e le cariche (il giorno seguente ho saputo che, purtroppo, alcuni agenti sono rimasti feriti), l’elicottero della Polizia volava bassissimo per controllare la situazione e, quando passava sopra di noi, quasi non si riusciva a parlare.
In quel momento è arrivato, inatteso, il pulmino del Banco Alimentare con due amici di Comunione e Liberazione di Lugo. Avevano fatto un giro straordinario, con un sacco di cibo avanzato dai vari punti ristoro allestiti in occasione del MotoGP di Misano. Abbiamo scaricato tutto assieme ai volontari della Capanna, mentre gli amici del Banco sono ripartiti subito per il magazzino di Imola, dopo una giornata di lavoro.
A pochi passi si gridavano slogan con rabbia, mentre qui alla Capanna eravamo tutti col volto lieto, decidendo assieme dove sistemare gli alimenti.
Io mi sono fermato a chiacchierare con gli ospiti presenti nella Casa, poi sono stato a cena con loro.
Tutto molto debole rispetto alle Forze dell’ordine intervenute per garantire la sicurezza di tutti, alla forza dei manifestanti che si contrapponevano tra loro, alla forza dei tanti problemi, per cui molti non hanno né cibo né abitazione.
Quella casa così semplice, nata dal desiderio con cui don Oreste voleva “augurare la buonanotte” a chi dorme per strada, quel gruppetto di volontari provenienti da esperienze e percorsi diversi, gli amici che col pulmino per tutta la giornata avevano raccolto alimenti e fatto la spola dal MotoGP alle opere di carità assistite dal Banco… sembrava tutto molto debole di fronte all’enormità dei problemi del mondo e alla forza di chi mostra i muscoli.
Una grande debolezza, che, come dice il Papa, è la forza dell’incarnazione, l’unica vera forza che porta una novità nel mondo.
Questa debolezza è l’unica vera nostra forza, è il calore di un abbraccio in cui potersi davvero sentire a casa.
don Roberto

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Big capanna di betlemme
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“LA FORZA E LA DEBOLEZZA DELL’INCARNAZIONE”

Cari amici,

in questi giorni, proprio mentre si concludeva l’importante e delicato Viaggio Apostolico di Francesco in Irlanda, a conclusione dell’Incontro mondiale delle famiglie di Dublino, nuovi attacchi al Papa sono stati diffusi sui mezzi di informazione, anche da chi ha rivestito ruoli di responsabilità nella comunità ecclesiale.
Il dolore per questo attacco alla carne del Corpo di Cristo, diventa una mendicanza alla Misericordia di Dio, che è la vera novità nella Chiesa, fatta di uomini e donne peccatori come me e come voi. In essa c’è tutto il limite e il peccato possibile – e questo non è una novità – ma, dentro a questa fragile umanità, opera il Mistero, Dio stesso che si è fatto carne, Gesù Cristo, il falegname di Nazareth. Quel volto umano, quella carne, è il volto di una Misericordia più grande di ogni male che possiamo commettere o subire. Questa è la vera sorgente per la continua riforma della Chiesa, la quale “semper reformanda est”.
Quando non si guarda a Cristo, e non ci si lascia guardare da Lui, si vive la Chiesa con le logiche mondane, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Ma questo inizia da me, da te, dalla nostra comunità parrocchiale.
Anche questa circostanza è l’occasione, offerta a ciascuno di noi, per un passo nell’esperienza di ciò che la Chiesa è, per la verifica della possibilità di “toccare la carne di Cristo” e di essere continuamente risollevati dal Suo abbraccio.
Siamo insieme per sostenerci nello stesso percorso di Giovanni e Andrea, quando si ritrovarono invasi dallo stupore, dopo aver cenato per la prima volta con Gesù, in quell’incontro di cui non scorderanno più il giorno e l’ora (cfr. Gv 1,35-39).
Siamo insieme, guardati uno per uno, come furono guardati Zaccheo e Matteo (cfr. Lc 19, 1-10 e Mt 9, 9-13), peccatori considerati irredimibili e cambiati da quell’incontro imprevisto, come furono guardate la Maddalena e la Samaritana (cfr. Lc 8, 1-3 e Gv 4, 4-42), le quali, dal giorno del loro primo incontro, non poterono più pensare a loro stesse se non a partire da quello sguardo.
La Chiesa non è per uomini e donne perfetti, ma per chi, dentro ai propri limiti e peccati, leale con la propria umanità, non si accontenta di ciò che non riempie il cuore e si lascia continuamente riabbracciare e perdonare da Cristo.
La forza che abbiamo non consiste nella nostra capacità di non commettere peccati o in una organizzazione che possa risolvere i problemi interni con nuove regole: non siamo un’armata che marcia trionfalmente, ma un “esercito di perdonati” (Gaudete et exsultate, 82).
L’unica nostra risorsa è Gesù presente tra noi, l’unica nostra forza è la debolezza di Dio che si è fatto carne, questa è “la forza e la debolezza dell’Incarnazione”
Santa Madre Teresa di Calcutta, a un giornalista che le chiedeva quale fosse la prima cosa da cambiare nella Chiesa, rispose: “Lei ed io”.
Preghiamo per il Papa e per la nostra conversione,

Un abbraccio,
don Roberto
Rimini, 1 settembre 2018

Big papa francesco e poveri
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NON UN'IDEA MA UNA CARNE

Omelia nella XX Domenica del T.O. – Anno B – San Girolamo 19.08.18

La Liturgia, in queste domeniche, ci sta proponendo la lettura del sesto capitolo del Vangelo secondo Giovanni, con il percorso di queste persone – una folla numerosissima – inizialmente entusiaste di Gesù, fino al punto di volerlo fare Re. Lo devono inseguire fino a Cafarnao perché Cristo si sottrae a questo loro desiderio. Non vuole, infatti, diventare il loro Re, perché sa che, se lo seguiranno in quel modo, non capiranno mai quello che lui è venuto a portare e ciò che veramente risponde al loro bisogno. Si fermeranno a quel pane che hanno visto moltiplicato nel miracolo. Ma non è questo pane che può saziarli: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,27).
Quando però comincia a dire che avrebbe dato il suo corpo come cibo – «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (Gv 6,35) – proprio questi uomini, i più entusiasti di lui, i più affezionati, al punto che avrebbero anche combattuto per farlo Re, hanno cominciato a reagire: «Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: Sono disceso dal cielo?”». (Gv 6,41-42).
Così si è svelata l’obiezione di sempre, che è anche la nostra: in fondo riteniamo impossibile che Dio possa venirci incontro attraverso un uomo in carne ed ossa, di cui pensiamo già di saper tutto. Il clima si fa teso, ed è interessantissimo notare che Gesù non cerca di recuperare consenso o di smussare i contrasti. Egli va fino in fondo nel proporre la sua carne come vero cibo: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). A quel punto si mettono tutti a discutere: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (Gv 6,52). Sicuramente in quel momento si saranno inseriti i capi del popolo con la loro propaganda contro Gesù. Avranno buon gioco nel convincerli – come vedremo domenica prossima – ad andarsene tutti.
Quello che accadrà è impressionante: se ne andranno tutti coloro che erano maggiormente entusiasti per lui! Ma, in realtà, lo avevano seguito finché si trattava di un’idea che approvavano. Quando, invece, Cristo propone una carne, cambia tutto. Perché Gesù non cerca di comporre il contrasto e di farsi capire? Perché se uno se ne va a causa del fatto che non comprende quello che Cristo sta dicendo, il vero problema non è che non è chiara quell’affermazione, ma che non è disposto a capire e si comporta in modo irragionevole, perché non sta guardando con lealtà alla propria esperienza.
Se questi uomini si fossero domandati la ragione del loro trovarsi nella Sinagoga, pensando a come si erano sorpresi ad ascoltarlo per ore senza neppure preoccuparsi di comprare da mangiare; riflettendo sul fatto che volevano farlo Re e che, successivamente, lo avevano inseguito fino a Cafarnao, forse, si sarebbero accorti dell’attrattiva che quell’uomo esercitava sul loro cuore e che valeva la pena seguire. Invece si fermano al fatto che non capiscono. Ma è ragionevole smettere di seguire uno che ti aveva attratto fino a quel punto, solo perché avverti qualcosa che stona rispetto a quello che già pensi di sapere?
Questa è una verifica che ognuno di noi deve fare e nella quale nessuno può sostituirsi all’altro. Ma perché sono qui? Che ragioni ho per stare qui? La professione di fede di Pietro (cfr. Gv 6, 68-69), culmine di tutto il percorso, sarà piena di queste ragioni ritrovate nella sua esperienza. Chi, invece, non fa questa verifica, prima o poi se ne va, oppure rimane qui formalmente, come un’abitudine.
Sapete da cosa si distinguono le due posizioni? Dal fatto di essere contenti o no. Quante volte uno viene qui in chiesa e si lamenta perché gli altri non fanno abbastanza, perché le cose vanno male, perché la situazione non è come la vorresti, ecc.
Io penso che si debba tener conto di questo criterio nella vita: seguire chi è contento. Non, evidentemente, chi si accontenta, a livello superficiale, di una allegria spensierata, ma chi è realmente contento e, anche nel dramma e nel dolore, vive una letizia ultima.
Il cristianesimo si riconosce da questa passione per la vita e da questo gusto per l’esistenza, ovvero da questa letizia possibile in ogni circostanza. Per questo uno può dire: «Gesù, anche io non capisco tutto quello che stai dicendo, però sperimento che la vita con te è più lieta, è più bella, è più piena».
Ieri ho incontrato un’amica della nostra parrocchia, alle prese con una grave malattia e con cure impegnative. Mi ha colpito il fatto che potessimo parlarne lieti, riconoscendo in questa drammatica circostanza la possibilità di scoprire la bellezza del vivere. Per questo siamo insieme! Per aiutarci a vivere! Se tu non verifichi che questa è la vita, perché dovresti continuare a stare qui? Forse per un dovere? Prima o poi te ne andrai. Sei qui per una tua immagine? Presto o tardi .
Gesù non ti propone un’idea, ti propone una carne, la sua carne. Anche noi potremmo dire: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» Anche quando riconosciamo teoricamente che l’Eucarestia è il Corpo e il Sangue di Gesù, sovente riduciamo il Sacramento a rito o ad una devozione personale e non riconosciamo che l’Eucarestia genera un Popolo, il Suo Corpo, la Sua Carne. Spesso noi siamo come coloro che, quel giorno, erano nella sinagoga di Cafarnao: non crediamo che Gesù si possa incontrare realmente.
Io sono proprio lieto e certo di questo. Pur dentro la marea di peccati e di limiti, in cui ognuno di noi – io per primo – vive, sono certo che non abbiamo niente di meno di quegli uomini che quel giorno erano lì. Come per loro, i quali avevano davanti Gesù che donava se stesso e la sua carne, non è stato un passaggio automatico, così non lo è per noi oggi, di fronte alla stessa carne.
Io sono certo che davvero questa carne, oggi, la posso incontrare e la incontro, come l’hanno incontrata i discepoli. Sono sicuro che il percorso di Pietro, che culminerà nella sua professione di fede, è possibile oggi come allora. Occorre la semplicità di fidarsi non di un’idea, ma di una carne, di Qualcuno che non ti offre delle teorie, ma se stesso.
Ognuno di noi si trova con tutta la propria libertà di fronte a Gesù, il quale è disposto a perderci tutti – ma come ama la nostra libertà! – pur di poter conquistare realmente anche il cuore di uno solo.

