Rimini (RN) - Marina Centro
95 Voci
0541 27175
PARROCCHIA S. GIROLAMO

GIACOMO LEOPARDI: LA PROFEZIA DELL’UMANO

Un testo di San Giovanni Paolo II afferma che il genio profetico è «quasi profezia dell’umanità».

«Che è l’uomo e a che può servire? Qual è il suo bene e qual è il suo male? (Sir 18, 7) [...]. Queste domande sono nel cuore di ogni uomo, come ben dimostra il genio poetico di ogni tempo e di ogni popolo, che, quasi profezia dell’umanità, ripropone continuamente la domanda seria che rende l’uomo veramente tale. Esse esprimono l’urgenza di trovare un perché all'esistenza, ad ogni suo istante, alle sue tappe salienti e decisive così come ai suoi momenti più comuni. In tali questioni è testimoniata la ragionevolezza profonda dell’esistere umano, poiché l’intelligenza e la volontà dell’uomo vi sono sollecitate a cercare liberamente la soluzione capace di offrire un senso pieno alla vita. Questi interrogativi, pertanto, costituiscono l'espressione più alta della natura dell'uomo: di conseguenza la risposta ad esse misura la profondità del suo impegno con la propria esistenza. In particolare, quando il perché delle cose viene indagato con integralità alla ricerca della risposta ultima e più esauriente, allora la ragione umana tocca il suo vertice e si apre alla religiosità. In effetti, la religiosità rappresenta l’espressione più elevata della persona umana, perché è il culmine della sua natura razionale. Essa sgorga dall’aspirazione profonda dell’uomo alla verità ed è alla base della ricerca libera e personale che egli compie del divino» .

Il senso religioso rappresenta la natura del nostro io in quanto si esprime nelle domande esistenziali riguardanti il significato ultimo della vita, quelle che San Giovanni Paolo II definisce come le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell'esistenza umana: «chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita?» .
Si tratta delle domande che «il pastore errante dell’Asia» di Leopardi ripropone alla luna:

«Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? Che vuol dir questa
Solitudine immensa? Ed io che sono?» .

La ragione non può arrestarsi fino a quando non trova una risposta totale, per questo il senso religioso è il culmine della dinamica razionale. Quanto più l’uomo scopre queste domande costitutive del proprio essere tanto più scopre la propria sproporzione alla risposta totale.
Leggiamo ancora un passo di Leopardi:

«Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana» .

Le domande ultime in cui si esprime il senso religioso esigono una risposta infinita, svelano la contraddizione irrisolvibile, ciò che lo stesso Leopardi definisce «il misterio eterno dell’esser nostro» , ovvero la sproporzione strutturale che si sperimenta assecondando l’impeto della ragione secondo l’intera sua statura.
In due incontri con un gruppo di sposi a San Girolamo (in un dialogo sull’amore umano sviluppatosi a partire dall’esperienza di fidanzamento della futura Beata Sandra Sabattini) abbiamo riflettuto sul mistero della nostra umanità, descritto da Benedetto XVI nella Enciclica Deus caritas est: «nell’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente, […] all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, […] al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono» . Per questo si coglie un rapporto tra l’amore e il divino: «l’amore promette infinità, eternità, una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere» .
Leopardi lo descrive in Aspasia:

«Raggio divino al mio pensiero apparve, Donna, la tua beltà» .

La bellezza della donna è percepita dal poeta come un “raggio divino”, come la presenza della divinità. Attraverso la sua bellezza, l’uomo è richiamato alla Bellezza infinita. Se invece di cedere a questo invito l’uomo si ferma alla bellezza che vede davanti a sé, presto essa si manifesta incapace di compiere la sua promessa di felicità, di infinito.

«Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
Alfin l’errore e gli scambiati oggetti
conoscendo, s’adira; e spesso incolpa la donna a torto» .

Il rapporto tra l’uomo e la donna, due creature limitate, suscita un desiderio infinito di cui l’altro o l’altra sono segno: se si pretende che il segno risponda a questa esigenza infinita si giunge ad odiare il segno perché non può rispondere al bisogno di felicità.
Come esprime bene Leopardi invece, la bellezza della donna è in realtà “raggio divino”, segno che rimanda oltre, ad una realtà incommensurabile rispetto al proprio limite. La bellezza della donna amata è un segno che rimanda oltre.
Leopardi segue questa dinamica del segno in Alla sua donna dove comprende che quello che cerca nella bellezza delle donne di cui si innamora è la Bellezza con la “B” maiuscola, la Bellezza infinita, la Bellezza assoluta, e, seguendo questa traiettoria, giunge ad aspirare che questa «cara beltà», assuma una «sensibil forma» . Per questo è stata riconosciuta in questa poesia una “profezia” dell’incarnazione .
Saremo amici tra noi, e riconosceremo come compagni di cammino tutti gli uomini e le donne che quotidianamente incontriamo, mettendo a tema queste domande, senza chiuderci nella pretesa di avere tutte le risposte e lasciandoci invece guidare da «Dio [che] ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita» .

Per scaricare il testo completo delle note in formato pdf cliccate sulla riga seguente:

Download GIACOMO_LEOPARDI_-_LA_PROFEZIA_DELL_UMANO.pdf

L’ANNUNCIO INDISPENSABILE: NON CI VERGOGNIAMO DI GESÙ CRISTO

BRANI DALL’ESORTAZIONE APOSTOLICA POST – SINODALE
DI PAPA FRANCESCO “QUERIDA AMAZONIA”

62. Di fronte a tanti bisogni e tante angosce che gridano dal cuore dell’Amazzonia, possiamo rispondere a partire da organizzazioni sociali, risorse tecniche, spazi di dibattito, programmi politici, e tutto ciò può far parte della soluzione. Ma come cristiani non rinunciamo alla proposta di fede che abbiamo ricevuto dal Vangelo. Pur volendo impegnarci con tutti, fianco a fianco, non ci vergogniamo di Gesù Cristo. Per coloro che lo hanno incontrato, vivono nella sua amicizia e si identificano con il suo messaggio, è inevitabile parlare di Lui e portare agli altri la sua proposta di vita nuova: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16).
63. L’autentica scelta per i più poveri e dimenticati, mentre ci spinge a liberarli dalla miseria materiale e a difendere i loro diritti, implica che proponiamo ad essi l’amicizia con il Signore che li promuove e dà loro dignità. Sarebbe triste che ricevessero da noi un codice di dottrine o un imperativo morale, ma non il grande annuncio salvifico, quel grido missionario che punta al cuore e dà senso a tutto il resto. Né possiamo accontentarci di un messaggio sociale. Se diamo la nostra vita per loro, per la giustizia e la dignità che meritano, non possiamo nascondere ad essi che lo facciamo perché riconosciamo Cristo in loro e perché scopriamo l’immensa dignità concessa loro da Dio Padre che li ama infinitamente.
64. Essi hanno diritto all’annuncio del Vangelo, soprattutto a quel primo annuncio che si chiama kerygma e che «è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra». È l’annuncio di un Dio che ama infinitamente ogni essere umano, che ha manifestato pienamente questo amore in Cristo crocifisso per noi e risorto nella nostra vita. Propongo di rileggere un breve riassunto su tale tema contenuto nel capitolo IV dell’Esortazione Christus vivit. Questo annuncio deve risuonare costantemente in Amazzonia, espresso in molte modalità diverse. Senza questo annuncio appassionato, ogni struttura ecclesiale diventerà un’altra ONG, e quindi non risponderemo alla richiesta di Gesù Cristo: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
65. Qualsiasi proposta di maturazione nella vita cristiana deve avere come cardine permanente questo annuncio, perché «tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio». La reazione fondamentale a questo annuncio, quando riesce a provocare un incontro personale con il Signore, è la carità fraterna, quel «nuovo comandamento che è il primo, il più grande, quello che meglio ci identifica come discepoli». Pertanto, il kerygma e l’amore fraterno costituiscono la grande sintesi dell’intero contenuto del Vangelo che non si può fare a meno di proporre in Amazzonia. È quello che hanno vissuto i grandi evangelizzatori dell’America Latina come San Toribio de Mogrovejo o San José de Anchieta.

Per scaricare questo testo in formato pdf clicca sulla riga seguente:

L’ANNUNCIO INDISPENSABILE: NON CI VERGOGNIAMO DI GESÙ CRISTO

BRANI DALL’ESORTAZIONE APOSTOLICA POST – SINODALE
DI PAPA FRANCESCO “QUERIDA AMAZONIA”

62. Di fronte a tanti bisogni e tante angosce che gridano dal cuore dell’Amazzonia, possiamo rispondere a partire da organizzazioni sociali, risorse tecniche, spazi di dibattito, programmi politici, e tutto ciò può far parte della soluzione. Ma come cristiani non rinunciamo alla proposta di fede che abbiamo ricevuto dal Vangelo. Pur volendo impegnarci con tutti, fianco a fianco, non ci vergogniamo di Gesù Cristo. Per coloro che lo hanno incontrato, vivono nella sua amicizia e si identificano con il suo messaggio, è inevitabile parlare di Lui e portare agli altri la sua proposta di vita nuova: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16).
63. L’autentica scelta per i più poveri e dimenticati, mentre ci spinge a liberarli dalla miseria materiale e a difendere i loro diritti, implica che proponiamo ad essi l’amicizia con il Signore che li promuove e dà loro dignità. Sarebbe triste che ricevessero da noi un codice di dottrine o un imperativo morale, ma non il grande annuncio salvifico, quel grido missionario che punta al cuore e dà senso a tutto il resto. Né possiamo accontentarci di un messaggio sociale. Se diamo la nostra vita per loro, per la giustizia e la dignità che meritano, non possiamo nascondere ad essi che lo facciamo perché riconosciamo Cristo in loro e perché scopriamo l’immensa dignità concessa loro da Dio Padre che li ama infinitamente.
64. Essi hanno diritto all’annuncio del Vangelo, soprattutto a quel primo annuncio che si chiama kerygma e che «è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra». È l’annuncio di un Dio che ama infinitamente ogni essere umano, che ha manifestato pienamente questo amore in Cristo crocifisso per noi e risorto nella nostra vita. Propongo di rileggere un breve riassunto su tale tema contenuto nel capitolo IV dell’Esortazione Christus vivit. Questo annuncio deve risuonare costantemente in Amazzonia, espresso in molte modalità diverse. Senza questo annuncio appassionato, ogni struttura ecclesiale diventerà un’altra ONG, e quindi non risponderemo alla richiesta di Gesù Cristo: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
65. Qualsiasi proposta di maturazione nella vita cristiana deve avere come cardine permanente questo annuncio, perché «tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio». La reazione fondamentale a questo annuncio, quando riesce a provocare un incontro personale con il Signore, è la carità fraterna, quel «nuovo comandamento che è il primo, il più grande, quello che meglio ci identifica come discepoli». Pertanto, il kerygma e l’amore fraterno costituiscono la grande sintesi dell’intero contenuto del Vangelo che non si può fare a meno di proporre in Amazzonia. È quello che hanno vissuto i grandi evangelizzatori dell’America Latina come San Toribio de Mogrovejo o San José de Anchieta.

Per scaricare questo testo in formato pdf clicca sulla riga seguente:

Download L_annuncio_indispensabile.pdf

UNA PROMESSA DI FELICITÀ IRRESISTIBILE

Dialogo sull’amore tra l’uomo e la donna provocati dall’esperienza della prima “Santa fidanzata”.


Domenica 2 febbraio nella Casa parrocchiale di San Girolamo si è svolto un incontro a cui hanno partecipato 18 sposi di diverse età tra i quali anche coppie sposate di recente. A tema la questione urgente per tutti, “regolarmente” uniti nel matrimonio o drammaticamente separati: la promessa di felicità irresistibile dell’amore tra l’uomo e la donna è una illusione o può compiersi in una esperienza reale?

Nella prima parte sono intervenuti Guido Rossi (già fidanzato della Venerabile Sandra Sabattini), che ha raccontato l’esperienza di fidanzamento vissuta con Sandra; Chiara Vitale (studiosa della vita di Sandra) che ha sottolineato il rilievo di questo modo di vivere l'amore nella vita della futura Beata e don Roberto, che ha posto in evidenza come questa esperienza riveli la comune radice della vocazione alla verginità e al matrimonio.

Nella seconda parte dell’incontro è iniziato un dialogo libero, con domande e esperienze.