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PREGHIERA PER LE VITTIME DI GENOVA E DEGLI INCIDENTI DI QUESTI GIORNI

Preghiamo per le vittime del crollo del ponte a Genova. Nei fatti di questi giorni, dagli incidenti di Bologna e Foggia ai giovanissimi morti a Rimini nelle ultime due settimane fino a quello che è accaduto l'altro ieri nel capoluogo ligure, emerge un grido a cui non risponde una spiegazione ma un volto, un abbraccio che ci strappa dal nulla ora e per l’eternità.
Tutto questo ci richiama alla serietà della vita e all’urgenza di rispondere alla chiamata di DIo. Affidiamo i defunti e tutti coloro che stanno soffrendo, guardando la Madonna, che ieri abbiamo celebrato Assunta in cielo in anima e corpo, sempre più certi che, come ha ricordato il Papa ai giovani, “l’umanità ferita viene risanata dall’incontro con Cristo Risorto”.

Big assunta

LA SEMPLICITÀ E LA CONCRETEZZA DEL VANGELO

Omelia nella XIX domenica del Tempo Ordinario
San Girolamo, 12 agosto 2018

«I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41).
La Liturgia, nel contesto del percorso che ci propone in queste domeniche con la lettura del capitolo sesto del Vangelo secondo Giovanni, ci presenta il manifestarsi di quell’ostilità nei confronti di Gesù che già era emersa nel brano letto nella scorsa settimana, proprio da parte di coloro che lo avevano inizialmente seguito con entusiasmo (cfr. Gv 6, 30-40).
Immedesimiamoci con il racconto evangelico: migliaia di persone avevano seguito Cristo ascoltandolo per ore, senza neppure preoccuparsi di procurarsi il cibo (cfr. Gv 1,1-14). Esaltati ulteriormente dal miracolo della moltiplicazione dei pani lo vogliono proclamare Re, apparentemente disposti a compiere qualsiasi cosa che avrebbe chiesto loro (cfr. Gv 6,15). Ma Gesù si sottrae, non è interessato a questo enorme consenso e, quello che sembra costituire l’apice del suo successo, non ha per lui alcun valore perché sa che lo stanno seguendo per una loro immagine e un loro progetto, senza comprendere chi Egli sia veramente: si sono fermati alla superficialità del miracolo, che non sanno leggere come segno di una realtà più grande (cfr. Gv 6,26). Tutti costoro lo seguono e lo raggiungono a Cafarnao. Gesù sta parlando nella sinagoga e, vedendoli, si commuove ulteriormente: il pane che cercano non può saziare il desiderio del loro cuore e neppure può compierlo il regno che hanno in mente, con a capo Cristo stesso. Lo seguono, ma per una riduzione ideologica del suo messaggio, che mai corrisponderà al desiderio del loro cuore.
Gesù è disposto anche a perderli tutti, pur di non permettere che si accontentino di un pane che non sazia. Per questo li sfida: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna» (Gv 6,27). Loro pongono la domanda sulla quale anche noi tante volte ci blocchiamo e che rivela una delle più gravi tentazioni di ridurre la proposta cristiana: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?» (Gv 6,28). Cristo risponde cominciando ad esplicitare la sua proposta.
Il Papa, domenica scorsa, ha commentato questo testo. «È una tentazione comune, questa, di ridurre la religione solo alla pratica delle leggi. Ma Gesù dà una risposta inattesa: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Queste parole sono rivolte, oggi, anche a noi: l’opera di Dio non consiste tanto nel “fare” delle cose, ma nel “credere” in Colui che Egli ha mandato» (Francesco, Angelus del 05.08.18).
Se Cristo avesse indicato delle norme di comportamento o se anche avesse chiesto di combattere per instaurare il regno che avevano in mente, non ci sarebbe stata reazione. Analogamente, la riflessione che stiamo facendo ora non ci creerebbe alcun problema se si limitasse a riproporre regole e principi dottrinali. Ma non è questo che corrisponde al cuore, non è questo ciò di cui abbiamo bisogno per vivere. Solo Lui può rispondere a questa esigenza infinita e per questo si offre tutto a noi, presentandosi come Colui che è disceso dal cielo (cfr. Gv 6, 38-40) e affermando esplicitamente: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,35).
Ci dona se stesso! Di fronte a questa offerta totale di sé ci si può commuovere oppure ci si può scandalizzare reagendo con ostilità, come coloro che lo ascoltano nella Sinagoga di Cafarnao, i quali – ricordiamolo ancora una volta – erano inizialmente i più entusiasti ed appassionati nel seguirlo.
Perché reagiscono in questo modo? Cosa li scandalizza? Si chiarisce nell’obiezione, che i Sinottici riferiscono agli abitanti di Nazareth – i quali avevano conosciuto Gesù fin dalla giovane età e non tolleravano che uno di loro potesse parlare e agire in quel modo – e che Giovanni riporta in questo contesto, ad indicare che si tratta dello scandalo di sempre, in ogni tempo, anche per noi in questo momento: «dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: Sono disceso dal cielo?”» (Gv 6,42). Non tollerano che Dio possa venire loro incontro in un uomo in carne ed ossa, che l’Onnipotente possa entrare nella nostra vita attraverso la fragile «carne» (Gv 6, 51) di uno come noi.
Rispetto ad ogni norma o a qualsiasi cosa Cristo avesse potuto chiedere a questi uomini, Egli ha invece offerto loro una proposta assolutamente più semplice: se stesso, il rapporto con Lui. Si tratta di una proposta che non chiede nessun requisito previo, nessuna capacità particolare: basta accettare il suo invito, come si accetta l’invito di un amico a prendere un caffè o ad andare a pranzo assieme.
Questa è la semplicità del Vangelo, ciò che è accaduto ai primi discepoli, Giovanni e Andrea, o ai pubblicani Matteo e Zaccheo, alla Samaritana e alla Maddalena.
L’urgenza più grande per noi in questo momento è quella di recuperare l’assoluta semplicità e l’estrema concretezza del Vangelo. Ma perché, pur essendo così semplice, non è facile accogliere questa proposta e, sovente, anche noi preferiamo il nostro attivismo o il nostro spiritualismo, un cristianesimo ridotto a regole o dottrine? Perché la proposta di Gesù non richiede nulla – chiunque può accettarla da subito, in questo istante, senza bisogno di nessuna condizione precostituita – se non il compromettersi con la Sua carne. Non si tratta più di un’idea, che ciascuno può manipolare secondo la propria interpretazione, ma di una carne: un volto, un abbraccio, come quello che il bambino riceve dalla madre e, anche se non è a posto e ne ha combinate di tutti i colori, è lieto.
Qui sta il dramma della nostra libertà, svelato nel drammatico dialogo raccontato dall’evangelista Giovanni. È il nostro dramma: l’alternativa tra lo scandalizzarsi del fatto che Dio ci venga incontro in una carne – come quella dei nostri volti e degli avvisi che daremo al termine della Messa – o il lasciarsi abbracciare.
Io vi propongo la carne di questo abbraccio, senza il quale non potrei più vivere.

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LA CHIESA SENZA TESTIMONIANZA È SOLTANTO FUMO

Dalle parole di Papa Francesco rivolte ai giovani ieri sera, sabato 11 agosto:

Nell’Apocalisse c’è un passo in cui Gesù dice: “Io busso alla porta: se voi mi aprite, io entrerò e cenerò con voi”: Gesù vuole entrare da noi. Ma io penso tante volte a Gesù che bussa alla porta, ma da dentro, perché lo lasciamo uscire, perché noi tante volte, senza testimonianza, lo teniamo prigioniero delle nostre formalità, delle nostre chiusure, dei nostri egoismi, del nostro modo di vivere clericale. E il clericalismo, che non è solo dei chierici, è un atteggiamento che tocca tutti noi: il clericalismo è una perversione della Chiesa. Gesù ci insegna questo cammino di uscita da noi stessi, il cammino della testimonianza. E questo è lo scandalo – perché siamo peccatori! – non uscire da noi stessi per dare testimonianza.
La Chiesa senza testimonianza è soltanto fumo...

Il Vangelo dice che Pietro entrò per primo nel sepolcro e vide i teli per terra e il sudario avvolto in un luogo a parte. Poi entrò anche l’altro discepolo, il quale – dice il Vangelo – «vide e credette» (v. 8). È molto importante questa coppia di verbi: vedere e credere. In tutto il Vangelo di Giovanni si narra che i discepoli vedendo i segni che Gesù compiva credettero in Lui. Vedere e credere. Di quali segni si tratta? Dell’acqua trasformata in vino per le nozze; di alcuni malati guariti; di un cieco nato che acquista la vista; di una grande folla saziata con cinque pani e due pesci; della risurrezione dell’amico Lazzaro, morto da quattro giorni. In tutti questi segni Gesù rivela il volto invisibile di Dio.

Non è la rappresentazione della sublime perfezione divina, quella che traspare dai segni di Gesù, ma il racconto della fragilità umana che incontra la Grazia che risolleva. C’è l’umanità ferita che viene risanata dall’incontro con Lui; c’è l’uomo caduto che trova una mano tesa alla quale aggrapparsi; c’è lo smarrimento degli sconfitti che scoprono una speranza di riscatto. E Giovanni, quando entra nel sepolcro di Gesù, porta negli occhi e nel cuore quei segni compiuti da Gesù immergendosi nel dramma umano per risollevarlo. Gesù Cristo, cari giovani, non è un eroe immune dalla morte, ma Colui che la trasforma con il dono della sua vita. E quel lenzuolo piegato con cura dice che non ne avrà più bisogno: la morte non ha più potere su di Lui.

Cari giovani, è possibile incontrare la Vita nei luoghi dove regna la morte? Sì, è possibile. Verrebbe da rispondere di no, che è meglio stare alla larga, allontanarsi. Eppure questa è la novità rivoluzionaria del Vangelo: il sepolcro vuoto di Cristo diventa l’ultimo segno in cui risplende la vittoria definitiva della Vita. E allora non abbiamo paura! Non stiamo alla larga dai luoghi di sofferenza, di sconfitta, di morte. Dio ci ha dato una potenza più grande di tutte le ingiustizie e le fragilità della storia, più grande del nostro peccato: Gesù ha vinto la morte dando la sua vita per noi. E ci manda ad annunciare ai nostri fratelli che Lui è il Risorto, è il Signore, e ci dona il suo Spirito per seminare con Lui il Regno di Dio. Quella mattina della domenica di Pasqua è cambiata la storia: abbiamo coraggio!

Quanti sepolcri – per così dire – oggi attendono la nostra visita! Quante persone ferite, anche giovani, hanno sigillato la loro sofferenza “mettendoci – come si dice – una pietra sopra”. Con la forza dello Spirito e la Parola di Gesù possiamo spostare quei macigni e far entrare raggi di luce in quegli anfratti di tenebre.

Big papa giovani

LA LETTERA DEL VESCOVO AI SACERDOTI

Il Vescovo nella lettera recapitata oggi ricorda ai sacerdoti "che una pastorale senza l'ossigeno dell'adorazione e senza il respiro della missione, Inevitabilmente si ridurrebbe ad una appendice decorativa della mia esistenza se non a una pratica affannata e frustrante", e indica alcuni fatti di rilievo in questa ultima parte dell'estate:

il Pellegrinaggio dei giovani dal Papa,

un contributo della Caritas diocesana sulla realtà dell'immigrazione

Meeting per l'amicizia fra i popoli (19-25 agosto).


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UN UMANESIMO VERO, SENZA CRISTO, NON ESISTE

Oggi, 6 agosto, Festa della Trasfigurazione, ricorre il 40° anniversario della nascita al cielo del Beato Paolo VI che sarà proclamato Santo da Papa Francesco il prossimo 14 ottobre.

Ricordiamo questo grande Papa del nostro tempo con un brano tratto dal suo messaggio in occasione del Natale del 1969.

“Oggi si parla di umanesimo. Questo sarebbe il termine moderno nel quale si risolve il cristianesimo. Natale dell’uomo oggi si vorrebbe celebrare, non del Verbo che si è fatto carne, non di Gesù che è venuto a noi Salvatore, Maestro, Fratello; dell’uomo che si salva da sé; dell’uomo che progredisce per sapienza e per forza propria, dell’uomo principio e fine a se stesso.

Ecco, Figli e Fratelli, ciò che Noi vi dobbiamo dire in questo felicissimo giorno: un umanesimo vero, senza Cristo, non esiste. E noi supplichiamo Dio e preghiamo voi tutti, uomini del nostro tempo, a risparmiarvi la fatale esperienza d’un umanesimo senza Cristo”..

(Papa Paolo VI, Natale 1969)

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L’OPERA DI DIO NON CONSISTE TANTO NEL “FARE” DELLE COSE, MA NEL “CREDERE” IN COLUI CHE EGLI HA MANDATO

Il Papa ci ha ricordato che l’opera di Dio non consiste tanto “nel fare”, ma nel credere in Cristo.

Quando sottolineiamo il primato del rapporto con Cristo rispetto al “nostro fare” non significa sminuire il valore del servizio che ciascuno di noi fa, ma, al contrario ritrovare le ragioni del nostro agire nella sorgente di tutto che è la Grazia, l’iniziativa gratuita e sorprendente di Dio che rende possibile quello che le nostre forze non potrebbero mai compiere.
Senza rendercene conto il nostro attivismo (tutto il nostro sforzo organizzativo) o il nostro spiritualismo (le pratiche “ascetiche” che pensiamo di essere capaci di compiere) ci fa presumere di poterci salvare da soli, con le nostre forze e con le nostre capacità.
L’esperienza cristiana è più semplice: basta accettare l’invito che, immeritatamente, riceviamo incontrando inaspettatamente Gesù che ci dice, come a Zaccheo 2000 anni fa, senza misurarci per i nostri limiti e le nostre colpe, “voglio venire a mangiare a casa tua”.

Ecco un brano tratto dalle parole di Francesco prima dell’Angelus di ieri, domenica 5 agosto:

È una tentazione comune, questa, di ridurre la religione solo alla pratica delle leggi, proiettando sul nostro rapporto con Dio l’immagine del rapporto tra i servi e il loro padrone: i servi devono eseguire i compiti che il padrone ha assegnato, per avere la sua benevolenza. Questo lo sappiamo tutti. Perciò la folla vuole sapere da Gesù quali azioni deve fare per accontentare Dio. Ma Gesù dà una risposta inattesa: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (v. 29). Queste parole sono rivolte, oggi, anche a noi: l’opera di Dio non consiste tanto nel “fare” delle cose, ma nel “credere” in Colui che Egli ha mandato. Ciò significa che la fede in Gesù ci permette di compiere le opere di Dio. Se ci lasceremo coinvolgere in questo rapporto d’amore e di fiducia con Gesù, saremo capaci di compiere opere buone che profumano di Vangelo, per il bene e le necessità dei fratelli.

CHI POTRÀ SAZIARE LA FAME E LA SETE DEL CUORE UMANO?