Di Sandra Sabattini e di Guido Rossi don Oreste diceva che “erano fidanzati come se non lo fossero”. Abbiamo scoperto che questo apparente distacco, una relazione dominata dalla familiarità con Dio nel desiderio di seguire la grande novità incontrata nella comunità cristiana, ha generato un possesso più vero nel rapporto, che Guido ci ha testimoniato con grande intensità.

Colpiti da questa esperienza, subito è fiorito il desiderio di continuare – con libertà e a 360° – il dialogo iniziato e ci si è dati un nuovo appuntamento domenica 16 febbraio con cena nella casa parrocchiale alle ore 19.30.

Il momento è aperto a tutti gli sposi che desiderano condividere questo libero confronto sull’amore umano a partire dalla propria esperienza.

USCITA A RECANATI E LORETO DOMENICA 23 FEBBRAIO

Siamo tutti invitati all'Uscita a Recanati e Loreto proposta dalle Parrocchie della nostra Zona pastorale di Rimini centro: S. Agostino - S. Girolamo - S. Maria Ausiliatrice, domenica 23 febbraio.

Download Recanati_-_Loreto_23.02.20.pdf

«PRIVILEGIARE LE AZIONI CHE GENERANO DINAMICHE NUOVE»

ALCUNI BRANI DAGLI INTERVENTI DI PAPA FRANCESCO NEL PERIODO NATALIZIO

«Non siamo nella cristianità, non più!» Questo ci chiede «un cambiamento di mentalità pastorale», privilegiando «le azioni che generano dinamiche nuove». Si tratta di riconoscere i fatti dove il cristianesimo riaccade nella vita delle persone, a partire dall’imprevedibile iniziativa di Dio, che «ama ogni uomo anche il peggiore» e che anche «nei nostri peccati continua ad amarci». Tutto questo non si realizza in uno sforzo organizzativo, ma nella carne di una esperienza umana, poiché Cristo, oggi, «vive nella carne che ha preso nel grembo della madre» e dunque «non capiamo la Chiesa se la guardiamo a partire dalle strutture, a partire dai programmi e dalle tendenze, dalle ideologie, dalle funzionalità: coglieremo qualcosa, ma non il cuore della Chiesa».

Dal Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre.
[In] una sua ben nota affermazione, […] che storicamente e spiritualmente si colloca al crocevia del suo ingresso nella Chiesa Cattolica, [il santo Cardinale Newman] dice così: «Qui sulla terra vivere è cambiare, e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni». […] Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (ne Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). L’atteggiamento sano è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente. […] Noi dobbiamo avviare processi e non occupare spazi. […] Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa». Da ciò siamo sollecitati a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento «risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi» […] Non siamo nella cristianità, non più! […] Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale.

Dall’Omelia nella Notte di Natale, 24 dicembre.
Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore. A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”. Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate, puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene. Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e che ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati continua ad amarci.

Dall’Omelia nella Solennità di Maria Madre di Dio, 1 gennaio.
Gesù vive nella carne che ha preso nel grembo della madre. In Dio c’è la nostra carne umana! [...] In Dio ci sarà per sempre la nostra umanità e per sempre Maria sarà la Madre di Dio. [...] Non capiamo la Chiesa se la guardiamo a partire dalle strutture, a partire dai programmi e dalle tendenze, dalle ideologie, dalle funzionalità: coglieremo qualcosa, ma non il cuore della Chiesa. Perché la Chiesa ha un cuore di madre.

Per scaricare il testo in formato pdf cliccare sulla riga seguente:

Download Privilegiare_le_azioni_che_generano_dinamiche_nuove.pdf

UN GERMOGLIO DI NOVITÀ

Omelia nella Santa Messa della Notte di Natale
San Girolamo, 24 dicembre 2019

In questa Notte Santa «pensiamo – come scrive il Papa nella sua Lettera apostolica sul valore e sul significato del Presepe – a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr. Lc 1,79)» (Admirabile signum, 1 dicembre 2019).
Come Dio risponde? Non con una spiegazione, con una teoria o con una dottrina, neppure con una esortazione etica, ovvero un richiamo morale: «un bambino è nato per noi» (Is 9, 5), «Egli ha dato se stesso per noi» (Tt 2,14).
Dio si fa uomo, non si scandalizza della nostra carne, così fragile e debole e drammaticamente segnata dal peccato, ma la fa Sua. Dio non si lamenta della cattiveria della nostra epoca, Egli viene e basta. Come scrisse Charles Peguy, «non perse affatto i suoi tre anni, Egli non li impiegò a gemere ed a interpellare il malore e la disgrazia dei tempi […]. Egli tagliò (corto), in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. […] Egli non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo» (Lui è qui, Pagine scelte, 110).
Non di rado mi capita di ascoltare le grida di allarme di chi, spaventato e scandalizzato da un mondo che non è più cristiano, vuole difendere una cristianità che, come ci ha richiamato Francesco sabato scorso, non esiste più (cfr. il Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2019). In realtà è proprio questa posizione a portarci lontano dalla fede, dandola per scontata, facendoci perdere il meglio, ovvero Gesù stesso, la Sua Presenza, l’Incarnazione nella quale si lega alla nostra carne (cfr. Gaudium et spes, 22). Cristo, infatti, non fa prediche morali, non si scaglia con requisitorie contro gli uomini malvagi, non teme la mia fragilità, non volge lo sguardo altrove di fronte al mio peccato, ma ama questa mia umanità, così ferita e bisognosa.
Sabato scorso ci siamo ritrovati nella nostra Casa parrocchiale per un pranzo di Natale con gli amici della Capanna di Betlemme. Con il nostro Vescovo Francesco ed alcuni giovani e adulti della nostra Comunità, erano presenti anche due dei tre amici che, da ieri sera, sono accolti nella nostra casa e rimarranno per tutto il periodo più freddo dell’inverno. Ci siamo sorpresi insieme, così diversi per età, storia personale e sensibilità, in un dialogo intenso segnato da una familiarità che ci ha stupiti. Una giovane universitaria notava che le stava accadendo quello che aveva sperimentato in una vacanza comunitaria nella scorsa estate, assieme a un gruppo di studenti con i quali, pur non conoscendo quasi nessuno, si era ritrovata amica come se li conoscesse da sempre. Sabato abbiamo riconosciuto nell’esperienza di ciascuno dei presenti la stessa domanda, la stessa ferita, lo stesso bisogno infinito del cuore di ogni uomo, che potevamo guardare con simpatia perché dominava lo sguardo di Cristo, senza il quale non sarebbe neppure immaginabile quella tenerezza che abbraccia tutto di noi senza scartare nulla, neppure il peccato.
San Paolo VI, riguardo all’affermazione paolina – «Tutto concorre al bene per quelli che amano Dio» (Rm 8,28) – citando S. Agostino aggiunse: etiam peccata, anche i peccati (Omelia, 20 marzo 1966). Cristo non scarta neppure un brandello della nostra umanità, è innamorato di questa ferita, poiché essa svela l’ampiezza del desiderio che solo Lui prende sul serio fino in fondo.
In questa notte, così come siamo, in qualsiasi situazione ci troviamo, qualsiasi peso gravi sulla nostra coscienza, qualsiasi ferita ci portiamo addosso, siamo abbracciati da Colui che si lega per sempre alla fragilità della nostra carne, facendosi carne Lui stesso. Siamo oggetto di una stima assoluta e di una preferenza inimmaginabile: che commozione infinita!
«Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7). Ma chi se ne è accorto? Solo i pastori avvisati dagli angeli (cfr. Lc, 2, 8-14). A noi, spesso, appare troppo debole questa modalità di agire da parte di Dio, rispetto alla gravità della situazione ed ai problemi del nostro tempo.
In un suo intervento il Papa domandò: «È da ingenui credere che questo possa cambiare il mondo? Sì, umanamente parlando è da folli, ma “ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor 1,25)» (Udienza generale, 9 dicembre 2015).
Domattina, nella messa dell’aurora, ascolteremo il prosieguo del racconto evangelico che abbiamo appena ascoltato, in cui i pastori si dicono l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15). Mentre noi cadiamo sovente nella tentazione di vedere quello che non c’è o che ci dovrebbe essere (cfr. FRANCESCO, Evangelii gaudium n. 96), i pastori si lasciano cambiare dalla novità di quello che c’è.
Una novità reale nella nostra vita può essere generata solo da un avvenimento imprevisto e imprevedibile, che, in una modalità semplicissima, permette, secondo l’immagine biblica, il fiorire inaspettato di un germoglio in un tronco che si pensava ormai completamente secco (cfr. Is 11,1). Si tratta, come ha affermato Francesco sabato scorso, di «privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove» (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2019), sorprendendo, nella nostra vita e nel cammino della nostra Comunità parrocchiale, i germogli di novità, come i fatti e i volti richiamati nella Veglia di ieri sera: dal rapporto con alcune persone più giovani che frequentano l’università, le quali si sorprendono in vari modi attratte dall’esperienza cristiana e piene di domande, all’amica adulta che, mentre racconta cosa sta vivendo in parrocchia, si sente dire da chi la conosce da tanti anni: «non ti riconosco più, se fa questo effetto vengo anch’io a Rimini!»; dalla familiarità con Cristo ben visibile nel Concerto del coro e nell’intensità di alcuni rapporti in cui si condivide il dramma del vivere a chi, inaspettatamente, si riavvicina all’esperienza della Chiesa. Tutto accade attraverso incontri umani casuali, fatti di nomi e cognomi, luoghi e orari che ricordiamo con precisione. È troppo poco? Questo è il metodo di Dio, la logica dell’Incarnazione, un abbraccio carnale che si comunica da persona a persona: accade oggi allo stesso modo di 2000 anni fa.

Per scaricare il testo in formato pdf occorre cliccare sulla riga seguente:

Download Omelia_nella_Santa_Messa_della_Notte_di_Natale_24.12.19.pdf

NATALE 2019

«Gesù Cristo ha preso la nostra natura umana, per lottare con la nostra carne e vincere nella nostra carne» (Papa Francesco)

Carissimi amici,
una novità nella vita può accadere solo per un avvenimento imprevisto e imprevedibile, un incontro umano, un abbraccio che non scarta nulla di noi, neppure il nostro male, accogliendoci così come siamo.
Dio si è fatto carne per questo, affinché ciascuno di noi potesse essere raggiunto da uno sguardo, quello dell’uomo Gesù Cristo, capace di attrarre tutta la nostra umanità, ferita e bisognosa, costituita da un desiderio infinito.
L’annuncio del Natale ci ricorda che, per tornare a incrociare lo sguardo di Gesù, occorre ricercare quegli occhi nella stessa carne in cui ci hanno guardato e chiamato per nome: auguro a me e a tutti voi, di lasciarci sorprendere dal modo inaspettato che Cristo sceglie per entrare, oggi, nella nostra vita.
Ricordo ciascuno nella preghiera, particolarmente chi sta vivendo momenti di sofferenza e prova, soprattutto i nostri ammalati.

Un abbraccio,
don Roberto
Rimini, 14 dicembre 2019

Per scaricare il testo in formato pdf clicca sulla riga seguente:

Download Auguri_di_Natale_2019.pdf

«LASCIARSI COLPIRE DALLA REALTÀ»

Il Papa richiama una posizione decisiva per seguire quello che il Signore opera senza ripiegarsi nel pregiudizio ideologico: “lasciarsi colpire dalla realtà”, poiché in essa “Il Signore ci parla”.

Dal Discorso di Francesco ai redattori di “Aggiornamenti sociali”, 6 dicembre. 2019
Ascoltare è lasciarsi colpire dalla realtà. […] L’ascolto dev’essere il primo passo, ma bisogna farlo con la mente e il cuore aperti, senza pregiudizi. Il mondo dei pregiudizi, delle “scuole di pensiero”, delle posizioni prese fa tanto male… Oggi, per esempio, in Europa stiamo vivendo il pregiudizio dei populismi, i Paesi si chiudono e tornano le ideologie. […] Perché non si ascolta la realtà com’è. C’è una proiezione di quello che io voglio che si faccia, che io voglio che si pensi, che ci sia... […] Ma la realtà è un’altra cosa. La realtà è sovrana. […] E io devo dialogare con la realtà. […] Ascoltare e dialogare, non imporre strade di sviluppo, o di soluzione ai problemi. Se io devo ascoltare, devo accettare la realtà come è, per vedere quale dev’essere la mia risposta. E qui andiamo al nocciolo del problema. La risposta di un cristiano qual è? Fare un dialogo con quella realtà partendo dai valori del Vangelo, dalle cose che Gesù ci ha insegnato, senza imporle dogmaticamente, ma con il dialogo e il discernimento. […] Se voi partite da preconcetti o posizioni precostituite, da pre-decisioni dogmatiche, mai, mai arriverete a dare un messaggio. Il messaggio deve venire dal Signore, tramite noi. Siamo cristiani e il Signore ci parla con la realtà, nella preghiera e con il discernimento. […] Oggi non ci sono “autostrade” per l’evangelizzazione, non ce ne sono. Soltanto sentieri umili, umili, che ci porteranno avanti.