Omelia nella XVII domenica del Tempo Ordinario
San Girolamo, 29 luglio 2018

«Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi» (Gv 6,1-2).
Domenica scorsa abbiamo ascoltato il brano in cui l’evangelista Marco descrive la viscerale commozione di Cristo per le folle che lo seguono. Nel testo del Vangelo secondo Giovanni, proposto dalla liturgia odierna (Gv 6,1-15), è ugualmente descritto lo sguardo di Gesù nei confronti delle migliaia di persone che sono lì ad ascoltarlo, dimenticandosi perfino di mangiare: «alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”» (Gv 6,5).
Quale pane potrà sfamare una domanda come quella che ha condotto queste persone a seguire Gesù, senza neppure preoccuparsi di acquistare il cibo? Non si tratta solamente di un problema quantitativo, secondo le risposte di Filippo e Andrea, ma di una questione di fondo, che riguarda l’ampiezza infinita di quel desiderio umano per il quale Cristo è visceralmente commosso: chi potrà saziare la fame e la sete del nostro cuore? C’è una sproporzione assoluta tra i tentativi dei discepoli e il bisogno della folla: «Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”» (Gv 6,7-9). Tutto lo sforzo organizzativo della Chiesa non può rispondere a questa domanda infinita, ma neppure il prodigio compiuto da Gesù, in sé stesso, può soddisfare il desiderio profondo di quelle migliaia di persone, che lo seguivano per tutti i miracoli di guarigione che avevano visto (cfr. Gv 6,2) e, di fronte alla moltiplicazione dei pani, vogliono farlo Re (cfr. Gv 6,14-15). Non sono le guarigioni e nemmeno quest’ultimo gesto miracoloso a rispondere al nostro bisogno. Ancor meno lo può essere quel “regno” che immaginano tutti coloro che lo stanno seguendo, nel momento in cui il consenso riscosso da Cristo – potremmo chiamarlo il suo “successo pastorale” – raggiunge il suo apice. Tutte quelle persone erano entusiaste, avrebbero combattuto per Gesù, Lo avrebbero proclamato addirittura Re, ma non erano lì per Lui, stavano seguendo un loro progetto, ultimamente ideologico. Avevano sperimentato un’attrattiva suscitata da Cristo, ma ad essa non cedevano fino in fondo e si stavano fermando a quello che pensavano di aver capito di Lui. Potrebbe essere così per noi adesso, potremmo essere qui anche pieni di zelo e impegno ammirevole, ma per un nostro progetto e non per Lui. Infatti, come ci ricorda costantemente il Papa, non è così lontana la «tentazione di essere cristiani senza Cristo» (Omelia a Santa Marta, 27.06.13), con l’illusione di trovare una sicurezza nella conoscenza di alcune dottrine o nell’osservanza di una serie di norme, costruendo con le proprie forze un’organizzazione perfetta, nella quale «né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente» (Evangelii gaudium, 94).
Per questo Gesù si sottrae alla folla nel momento in cui vogliono «farlo Re» (Gv 6,15). Era al culmine del consenso nei Suoi confronti e chiunque, trovandosi in quella situazione – pensate a un genitore, a un insegnante o a un educatore che si trovassero ad avere un tale consenso, come sarebbero contenti di poter condurre sulla giusta via coloro che li seguono – avrebbe guidato quelle migliaia di persone secondo un progetto ritenuto giusto, ma non Cristo, che è disposto a perderli tutti pur di avere anche uno solo che, in una reale libertà, verifichi fino in fondo la Sua proposta e scelga di seguire veramente Lui.
Quelle migliaia di persone non lo stanno seguendo per ciò che può rispondere veramente al loro bisogno, cercano segni e prodigi, inseguono un loro progetto ideologico, ma neppure la realizzazione di un “regno perfetto” può saziare il desiderio infinito del loro cuore. Gesù non si lascia ridurre perché non vuole ridurre il loro bisogno, ma, al contrario, dilatare fino in fondo la loro domanda.
Per porsi di fronte a quelle migliaia di persone, con una sfida all’altezza del loro cuore, Cristo è disposto a perderli tutti, come vedremo nelle prossime domeniche, in cui la Liturgia ci proporrà la lettura di tutto il sesto capitolo del Vangelo secondo Giovanni, che terminerà il 26 agosto.
Gesù non ha paura della nostra libertà, poiché è visceralmente commosso per il nostro desiderio infinito e non può accettare di ridurlo: si consegna alla nostra personale verifica della Sua proposta, poiché non vuole servi ma amici (cfr. Gv 15,15).
Egli ama la nostra libertà ancor più della nostra salvezza.

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IL VERO PROTAGONISTA DELLA MISSIONE È LO SPIRITO DEL RISORTO

La Lettera del Vescovo per il nuovo anno pastorale:

Una premessa imprescindibile: “pastorale” è un aggettivo che non si può contrapporre a “missionario”. Siamo ormai consapevoli che o la pastorale è missionaria o semplicemente non è pastorale. Ma la Chiesa non è padrona della missione. L’opera missionaria è opera del bel Pastore, perché solo Lui può toccare i cuori. Il vero protagonista della missione è lo Spirito del Risorto. La missione non viene da una Chiesa autoreferenziale, autosufficiente, fondata su se stessa, sui suoi piani geometrici, su lambiccate strategie ‘pastorali’ disegnate a tavolino. Una Chiesa che al mondo racconta se stessa e le sue mirabolanti imprese. Finendo per assomigliare alle pur importanti organizzazioni di aiuto umanitario. Recentemente, parlando alle Pontificie Opere Missionarie, il Papa ha parlato a taglio netto: “Noi non abbiamo un prodotto da vendere, ma una vita da comunicare. E’ lo Spirito Santo che porta avanti la Chiesa, non noi!”.

[…] Il testo-base di riferimento per il prossimo anno pastorale non potrà che essere la “Rallegratevi ed esultate”, che ho pensato di accompagnare con la Lettera Pastorale “Vi annuncio una grande gioia – Tutti chiamati alla santità”, in cui cerco di incrociare il tema della gioia – tipico del vangelo del prossimo anno C, secondo Luca – con il tema centrale della santità, secondo Francesco.

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L’ABBRACCIO VISCERALMENTE COMMOSSO DI CRISTO


Omelia nella XVI domenica del Tempo Ordinario
San Girolamo, 22 luglio 2018

«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore» (Mc 6,34).
Gesù è commosso per la folla, per tutta l’umanità, per la singola persona, per me e per te, nessuno escluso, in qualsiasi situazione ognuno di noi si trovi in questo momento, qualsiasi limite o peccato pesi sulla nostra coscienza. Lo ripeto: nessuno è escluso da questo sguardo commosso di Cristo, che non è rivolto genericamente a una folla – spesso, invece, noi parliamo delle categorie di persone, come i migranti, gli omosessuali, i divorziati, i poveri, i ricchi, ecc. – ma ad ogni volto concreto, col proprio nome e con la propria unicità irripetibile: quando pensiamo a una persona, chiunque sia, ricordiamoci innanzitutto che è guardata con questa tenerezza da Cristo.
Qual è la natura di questa commozione? Qui Marco utilizza lo stesso verbo con cui Luca descrive il sentimento di Gesù nei confronti della vedova di Nain che portava al sepolcro l’unico figlio, mentre, «preso da grande compassione, le disse: “Donna, non piangere”» (Lc 7,13). Troviamo lo stesso verbo in Matteo per esprimere la commozione di Gesù nei confronti di due ciechi seduti lungo la strada (Mt 20,34) e, nello stesso vangelo secondo Marco, nei confronti di un lebbroso che lo supplica in ginocchio (Mc 1,4). Si tratta di una commozione viscerale per il dolore dell’umanità, per il nostro bisogno più profondo, per le autentiche esigenze del nostro cuore (1) .
Cristo è visceralmente commosso per il desiderio infinito che emerge in ogni brandello della nostra umanità e costituisce il cuore di ogni uomo e di ogni donna.
I primi ad essere oggetto di questa tenerezza sono proprio gli apostoli, provati dall’impegno nella missione. Gesù, desiderando che non si perdano il meglio dell’esperienza che stanno vivendo, li chiama a sé: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31). Li invita a stare con Lui, poiché tutto il loro sforzo non può rispondere al desiderio che hanno in comune con coloro che li cercano giorno e notte, senza dar loro «neanche il tempo di mangiare» (Ibid.). È per l’ampiezza infinita di questo desiderio che Cristo è commosso, un bisogno a cui, come gli apostoli, anche noi non possiamo pensare di poter rispondere con una efficienza organizzativa: quando si riduce la vita della comunità a questo “funzionalismo” diventiamo tutti, preti e laici, come i cattivi pastori rimproverati da Dio perché «fanno perire e disperdono il gregge» (Ger 23,1), senza preoccuparsi delle pecore e addirittura scacciandole via (cfr. Ger 23,2).
In Gesù si realizza la promessa di Dio: «Radunerò io stesso il resto delle mie pecore» (Ger 23,3). Questo compimento accade nella Sua Persona, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura: «in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini […] per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo» (Ef 2, 13-15).
Tutti gli uomini e le donne del mondo intero sono attorno alla Chiesa oggi, come la folla che seguiva gli Apostoli in quei giorni, perché attendono uno sguardo che possa abbracciare tutto il loro bisogno. Spesso si allontanano perché non diamo loro Cristo, l’unico che può rispondere a questo desiderio infinito che Lo commuove.La missione della Chiesa nasce da questa commozione viscerale e, se diamo per scontata l’origine, la sorgente di tutta la nostra azione, la comunità cristiana si chiude in un settarismo che esclude invece di abbracciare. Un intervento di Papa Francesco ci aiuta a comprendere come l’opera evangelizzatrice scaturisca sempre dalla commozione di Gesù.
«L’umanità ha tanto bisogno del Vangelo. […] Senza l’inquietudine e l’ansia della evangelizzazione non è possibile sviluppare una pastorale credibile ed efficace. […] Per favore, state attenti a non cadere nella tentazione di diventare una ONG, un ufficio di distribuzione di sussidi ordinari e straordinari. […] Il funzionalismo, quando si mette al centro oppure occupa uno spazio grande, quasi come se fosse la cosa più importante, vi porterà alla rovina; perché il primo modo di morire è quello di dare per scontate le “sorgenti”, cioè Chi muove la Missione. Per favore, con tanti piani e programmi non togliete fuori Gesù Cristo dall’Opera Missionaria, che è opera sua. Una Chiesa che si riduca all’efficientismo degli apparati di partito è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici “auto-occupati” dovessero durare ancora per secoli» (2).
Questa sorgente è quanto di più reale vi sia: occorre essere fino in fondo leali circa ciò di cui abbiamo bisogno per vivere. In questi giorni, di fronte alla vicenda di una giovane amica, morta subito dopo aver dato alla luce il figlio tanto atteso, e del marito di un’altra cara amica, morto dopo una dolorosa malattia, mi sono reso conto ancora di più della concretezza di questa commozione viscerale di Dio, dalla quale siamo generati in questo istante e per sempre. La figlia ventenne di quest’ultimo amico, intervenendo al termine del funerale, ha riportato una frase del padre, il quale pur essendo medico e quindi cosciente della sua malattia inguaribile, ripeteva continuamente: «ci si salva?». Con una chiarezza impressionante questa ragazza ha detto di fronte a tutti che la salvezza non poteva consistere nella guarigione – nessuno altrimenti si potrebbe salvare poiché, presto o tardi, tutti moriremo – ma nella Presenza di Cristo Risorto ora, che ci fa vivere per l’eternità.
«Ci si salva?». A questa domanda infinita non risponde una spiegazione che “sistema” il dramma, ma l’abbraccio visceralmente commosso di Cristo, il quale, come mi è accaduto nel giorno di questi due funerali, riempie di letizia e di gratitudine per la vita che ci viene ridonata, strappandoci dal nulla istante per istante.
C’è qualcosa di più reale e di più concreto – ovvero di più utile per vivere – di questo?