IL MONDO HA BISOGNO DI SANTI.

“OGGI C’È UN’INFLAZIONE DI BUONI CRISTIANI, MENTRE IL MONDO HA BISOGNO DI SANTI” (SANDRA SABATTINI).

La foto dell'incontro di venerdì 29 novembre:

LA SANTA DELLA PORTA ACCANTO: VENERDÌ 29 NOVEMBRE

Venerdì 29 novembre alle ore 21 nel Teatro parrocchiale di San Girolamo, il terzo incontro in preparazione alla Beatificazione di Sandra, dal titolo:

LA SANTA DELLA PORTA ACCANTO
La sfida dell’esperienza di Sandra Sabattini

Dialogo con:
Laila Lucci, biblista è autrice della biografia su Sandra
Chiara Vitale, Consacrata nell’Associazione Papa Giovanni XXIII

LA SANTA DELLA PORTA ACCANTO: VENERDÌ 29 NOVEMBRE

Venerdì 29 novembre alle ore 21 nel Teatro parrocchiale di San Girolamo, il terzo incontro in preparazione alla Beatificazione di Sandra, dal titolo:

LA SANTA DELLA PORTA ACCANTO
La sfida dell’esperienza di Sandra Sabattini

Dialogo con:
Laila Lucci, biblista è autrice della biografia su Sandra
Chiara Vitale, Consacrata nell’Associazione Papa Giovanni XXIII

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Cari amici,
in occasione della terza Giornata Mondiale dei poveri ricordo che ancora è possibile dare la propria disponibilità per il pranzo dei poveri col vescovo di domenica prossima.
Lo scorso anno per i 7 di San Girolamo che hanno partecipato è stata un’esperienza molto significativa.
C’è anche la possibilità, giovedì sera con me e venerdì sera con Franz Cucci di condividere la cena con gli amici della Capanna di Betlemme.
Venerdì sera ci sarà la veglia diocesana a San Bernardino. Poi alla fine del mese, sabato 30, ci sarà anche la Colletta alimentare.
Vi ripropongo tutte queste possibilità perché mi accorgo che prendendo sul serio la proposta del Papa per questa giornata sperimento quella novità di cui ho bisogno per vivere.

LA COMUNITÀ DI SAN GIROLAMO RICORDA DON GIUSEPPE BONINI

«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2Tim 4,7). Don Giuseppe Bonini, nostro parroco dal 1965 al 1998, ma legato per sempre alla nostra Comunità parrocchiale di San Girolamo fino alle ultime ore della sua esistenza terrena, è sempre stato disposto a combattere per il suo popolo fino a comprendere, nei passi della sua lunga vita, che la vera battaglia è la verifica della fede.
Don Bonini non si è mai concepito se non nell’appartenenza al popolo cristiano, testimoniando questo legame, per lui decisivo, nell’obbedienza ai Vescovi che si sono succeduti alla guida della nostra Diocesi, nella cura delle relazioni, visitando gli ammalati, andando a mangiare a casa dei parrocchiani, interessandosi delle vicende umane di coloro che gli erano dati, viaggiando con loro, organizzando feste e gite, compromettendosi nei rapporti e vivendo così la «carità pastorale» in cui il Concilio Vaticano II individua la strada per la santità di chi è chiamato ad essere pastore, oltre ogni tentazione riconducibile ora al devozionalismo ora all’attivismo.
Papa Francesco la ripropone con semplicità e radicalità disarmante, affermando che per un prete, come per Gesù, ci sono due momenti forti che costituiscono il fondamento della sua missione: per Cristo erano, «l’incontro col Padre e l’incontro con le persone», per il sacerdote sono «l’incontro con Gesù e l’incontro con i fratelli»; Cristo «mai, mai, si è legato alle strutture, ma sempre si legava ai rapporti», e così è chiamato a vivere un pastore (Genova, 27 maggio 2017). Tutti qui a San Girolamo ricordano questa attenzione di don Giuseppe ai rapporti e alle singole persone, in un amore alla Chiesa che lo rendeva accogliente nei confronti di tutte le realtà ecclesiali suscitate dallo Spirito Santo, senza chiusure o preconcetti.
Certamente la cura della liturgia e del coro, sostenendo l’opera educativa della fondatrice Yvonne Valpondi e seguendo personalmente le persone che vi partecipavano, ha contraddistinto il suo ministero di parroco. Al tempo stesso era ugualmente attento nella cura dei gruppi di catechismo, e, fattore importante che va ricordato, non è mai mancata un’attenzione reale ai giovani e al loro cammino, valorizzandoli e provocandoli ad assumersi responsabilità, nella direzione del coro, nella guida dei gruppi di catechismo e in altre attività, con una cura e una riconoscenza per la singola persona che ha colpito le persone che si sono coinvolte nella vita comunitaria. Non bisogna inoltre dimenticare la cura degli ambienti per la liturgia e per la pastorale, dall’oratorio, con le aule di catechismo, all’atrio della chiesa, che desiderava fosse realmente un segno di apertura e di accoglienza nei confronti di tutti, analogamente al «cortile dei gentili».
Si potrebbe proseguire, e sicuramente dimentichiamo qualche aspetto che avremo modo di ricordare e valorizzare in seguito, ma occorre riconoscere che ciò che ha colpito maggiormente in don Giuseppe è il suo percorso di fede, tutt’altro che scontato anche in un sacerdote. Tanti testimoniano di averlo visto cambiare e di aver riconosciuto una sua disponibilità a convertirsi e a crescere nel cammino di fede, fino agli ultimi anni, quando testimoniava la gioia di essere prete nella condizione della vecchiaia, maturando l’offerta della sua vita per il suo popolo.
La vita di un uomo non si decide nella coerenza o nella impeccabilità, ma nella semplicità di cuore con cui si lascia commuovere quando il Mistero di Dio fa irruzione nella sua vita e don Bonini si è lasciato fino in fondo commuovere per come Cristo ha afferrato e fatta Sua la nipote Sandra Sabattini, che sarà Beata il prossimo 14 giugno 2020. Fu proprio don Giuseppe a invitare don Oreste Benzi a un incontro con il gruppo dei coetanei di Sandra e lei, ragazzina dodicenne, ne fu affascinata, partecipando nell’anno successivo al campo estivo alla Casa Madonna delle Vette a Canazei. Questo cambiò la vita di Sandra e don Bonini, che in quegli anni curava il gruppo dei giovani della sua età in parrocchia, non osteggiò mai la partecipazione della nipote alla vita della Comunità Papa Giovanni XXIII, secondo quell’amore alla Chiesa già qui sottolineato.
Un prete non è padre solo di chi si coinvolge nei gruppi che vivono all’ombra del suo campanile, ma esprime la sua autentica paternità introducendo i suoi fedeli nell’appartenenza all’unica Chiesa universale.
Don Giuseppe è stato fino in fondo padre lasciando che la nipote seguisse il Signore secondo la modalità con cui Lui l’aveva scelta e preferita, così come la Parrocchia di San Girolamo scopre la sua fecondità in una figlia che ha vissuto il suo cammino in una realtà ecclesiale diversa dai gruppi parrocchiali, ma che riconosciamo non meno parte di noi, nell’appartenenza all’unico Popolo di Dio.
Così vive la Chiesa, che don Bonini ha amato e servito, la quale continua ad annunciare quella Misericordia che è l’ultima parola sulla vita del nostro primo parroco e di ciascuno di noi.

Per scaricare il testo in formato pdf clicca sulla riga seguente:

Download Ricordo_di_don_Bonini_-_Il_Ponte_del_10.11.19.pdf

RICERCARE QUEGLI OCCHI NELLA STESSA CARNE IN CUI TI HANNO GUARDATO

Omelia nella XXXI Domenica del T.O. – San Girolamo, 3 novembre 2019

Proviamo ad immedesimarci in quell’uomo, Zaccheo, «capo dei pubblicani e ricco» (Lc 19,2). Apparteneva a una categoria di persone considerata irredimibile, era disprezzato in quanto traditore del suo popolo, si arricchiva approfittando della sua posizione e sfruttando gli altri senza scrupoli. Con ogni probabilità, lui che è presentato come il capo dei pubblicani, viveva in modo dissoluto e depravato. Doveva avere schifo di se stesso, non si immischiava nella folla perché uno come lui non si doveva neanche toccare, ma era piccolo di statura e non vedeva (cfr. Lc 19,3).
Zaccheo non vedeva altro che il proprio male, eppure una novità si insinua, il suo cuore è più grande del suo peccato, il suo desiderio non può essere annullato neanche dagli innumerevoli peccati che ha commesso: è lì più potente che mai, ridestato da ciò che ha sentito dire di quell’uomo, che abbracciava gente come lui, che stava con ladri e prostitute. Si è mosso, ha rischiato sul proprio desiderio ed è salito sul sicomoro per poter vedere Gesù (cfr. Lc 19,4).
Chi è venuto oggi qui con la stessa domanda di Zaccheo, magari ferito dai propri peccati, magari ladro o prostituta, o, peggio, gravato dal peso di una colpa che si considera imperdonabile? Chi è venuto qui a mendicare una speranza, per potersi tornare a guardare allo specchio senza aver ribrezzo di sé? Tutto il male che aveva fatto non aveva potuto bloccare il suo desiderio, che superava, almeno per quel momento, la vergogna di sé.
Poi accade quello che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il cristianesimo è sempre un avvenimento imprevisto e imprevedibile, non richiede condizioni previe, non esige di essere adatti, non ha bisogno di persone predisposte, accade e basta. Tutta la vita di Zaccheo si è decisa in quell’istante, quando Gesù ha «alzato lo sguardo» e gli ha detto: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5).
Zaccheo non si era mai sentito così se stesso come quando ha sentito pronunciare il suo nome, per la prima volta con stima, mentre era abituato a chi si rivolgeva a lui con disprezzo, come facevano i farisei. Nessun rimprovero, nessun richiamo morale, nessuna preoccupazione etica da parte di Gesù, solo la tenerezza di quello sguardo e il desiderio di andare a mangiare da lui. Mentre Zaccheo voleva semplicemente vederlo Cristo prende iniziativa verso di lui, assetato del suo desiderio, colpito da chi lo aveva cercato con quell’intensità, commosso dal vibrare di quel desiderio.
L’annuncio del cristianesimo non è mai una esortazione di tipo etico ma è una passione per l’uomo, un interesse reale al nostro desiderio, Cristo non pretende nulla, non gli chiede di cambiare vita, vuole solo andare a casa sua, stupito lui per primo per avere incontrato un uomo così disposto a tutto per vederlo. Ma solo a partire dallo sguardo di Gesù lui comincia a vedere, a poter guardare a se stesso senza avere ribrezzo per se stesso e scandalo per il proprio male : «Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia» (Lc 19, 6).
Non è accaduto quella volta, ma accade ora, a te che sei nel dolore per i tuoi peccati, a te che pensi che il tuo male sia l’ultima parola, a te che pensi non esserci più la possibilità del perdono, a te che sei distratto o pieno di domanda, a te che ritieni di essere lontano dalla Chiesa e non sai neppure perché sei venuto a messa, a te che da sempre frequenti la parrocchia o le varie realtà ecclesiali, a te che sei qui ora. Come a Zaccheo Cristo non ti fa una predica, non ti fa fare un bilancio della tua vita, non ti misura sul male che hai fatto, cerca solo il tuo desiderio, ti guarda, ti chiama per nome e chiede di venire a casa tua, innanzitutto dicendoti: «io ti stimo e ti amo».
È cambiato tutto, ora Zaccheo è contento di esserci e guarda tutto in modo nuovo, si accorge di quello che prima non vedeva, innanzitutto guardando se stesso, come commenta S. Agostino: «E il Signore guardò proprio Zaccheo. Egli fu guardato, e allora vide» (Sermo, 174, 4). Da quello sguardo rinnovato fiorisce un cambiamento fino a quel momento inimmaginabile: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato qualcosa a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19, 8).
La moralità nuova, ovvero la santità, non è generata da un moralismo o da una legge, ma da un incontro. Tutta la coerenza etica dei farisei non aveva provocato la libertà di Zaccheo, attratta invece da quegli occhi che lo guardavano come nessuno lo aveva mai guardato prima.
Il cristianesimo, in questo «cambiamento d’epoca» nel quale tante forme e strutture in cui riponevamo le nostre certezze e da cui misuravamo l’esito della nostra missione, stanno crollando, non ha altra chance se non il riaccadere di quell’incontro.
La Chiesa non ripone la sua speranza nella sua forza organizzativa o nella sua presunta capacità di influenza sulla società e sulle sue leggi, così come la nostra comunità parrocchiale non avrà futuro per il “nostro fare” o per il nostro “spiritualismo”, ma solo per la contemporaneità di quello sguardo che mi raggiunge imprevedibilmente ora, tracciando un cammino semplice per ciascuno di noi: ricercare quegli occhi nella stessa carne in cui ti hanno guardato e chiamato per nome.
Uno sguardo che tornerà a incrociare e a dilatare il nostro desiderio e che non chiede condizioni per essere accolto, se non una libertà che si lascia attrarre con semplicità di cuore.