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1) Il verbo σπλαγχνίζομαι (splagchnizomai), che significa “commuoversi”, “essere mosso a pietà”, rimanda al termine σπλάγχνα (splánchna), che indica le viscere. Esso denota dunque una commozione viscerale, provocata dalla vista del dolore di chi incontra. Il sostantivo σπλάγχνα (splánchna) equivale all’ebraico rahamîm – viscere, parti interne – utilizzato, ad esempio, in Is 49,15: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».
2) FRANCESCO, Discorso ai partecipanti all'assemblea generale delle Pontificie opere missionarie, Sala Clementina 05.05.15, in L’Osservatore Romano (06.06.15), 7.
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IL FORTE MAGISTERO ORDINARIO DEL PAPA. CIÒ CHE FA VIVA LA CHIESA

Leggi l'Editoriale di oggi (18.07.18) su Avvenire:
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/cio-che-fa-viva-la-chiesa-stefania-falasca-il-magistero-del-papa

Il
forte magistero ordinario del Papa. Ciò che fa viva la Chiesa

Ci sono parole papali che possono risultare urticanti. Come queste, pronunciate nell’Angelus di domenica scorsa, che mettono il dito su un aspetto non certo secondario, la missione della Chiesa e le sue modalità concrete: «Non manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée», non agiscono così gli autentici «messaggeri del Regno di Dio» che altro non possono avere se non un «bastone e dei sandali», «né pane, né sacca, né denaro nella cintura» perché «il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori». Perché questo è secondo il Vangelo lo stile dell’autentica vocazione missionaria, caratterizzata dalla povertà dei mezzi.
Papa Francesco ha poi anche descritto i connotati elementari della dinamica propria e imparagonabile dell’annuncio cristiano e del dinamismo missionario: cioè che la missione di annunciare il Vangelo, affidata agli apostoli da Cristo, è in realtà il semplice «riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella loro azione missionaria». Il che vuol dire che il metodo è sempre lo stesso: guardare al Vangelo e a quello che Cristo ha detto e fatto nel Vangelo e sottolineare ancora che la Chiesa non è padrona della missione. Non è la prima volta che, dall’Evangelii gaudium in qua, il Papa ripete quale sia la sorgente della natura missionaria. Perché si tratta di un punto vitale. «Il primo modo di morire è quello di dare per scontate le sorgenti, cioè Chi muove la missione» ha infatti ribadito più di una volta. Se queste sorgenti vengono messe in ombra, di fatto è Gesù Cristo stesso a essere tagliato fuori dall’opera missionaria, che è opera Sua, perché solo Lui può toccare i cuori delle persone. E si alimenta invece la gòra di una missionarietà "funzionalista", quella che viene da una Chiesa auto-sufficiente, che si fonda su se stessa, sui suoi mezzi, i suoi piani, le sue strategie e che al mondo racconta se stessa, le sue imprese, finendo per assomigliare alle pur importanti organizzazioni di aiuto umanitario, per le quali può bastare un brand originale per distinguersi dalle altre nell’immenso mondo del soccorso della sofferenza e nel fiorire di companies che fanno pubblicità a se stesse.
In più occasioni in questi ultimi mesi Francesco è allora tornato a dire con chiarezza nelle sue omelie a Santa Marta alcuni aspetti della evangelizzazione. Evangelizzare non significa mettere in atto «piani pastorali ben fatti, perfetti» incapaci però di far arrivare un annuncio: Gesù non manda gente con «un atteggiamento imprenditoriale». «L’evangelizzazione non è una testardaggine umana», «è lo Spirito Santo» il «vero protagonista» della missione che chiama ogni cristiano. Infine, quanto «è brutto» vedere evangelizzatori che, a motivo del loro impegno, pensano di «aver fatto carriera», nella Chiesa o nella società, e hanno «la presunzione di voler essere serviti»…
Con le Pontificie Opere Missionarie, il Papa è stato poi anche più esplicito: «Noi non abbiamo un prodotto da vendere – non c’entra qui il proselitismo, non abbiamo un prodotto da vendere –, ma una vita da comunicare: Dio, la sua vita divina, il suo amore misericordioso, la sua santità! Ed è lo Spirito Santo che ci invia, ci accompagna, ci ispira: è Lui l’autore della missione. È Lui che porta avanti la Chiesa, non noi. Lascio a Lui – possiamo domandarci – lascio a Lui di essere il protagonista? O voglio addomesticarlo, ingabbiarlo, nelle tante strutture mondane ma con la benedizione di Dio? Lascio che sia Lui o lo ingabbio?».
Tutto questo a riprova di qual è per il Papa il pericolo di una vera confusione nella Chiesa. E a riprova del fatto che gli accenni riformatori più fecondi e spiazzanti, Francesco li semina nelle pieghe della sua predicazione ordinaria, che è quella delle omelie delle Messe a Santa Marta, degli Angelus domenicali, delle udienze.
Accenni tuttavia spesso ignorati non solo dai grandi circuiti mediatici, occupati a incasellare i suoi gesti nelle agende liberal o conservative, ma anche da quegli apparati ecclesiali avvezzi a trasformare i suggerimenti papali in nuovi conformismi e a coltivare forme di protagonismo ecclesiale. Ma se Dio fa crescere il Regno attraverso chi non conta, perché nessuno possa vantarsi dicendo che la crescita del Regno è opera sua, tutto questo non può rimanere solo come un armamentario di spiritualismi da mettere in apertura a qualche conferenza. Occorre che il dinamismo di grazia con cui cresce il Regno di Dio giudichi anche i criteri concreti e operativi di tutte le attività pratiche legate alla missione. «Altrimenti una Chiesa che si riduca all’efficientismo degli apparati è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici dovessero durare ancora per secoli».

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TV2000 SU SANDRA SABATTINI

Ieri TV2000 ha trasmesso un servizio su Sandra Sabattini.

Ecco il link:

https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=HoHDUqagtYo

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L’EUROPA RITROVA SPERANZA QUANDO L’UOMO È AL CENTRO

“L’EUROPA RITROVA SPERANZA QUANDO L’UOMO È AL CENTRO DELLE SUE ISTITUZIONI. SAN BENEDETTO, PREGA PER NOI!”.

È il tweet lanciato ieri da Papa Francesco sull’account @Pontifex, in occasione della festività della traslazione del corpo di san Benedetto da Norcia, fondatore dell’Ordine benedettino e patrono d’Europa.