Per scaricare il testo in formato pdf clicca sulla riga seguente:

Download Omelia_nella_XXXI_dom._del_T.O._03.11.19_.pdf

DON GIUSEPPE BONINI È TORNATO ALLA CASA DEL PADRE

Cari amici,
il nostro carissimo don Giuseppe Bonini, parroco di San Girolamo dal 1965 al 1998, è tornato alla Casa del Padre. Grati per la sua paternità che ha continuato a vivere anche in questi ultimi anni sostenendo con la preghiera la nostra Comunità, lo affidiamo alla Misericordia di Dio chiedendo l'intercessione dell’amata nipote Sandra, affinché possa condividere con lei la beatitudine eterna nell’abbraccio di Cristo Risorto.

SANTI IN UN POPOLO

Siamo tutti invitati al secondo incontro del percorso in cammino verso la Beatificazione di Sandra Sabattini:

SANTI IN UN POPOLO. La sfida dell'esperienza di Sandra Sabattini.

Teatro parrocchiale di San Girolamo
Venerdì 25 ottobre, ore 21.

Dialogo con don Adamo Affri (Responsabile per la zona di Rimini dell'Associazione Papa Giovanni XXIII

Cristian Lami (Responsabile diocesano della Fraternità di Comunione e Liberazione)

Per scaricare il volantino invito in formato pdf clicca sulla riga seguente:

Download incontro_2_Sandra_volantino_A4.pdf

UN CUORE CHE GRIDA: «VOGLIAMO TUTTO»

UN CUORE CHE GRIDA: «VOGLIAMO TUTTO»
Sfidati dall’esperienza di Sandra e dalle domande di giovani e adulti

«Ci siamo spezzate le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai». Così Sandra Sabattini raccontava entusiasta del suo primo campo estivo presso la Casa Madonna delle Vette a Canazei. «La santità – osserva la mistica Adrienne von Speyr – non consiste nel fatto che l’uomo dà tutto, ma nel fatto che il Signore prende tutto». Non è “un nostro fare”, ma lasciare che la propria vita sia travolta da un’esperienza in cui si riconosce la risposta alla domanda del cuore, che chiede tutto. Alcune studentesse universitarie della nostra parrocchia, con le quali ci incontriamo periodicamente per una colazione in cui mettiamo a tema la vita, me lo hanno ricordato regalandomi una loro foto incorniciata, scattata davanti alla scritta: «Vogliamo tutto».

Lucia, anche lei giovane parrocchiana che frequenta gli Scout del “Rimini 2”, quando ha saputo di questo ritrovo mi ha mandato un messaggio chiedendo di poter partecipare e, all’inizio dell’estate, ci ha raccontato che si sarebbe recata in Terra Santa col suo insegnante di religione don Stefano. Natalia, invece, ha vissuto il Cammino di Santiago assieme ad alcune amiche, mentre Alice ha partecipato ad una vacanza con gli studenti di CL del Politecnico di Milano. Realtà molto diverse, che si possono valorizzare e condividere sorprendendosi insieme nello stesso desiderio di totalità, qui in parrocchia, dove, sottolinea Alice, «ho trovato una casa». Lucia ha scritto da Gerusalemme: «È un esperienza bellissima, mi sconvolge ogni giorno di più». Sorgono nuove domande, con una curiosità che mi impressiona quando visitiamo assieme alcune mostre al Meeting di Rimini dove, tra le altre, quella dedicata alla nostra Sandra è vista da oltre settemila persone. È un’amicizia che cresce non nella preoccupazione «di dare risposte, ma di suscitare domande», come ha sottolineato Alice riprendendo una lettera di Luna, una studentessa di fede musulmana, scritta dopo aver partecipato agli Esercizi spirituali con gli amici cristiani. Ho conosciuto quest’ultima al Meeting, dove ha lavorato come volontaria. Le ho chiesto perché frequentasse la comunità cristiana pur essendo musulmana, e lei mi ha risposto che vuole stare con questi amici perché affascinata dal loro modo di vivere.

È proprio vero quello che ripete sempre il Papa affermando che il cristianesimo si comunica solo per un’attrattiva, mai per proselitismo. Lo si scopre anche nelle parole di Loretta, catechista, che dopo aver raccontato l’esperienza che vive nella nostra parrocchia a un’amica che abita in un’altra città, si è sentita dire: «non ti riconosco più, se fa questo effetto vengo anch’io a Rimini!». «È vero – ha risposto – qualche anno fa anch’io mi sarei stupita se qualcuno mi avesse detto che avrei vissuto tutte queste cose, c’è qualcosa che mi attira, ne sento proprio bisogno».