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LO SCANDALO DELL’INCARNAZIONE: L’EVENTO SCONCERTANTE DI UN DIO FATTO CARNE

Ci domandiamo: come mai i compaesani di Gesù passano dalla meraviglia all’incredulità? Essi fanno un confronto tra l’umile origine di Gesù e le sue capacità attuali: è un falegname, non ha fatto studi, eppure predica meglio degli scribi e opera miracoli. E invece di aprirsi alla realtà, si scandalizzano. Secondo gli abitanti di Nazaret, Dio è troppo grande per abbassarsi a parlare attraverso un uomo così semplice! È lo scandalo dell’incarnazione: l’evento sconcertante di un Dio fatto carne, che pensa con mente d’uomo, lavora e agisce con mani d’uomo, ama con cuore d’uomo, un Dio che fatica, mangia e dorme come uno di noi. Il Figlio di Dio capovolge ogni schema umano: non sono i discepoli che hanno lavato i piedi al Signore, ma è il Signore che ha lavato i piedi ai discepoli (cfr. Gv 13,1-20). Questo è un motivo di scandalo e di incredulità non solo in quell’epoca, in ogni epoca, anche oggi.
Il capovolgimento operato da Gesù impegna i suoi discepoli di ieri e di oggi a una verifica personale e comunitaria. Anche ai nostri giorni infatti può accadere di nutrire pregiudizi che impediscono di cogliere la realtà. Ma il Signore ci invita ad assumere un atteggiamento di ascolto umile e di attesa docile, perché la grazia di Dio spesso si presenta a noi in modi sorprendenti, che non corrispondono alle nostre aspettative. [...]
Dio non si conforma ai pregiudizi. Dobbiamo sforzarci di aprire il cuore e la mente, per accogliere la realtà divina che ci viene incontro. Si tratta di avere fede: la mancanza di fede è un ostacolo alla grazia di Dio. Molti battezzati vivono come se Cristo non esistesse: si ripetono i gesti e i segni della fede, ma ad essi non corrisponde una reale adesione alla persona di Gesù e al suo Vangelo. Ogni cristiano - tutti noi, ognuno di noi - è chiamato ad approfondire questa appartenenza fondamentale, cercando di testimoniarla con una coerente condotta di vita, il cui filo conduttore sempre sarà la carità.

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LA TENTAZIONE DI UN CRISTIANESIMO SENZA CRISTO

Omelia nella XIV domenica del Tempo Ordinario
San Girolamo, 8 luglio 2018

Oggi la Liturgia ci propone il brano del Vangelo secondo Marco in cui viene descritta la prima obiezione a Gesù – che, in fondo, è lo scandalo di sempre rispetto alla sua persona, anche per noi oggi – che nasce proprio tra chi lo conosceva bene, lo aveva visto crescere e lo frequentava. Lo scandalo blocca dunque – oggi come duemila anni fa – innanzitutto coloro che pensano già di conoscere Gesù: «molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Ed era per loro motivo di scandalo». (Mc 6,2-3).
Al termine dell’anno scolastico, un ragazzo senegalese di fede musulmana, il quale, pur non avvalendosi dell’IRC, rimane quasi sempre in classe per seguire le ore di religione, quando ho chiesto cosa lo avesse colpito e interessato di più delle nostre lezioni, mi ha sorpreso rispondendo: «le ferite di Gesù». Si riferiva, evidentemente, a due occasioni in cui, attraverso l’osservazione della Sindone, avevo parlato della Passione di Cristo. Un ragazzino musulmano colpito dall’umanità di Gesù! Mentre a noi capita, a volte, di fare riunioni intere senza nominare il Suo nome, senza un istante di commozione per la Sua presenza, riconosciuta e amata. Per questo il Papa parla della «tentazione di essere cristiani senza Cristo» (Omelia a Santa Marta, 27.06.13), ovvero «senza carne» (Gaudete et exsultate, 37).
Qual è la natura di questo scandalo? Non si tratta di un rifiuto teorico di Gesù, ma, più spesso di quanto possiamo rendercene conto, siamo scandalizzati dal fatto che Dio ci venga incontro in uno di noi, un uomo, con cui si può mangiare e bere, che accoglie i peccatori, prostitute e pubblicani, e sta a tavola con loro: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?» (Mt 9,11). Gridiamolo invece anche noi oggi: l’esperienza della Chiesa è generata da un abbraccio di misericordia da cui nessuno è escluso, in qualsiasi situazione si trovi! Non si tratta di una dottrina o di una legge, ma di un uomo in carne ed ossa, che entra nella nostra vita con la sua umanità, attraverso un incontro umano, un volto, uno sguardo, che ci afferra ad uno ad uno. La Chiesa non è un’azienda che organizza attività – quante volte il Papa ci ripete che non è una ONG! – ma un organismo che vive di questo contagio umano, in cui si comunica il fascino di una presenza che, sola, può attrarre davvero il cuore rendendolo libero, mentre regole e dottrine stancano e ci fanno schiavi di schemi imposti da noi o da altri.
Quello che a noi fa scandalo (cfr. Mc 6,3) è che la potenza di Dio agisca attraverso la nostra povera umanità e, di fronte alla complessità di questo “cambiamento d’epoca”, operi attraverso la fragilità di un incontro umano “casuale”, non attraverso la forza di una organizzazione che si rivolge alle masse, ma in un rapporto personale con ogni uomo e ogni donna che si incontra. Questa settimana si è rinnovata per me l’esperienza di questo sguardo umano, che ha a cuore la singola persona, in una uscita con il gruppo dei giovanissimi, che abbiamo fatto a Gabicce Monte, dormendo in tenda una notte per poi vedere insieme sorgere l’alba in uno splendido punto panoramico. Per varie concomitanze, tra cui le vacanze in famiglia per alcuni, ci siamo ritrovati con non molti partecipanti, e, per il fatto stesso di essere in pochi, altri hanno rinunciato, per cui il gruppetto si è molto ridotto rispetto ai numeri consueti dei nostri ritrovi. Con Marco, l’adulto che condivide questo lavoro educativo coi ragazzi, abbiamo deciso ugualmente di fare l’uscita, anche con pochi, poiché, ci siamo detti, «la faremmo anche per una persona sola». Proprio per questo, per me e per Marco innanzitutto, è stata un’esperienza di grandissima intensità, soprattutto nell’attesa dell’alba al mattino, quando mi sono reso conto che già la luce dell’aurora rivela una preferenza unica, per me e per te. Come il sole sorge ogni mattino così Dio ci precede ridonandoci la vita istante per istante: a un certo punto, appena levato il sole, una scia di luce sul mare pareva richiamare a questa preferenza. Sì, perché quella bellezza ci è data affinché il nostro cuore possa riconoscere Colui che ce la dona e che avrebbe fatto l’universo intero anche solo per uno di quei ragazzi, anche solo per me e per te. Marco mi ha detto di aver visto l’alba tantissime volte da piccolo, grazie alla mamma che faceva alzare presto i figli per mostrare loro questo spettacolo, ma vederla così, insieme e con questo sguardo, è tutta un’altra cosa. Appunto, uno sguardo umano che ti raggiunge ad uno ad uno, nella certezza che anche il volto di uno solo è più prezioso dell’universo intero.
Vivendo questa esperienza mi è venuto in mente il racconto di un sacerdote che, visitando una missione del PIME sul Rio delle Amazzoni, era rimasto colpito da un missionario il quale, affrontando pericoli di ogni specie nella foresta e rischiando ogni volta la vita camminando per ore e ore, andava a trovare un solo indigeno. Uno! Questo è lo sguardo di Cristo per ognuno di noi. Di fronte all’enormità dei problemi del mondo e all’urgenza della missione della Chiesa, la risposta non è nella potenza di una strategia o di un progetto, ma nel gesto con cui il missionario mette in gioco la propria vita e dedica giorni e giorni per una sola persona. A noi questa logica dell’agire di Dio scandalizza, ma è l’unica modalità con cui la nostra vita può cambiare, poiché solo l’attrattiva di uno sguardo umano, che ha a cuore me e te, può affascinarci e portare nella nostra esistenza una reale novità. Una ragazzina che ha partecipato al Campeggio della scorsa settimana descrive così l’esperienza vissuta, facendo riferimento alla “Storia della valle nella nebbia” che ci ha accompagnato: «sono uscita dalla nebbia quando, stando in silenzio nel bosco, abbiamo sentito i suoni della natura. Eravamo dodici ragazzi come gli apostoli [non è una esagerazione, perché è il medesimo incontro con la stessa umanità di Gesù di cui narra il Vangelo] e mi sono sentita una agli occhi di Dio». Una! Unica, amata, scelta, preferita. Solo così la vita cambia. Un’altra amica ha aggiunto, dopo aver osservato il cielo nell’ultima serata: «ognuno di noi è speciale come le stelle». Occorre questa semplicità e questa apertura, senza la quale Gesù non può neppure operare i miracoli (Mc 6,5). Non si tratta di espressioni poetiche o sentimentali. Me ne sono accorto ieri, parlando con una persona ammalata, poiché nel dialogo con lei era evidente che non c’è nulla di più concreto, per affrontare con gusto pieno l’esistenza, del riconoscimento di essere voluti e amati.
E noi siamo disposti a comprometterci con Dio, che sceglie di entrare in rapporto con noi attraverso l’umanità di Qualcuno con cui puoi mangiare e bere?

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LA COMMOZIONE DI CRISTO PER LA NOSTRA DOMANDA

Omelia nella Santa Messa esequiale per Gianfilippo Brunetti - San Girolamo 4 luglio 2018

“Non piangere” (Lc 7,13). Come può Gesù dire “Non piangere” a questa donna che, già vedova, portava al sepolcro l’unico figlio? Per questa sua profonda commozione, per cui lui stesso era “preso da grande compassione” (Lc 7,13).
Per cosa è commosso Gesù? Per il dolore immenso di un genitore a causa della morte di un figlio, per la fragilità della nostra condizione umana, che lui stesso, Dio fatto carne, ha condiviso, per il bisogno che anche la morte di Gianfilippo grida. Ma cosa cerca Cristo in tutto questo, che cosa provoca la sua struggente commozione?
In questi giorni il babbo Stefano mi ha parlato a lungo di Gianfilippo, del suo lavoro e dei suoi molteplici interessi, e, soprattutto, di una vita che non fosse una “vitina”, cioè dell’esigenza, di cui lui parlava, di una “vita piena”. È questo desiderio che commuove Gesù, è di questo desiderio che Cristo si fa mendicante, è di questa domanda di cui è costituito il cuore di ogni uomo, è di questa esigenza insopprimibile che Cristo è innamorato ed è questa stessa domanda che testimonia in ogni gesto – fosse anche il più contraddittorio e incomprensibile – e in ogni brandello della nostra carne, che siamo fatti per l’eternità.
Una domanda che ora si esprime, nella circostanza dolorosa della morte di Gianfilippo, in un grido: “Perché?”. Anni fa sentii raccontare da un amico sacerdote di quando, il giorno della morte di sua sorella, la madre gridava nei corridoi dell’ospedale: “Perché?”. I medici le rispondevano spiegando le cause cliniche della morte, ma in questo modo le dicevano “come” era morta, non quello che lei aveva bisogno di sapere, ovvero il significato della sua morte. Così a questo “Perché”, che emerge oggi come un grido – innanzitutto nel cuore dei genitori, della sorella, degli altri familiari e amici di Gianfilippo –, non può rispondere l’analisi di “come” è morto questo giovane. Noi abbiamo bisogno del “Perché”, nel senso del significato di questa nostra vita. Un “Perché” a cui non può rispondere una definizione teorica, un concetto o una spiegazione, e neppure il miracolo della resurrezione, che compie Gesù restituendo il figlio alla vedova di Nain (Lc 7, 14-15), poiché, qualche anno dopo questo fatto prodigioso, anche quest’uomo è morto, come moriremo io e voi. Neppure la durata dell’esistenza può rispondere: senza un significato, anche vivere cent’anni diventerebbe insopportabile. A questo dramma risponde solo la tenerezza potente dell’abbraccio di Cristo – “Donna non piangere!” – che compie la promessa contenuta nel desiderio di una “vita piena”: c’è questa “vita della vita”, e noi siamo qui oggi a pregare per accompagnare Gianfilippo nella consegna di sé a questo abbraccio, denso di una misericordia più grande di qualsiasi male che possiamo subire o commettere, una misericordia che lascerà sempre lo spazio alla nostra libertà affinché ognuno di noi possa lasciarsi abbracciare e perdonare, fosse anche solo nell’ultimo istante dell’esistenza. Noi imploriamo questa misericordia, noi bramiamo questa “vita della vita”, per la quale siamo fatti. Io non so perché la vita di Gianfilippo si compie a questa giovane età, non so perché la vita di altri termina ancora più prematuramente, mentre altri ancora hanno il dono di una lunga esistenza terrena. Io sono certo dell’amore di Dio, per aver incrociato quello sguardo di Gesù: “Non piangere” (Lc 7,13). Sono certo che la promessa di quella “vita piena”, che Gianfilippo desiderava, è fatta per compiersi. Recentemente Papa Francesco ha ricordato che “dentro le pieghe di vicende personali e sociali che a volte sembrano segnare il naufragio della speranza, occorre rimanere fiduciosi nell’agire sommesso ma potente di Dio” (Angelus, 17 giugno). Sono certo che anche questa misteriosa circostanza – misteriosa, ovvero densa dell’iniziativa di un Mistero buono – è segnata da questo “agire sommesso ma potente di Dio”. Sono sicuro che, come sempre il Papa ci ricorda, Dio “è misteriosamente presente nella vita di ogni persona” (Gaudete et exsultate, 42), per cui Gianfilippo è ultimamente definito dal suo rapporto con Colui che lo ha tratto dal nulla, che lo ha amato e voluto e che continua a crearlo per l’eternità.
Mentre affidiamo Gianfilippo alla Misericordia di Dio, preghiamo per il babbo, la mamma, la sorella, tutti i familiari e gli amici, affinché ciascuno di noi non si accontenti – mi permetto di ripetere una sua espressione riportata dal babbo – di una “vitina” e brami incessantemente la “vita della vita”, lasciandosi provocare da questa circostanza dolorosa a prendere sul serio la propria esistenza e l’urgenza del bisogno di un significato per vivere.
La Madonna, che ha sofferto più di ogni altro per la morte del Figlio, custodisca questa nostra domanda e ci accompagni nel lasciarci abbracciare da Cristo risorto, affinché possiamo sperimentare quella Misericordia che “resta l’ultima parola, anche su tutte le brutte possibilità della storia” (Luigi Giussani).

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«LA FORMAZIONE CRISTIANA NON È BASATA SULLA FORZA DI VOLONTA' MA SULL'ACCOGLIENZA DELLA SALVEZZA»

Ancora dalla Catechesi di Papa Francesco nell'Udienza generale di ieri:

La formazione cristiana non è basata sulla forza di volontà, ma sull’accoglienza della salvezza, sul lasciarsi amare: prima il Mar Rosso, poi il Monte Sinai. Prima la salvezza: Dio salva il suo popolo nel Mar Rosso; poi nel Sinai gli dice cosa deve fare. Ma quel popolo sa che queste cose le fa perché è stato salvato da un Padre che lo ama.

«ESSERE CRISTIANO È UN CAMMINO DI LIBERAZIONE!»

Dalla Catechesi di Papa Francesco durante l'Udienza generale di ieri, mercoledì 27 giugno.

La vita cristiana è anzitutto la risposta grata a un Padre generoso. I cristiani che seguono solo dei “doveri” denunciano di non avere una esperienza personale di quel Dio che è “nostro”. Io devo fare questo, questo, questo … Solo doveri. Ma ti manca qualcosa! Qual è il fondamento di questo dovere? Il fondamento di questo dovere è l’amore di Dio Padre, che prima dà, poi comanda. Porre la legge prima della relazione non aiuta il cammino di fede. Come può un giovane desiderare di essere cristiano, se partiamo da obblighi, impegni, coerenze e non dalla liberazione? Ma essere cristiano è un cammino di liberazione!

«L’AGIRE SOMMESSO MA POTENTE DI DIO»

Papa Francesco ci ricorda che il protagonista dell’evangelizzazione è lo Spirito Santo. Senza la Sua opera anche i “piani pastorali perfetti” falliscono. Occorre “entrare nella logica della imprevedibilità di Dio, che supera i nostri progetti, i nostri calcoli, le nostre previsioni”, poiché Lui è “il Dio delle sorprese”.
Egli agisce “dentro le pieghe di vicende personali e sociali che a volte sembrano segnare il naufragio della speranza”, per questo “occorre rimanere fiduciosi nell’agire sommesso ma potente di Dio”.

Leggi alcuni brani da due recenti interventi del Papa:

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«L’AGIRE SOMMESSO MA POTENTE DI DIO»

Dalle parole del Papa prima dell'Angelus di domenica scorsa:

Il messaggio che questa parabola [Mc 4,26-34] ci consegna è questo: mediante la predicazione e l’azione di Gesù, il Regno di Dio è annunciato, ha fatto irruzione nel campo del mondo e, come il seme, cresce e si sviluppa da sé stesso, per forza propria e secondo criteri umanamente non decifrabili. Esso, nel suo crescere e germogliare dentro la storia, non dipende tanto dall’opera dell’uomo, ma è soprattutto espressione della potenza e della bontà di Dio, della forza dello Spirito Santo che porta avanti la vita cristiana nel Popolo di Dio. […] Ieri come oggi, il Regno di Dio cresce nel mondo in modo misterioso, in modo sorprendente, svelando la potenza nascosta del piccolo seme, la sua vitalità vittoriosa. Dentro le pieghe di vicende personali e sociali che a volte sembrano segnare il naufragio della speranza, occorre rimanere fiduciosi nell’agire sommesso ma potente di Dio. […] Non è facile per noi entrare in questa logica della imprevedibilità di Dio e accettarla nella nostra vita. Ma oggi il Signore ci esorta a un atteggiamento di fede che supera i nostri progetti, i nostri calcoli, le nostre previsioni. Dio è sempre il Dio delle sorprese. Il Signore sempre ci sorprende. È un invito ad aprirci con più generosità ai piani di Dio, sia sul piano personale che su quello comunitario.

PAPA FRANCESCO AI PELLEGRINI: «NELLA VITA NON SI PUÒ RESTARE FERMI».

Da www.avvenire.it

Macerata-Loreto.
Centomila pellegrini, Papa Francesco: «Mai restare fermi»
di Lucia Bellaspiga, inviata a Macerata sabato 9 giugno 2018

In cammino nella notte per raggiungere la Santa Casa e inginocchiarsi davanti alla Madonna Nera. Testimonianze di speranza.

«Sbagliammo strada e camminammo sotto un diluvio. Eravamo in trecento e arrivammo stremati a Loreto. Pensavo che dopo quel fallimento nessuno sarebbe più venuto al nostro pellegrinaggio». Era il 1978 e un giovane prete, don Giancarlo Vecerrica, si inventava la prima Macerata-Loreto, 28 chilometri di pellegrinaggio notturno fino alla Santa Casa e alla Madonna Nera. Allora a seguirlo erano i suoi studenti di liceo e qualche universitario. Ieri notte, a 40 anni esatti da quel temuto “fallimento”, a seguire Giancarlo Vecerrica, vescovo emerito di Fabriano-Matelica, erano in centomila.
Era rivolta a loro la telefonata di papa Francesco accolta alle 20.30 da un fragoroso applauso: «A me piace quando vedo giovani coraggiosi che si mettono in cammino per andare la notte, è un buon segnale, perché nella vita non si può restare fermi, un giovane non può restare fermo, se no va in pensione a venti anni. La gioventù è per andare avanti, per scommettere e dare frutti».
Commosso «dalla fedeltà del Papa» lo stesso Vecerrica, «è la sesta volta che ci telefona, santità». La felicità, ha proseguito Francesco, non è cosa che si compra al supermercato, ma «viene dall’amare e dal lasciarsi amare. Non la danno le guerre né le inimicizie e nemmeno il chiacchiericcio. Andate avanti sempre guardando l’orizzonte, ogni giorno un passo in più, questa è la felicità che consiste nell’amare Dio e gli altri».
Giunti da tutta Italia e dall’estero, i centomila hanno gremito fin dal pomeriggio lo stadio di Macerata, dove hanno atteso l’arrivo della Fiaccola della pace, benedetta giorni fa dal Pontefice in piazza San Pietro e portata da 35 atleti attraverso i luoghi del terremoto. Scesa la notte, si sono messi in cammino, dopo aver assistito alla Messa presieduta dal cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, con la partecipazione del cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo emerito di Ancona-Osimo, e dei vescovi delle Marche. «Siamo invitati a camminare pensando ai giovani e pregando per loro in preparazione al Sinodo dei vescovi di ottobre – ha detto Ouellet nell’omelia –. E noi vescovi questa intenzione l’abbiamo a cuore, perché ci sembra di vedere i giovani del nostro tempo cercare la loro strada in ordine sparso, ognuno per proprio conto».
“Che cercate?” è infatti il tema di quest’anno, che ripropone la stessa domanda di Gesù ad Andrea e Giovanni, ma riecheggia anche il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale della gioventù: «E voi giovani, che cosa vi preoccupa di più nel profondo? Una paura che esiste in molti di voi è di non essere amati… Sappiate che la Chiesa si fida di voi, voi fidatevi della Chiesa. Accettate la sfida?». Questo cercare, questa sete e questa fame che a volte ci divorano, ha ricordato nel suo messaggio il presidente di Cl, don Juliàn Carròn, «è proprio il segno della nostra grandezza».
Forti le testimonianze di Uwa e Frank, nigeriani di 15 anni arrivati due anni fa dal mare. Sfuggiti alla morte, venduti schiavi, «soli al mondo, senza mamma e papà, con la pelle scura, chi mai si sarebbe preoccupato di me?», si chiedevano allora, «ma a Termini Imerese ci hanno accolti e noi non abbiamo più paura. Abbiamo capito che tutti cerchiamo solo una cosa, di essere amati. Come il giorno che papa Francesco ci ha guardati: eravamo unici e speciali ai suoi occhi».
Se in mezzo a tante risorse tecnologiche i ragazzi incontrano spesso muri, vuoti, solitudine – ha meditato il cardinale Ouellet – «il nostro pellegrinaggio è allora un abbraccio fraterno nella fede che dice: non stare solo, camminiamo insieme nella vita come cammineremo stanotte, verso una meta impegnativa ma sicura». Per vivere davvero il tema del pellegrinaggio occorre immedesimarsi nel brano del Vangelo in cui Gesù guarda fisso negli occhi i discepoli e fa loro questa domanda, ha ammonito Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia: «Fratello, sorella, che cammini in questa notte di grazia, il Signore si rivolge a te, lasciati guardare da Lui».
È con questo spirito che alle 22 l’enorme serpentone festoso e colorato ha lasciato lo stadio seguendo le centinaia di insegne con i nomi dei paesi e delle città di provenienza, per confluire tutto in un unico traguardo, la Santa Casa di Loreto, dove all’alba ha trovato ad accoglierlo l’arcivescovo prelato di Loreto, Fabio Dal Cin, il cardinale Ouellet, il vescovo di Fabriano-Matelica, Stefano Russo, e Rocco Pennacchio, arcivescovo di Fermo. Ultima a fare il suo ingresso sul sagrato, come sempre, la Madonna Nera, che ha atteso anche l’ultimo tra i centomila pellegrini.

«L’INCONTRO CON LA CARNE DI CRISTO»

Riporto di seguito due brani tratti da due interventi del Papa pronunciati nei giorni scorsi.
Nel primo testo il Santo Padre ribadisce l’essenziale dell'esperienza cristiana: non un’idea o una morale, ma l’incontro con la carne di Cristo.
Nel secondo testo Francesco mette in evidenza come l'allontanarsi da questo incontro fa perdere la libertà, perché fa tornare prigionieri degli schemi del mondo, come succede a un gruppo o a una Comunità cristiana, quando si allontana dall’incontro con Gesù e si affida ad altri criteri, estranei all’esperienza del rapporto con Lui.
Sono due passaggi decisivi per il cammino della nostra comunità di San Girolamo.

INTERVISTA ALL'ECO DI BERGAMO, 24 maggio.
Il Cristianesimo non è un ideale da seguire, una filosofia cui aderire o una morale da applicare. È anzitutto un incontro con Gesù Cristo che ci fa riconoscere nella carne dei fratelli e delle sorelle la sua stessa presenza. La Scrittura continuamente ci invita a superare il legalismo e l`esteriorità per
condurci al cuore del Vangelo: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l`avete fatto a me”. La carne del fratello è la carne di Cristo che si presenta a me
oggi, qui! È andare a dividere il pane con l`affamato, curare gli ammalati, gli anziani, quelli che non possono darci niente in contraccambio, ma proprio niente.

OMELIA A SANTA MARTA, 29 maggio.
È semplice il modello di santità ma non è facile essere santi […]. La chiamata alla santità, che è la chiamata normale, è la chiamata a vivere da cristiano, cioè vivere da cristiano è lo stesso che dire “vivere da santo”. Tante volte noi pensiamo alla santità come a una cosa straordinaria, come avere delle visioni o preghiere elevatissime. Addirittura alcuni pensano che essere santo significhi avere una faccia da immaginetta. Invece essere santi è un’altra cosa […] Pietro spiega chiaramente cosa significa camminare sulla santità: “Ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si manifesterà”. Perciò camminare verso la santità è camminare verso quella luce, quella grazia che ci viene incontro […] è essere in tensione verso l’incontro con Gesù Cristo. […] Nella lettera ai Romani Paolo […] dice: non entrate – lì la traduzione è “non conformatevi, non entrate negli schemi”: questa è la traduzione corretta di questo consiglio – negli schemi del mondo, non entrate negli schemi, nel modo di pensare mondano […] perché questo ti toglie la libertà. […] Quando noi torniamo […] al modo di vivere che avevamo prima dell’incontro con Gesù Cristo o quando noi torniamo agli schemi del mondo, perdiamo la libertà.

Si può scaricare il testo in formato pdf cliccando sulla riga seguente:

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QUESTO E' IL MIO CORPO - IL DISCORSO DEL VESCOVO ALLA CITTA' IN OCCASIONE DEL CORPUS DOMINI

QUESTO È IL MIO CORPO!
Il Discorso del Vescovo alla città in occasione del Corpus Domini.

Al termine del Discorso mons. Lambiasi si è unito all'appello del Card. Bassetti ed ha invitato a pregare per l'Italia con le parole di San Giovanni Paolo II: «O Dio, nostro Padre, ti lodiamo e ringraziamo. Tu che ami ogni uomo e guidi tutti i popoli, accompagna i passi della nostra nazione, spesso difficili ma colmi di speranza. (…) La tua legge d’amore conduca la nostra comunità civile a giustizia e solidarietà, a riconciliazione e pace».

Cliccando sulla riga seguente si può scaricare il testo del Discorso alla Città in formato pdf.

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