Con Elena e Alice ci ritroviamo in settembre, prima di ricominciare l’anno accademico a Milano. Tra caffè e bomboloni alla crema domando loro quale sia stata l’esperienza più significativa dell’estate. Alice non ha esitazioni e racconta della vacanza con gli amici universitari a Pila in Val d’Aosta: «Eravamo 400 e non conoscevo quasi nessuno, eppure sperimentavo un’amicizia vera, capace di comprendere la mia intimità più profonda e di leggere nel cuore come neanche chi mi conosce da anni riesce a fare. Mi colpiva che ogni giorno eravamo provocati a riconoscere come Cristo sia qui ed ora». Non si può parlare di Gesù se non perché accade ora, in una umanità attraente, quella di cui parla anche Elena: «quando hai fatto questa domanda ho subito pensato al giorno in cui siamo andati assieme al Meeting e abbiamo visitato la mostra dedicata all’incontro tra San Francesco e il Sultano». Poi, sorprendentemente, ha proseguito commossa, raccontando di un suo momento di preghiera personale, così intenso da suscitare una nostalgia struggente che la spinge a ricercare quella situazione. Ha concluso manifestando la decisione di partecipare, una volta ritornata a Milano, agli incontri di “Scuola di Comunità” con gli amici universitari, un cammino che tante volte le era stato proposto negli ambienti che aveva frequentato ma di cui ora avverte il bisogno: «per quanto non sia d’accordo con tutto, sono molto curiosa di sapere come affrontano le cose della vita, perché hanno modi di agire che apprezzo e voglio capire». Sono stupito e commosso perché nei nostri ritrovi mai ho insistito con prediche sul partecipare alla Messa o con propaganda ai vari gruppi ecclesiali, ma ho cercato semplicemente di condividere la vita con loro, valorizzando domande ed esperienze, e, soprattutto, seguendo un incontro imprevisto. Come ha detto Alice, durante la stessa colazione, «non saremmo neanche qui se non ci fosse Cristo adesso», ed io ho bisogno di ritrovare nei loro occhi stupiti lo stesso sguardo di Gesù che ha investito Zaccheo 2000 anni fa, senza il quale non potrei più vivere. Già, perché la vita è una cosa seria, densa di prove che – scrive Erika, catechista a San Girolamo – fanno «nascere tante domande», che «mettono in crisi», alle quali non risponde una spiegazione teorica, fosse anche quella cristiana, ma un rapporto, in un percorso umano in cui possa fiorire, dalla carne della nostra esperienza, una certezza autentica: «non so perché mi sono ammalata, ma so che il Signore mi vuole bene ed è con me nell’affrontare la malattia. La certezza che non sono sola mi dà coraggio anche in quei giorni in cui mi assale la paura di tutto ciò che devo affrontare».

Per questo io per primo ho bisogno di questa trama di rapporti in cui un amico della parrocchia, coinvolgendosi nella nostra comunità, si lega all’esperienza della Capanna di Betlemme, dell’intensità con cui, inaspettatamente, in una cena con Antonio e la stessa Erika abbiamo messo a tema la santità come un’esperienza desiderabile e possibile, dell’attrattiva che riavvicina alla Chiesa chi se ne era allontanato. Anche celebrando gli ultimi funerali mi sono reso conto di come siano stati decisivi gli incontri casuali con queste persone, in occasione della benedizione pasquale della casa, prendendo un aperitivo assieme o durante una visita in ospedale. La vita di un prete è resa feconda non dall’attivismo clericale ma dal vivere innanzitutto da laico, cioè da uomo, in cammino come discepolo poiché, come dice Francesco, anche il Papa e i Vescovi, per essere missionari e trasmettere la fede, «devono essere discepoli» e il sacerdote ha come risorsa essenziale «l’incontro con Cristo nella carne del fratello». Quelli con i parrocchiani sono incontri di cui ricordo giorni e ore, decisivi per la mia vita e per la mia stessa conoscenza di Gesù. Ugualmente determinanti sono i rapporti di amicizia nati con alcuni responsabili di varie realtà presenti nella nostra Diocesi, dall’Azione Cattolica all’Associazione Papa Giovanni XXIII, dai quali, in una scelta condivisa con gli amici del Consiglio pastorale, ci faremo aiutare nell’immedesimazione con l’esperienza di Sandra e nella tensione a proporci niente di meno che la santità, poiché il nostro cuore grida: «Vogliamo tutto».

don Roberto Battaglia

Articolo pubblicato sulla pagina autogestita della Parrocchia San Girolamo, in occasione della Festa parrocchiale, Il Ponte del 29 settembre 2019, p. 25.

Per scaricare il pdf della pagina cliccate sulla riga seguente:

Download Il_Ponte_del_29.09.19_p.25.pdf

INIZIO DELL’ANNO PASTORALE

Siamo tutti invitati al gesto di inizio dell’anno pastorale, che sarà segnato dal cammino verso la Beatificazione della nostra Venerabile Sandra Sabattini: lunedì 30 settembre alle ore 21 nel Teatro parrocchiale di San Girolamo.

Download incontro_1_SANDRA_per_social.pdf

Omelia nel 58° anniversario della nascita della Venerabile Sandra Sabattini

Omelia nel 58° anniversario della nascita della Venerabile Sandra Sabattini
Parrocchia di San Girolamo, sabato 17 agosto 2019

«Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,1-2).
«Tenendo fisso lo sguardo su Gesù»! Questa è l’esperienza che riconosciamo nella nostra Sandra, questa è la santità cui aspiriamo, non una condizione in cui si è a posto ma la posizione di chi, inquieto e pieno di desiderio, rischia tutto su ciò che ha riconosciuto come decisivo per vivere. Il santo è uno fragile, limitato, peccatore, traditore, clamorosamente incoerente, che, in un incontro imprevisto e inaspettato, si lascia trafiggere dallo sguardo di Gesù e si ritrova addosso la nostalgia del modo in cui è stato guardato, senza il quale non può più vivere, come è accaduto a Zaccheo (cfr. Lc 19, 1-10). Così la vita diventa un’avventura appassionante, una corsa «tenendo fisso lo sguardo su Gesù». Una corsa, perché l’incontro con Cristo ha suscitato un fuoco che non si spegne, come è accaduto a Sandra, quando, incontrato don Oreste all’età di 12 anni, nell’estate successiva partecipò al campo estivo per adolescenti presso la Casa Madonna delle Vette a Canazei, insieme a ragazzi con disabilità anche gravi. Tornando a casa, entusiasta, disse decisa alla madre: «Ci siamo spezzate le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai».
Questi non li mollo più! Aveva tredici anni ma era già accaduto tutto, perché quando si è incontrata la vita, quella vera, all’altezza dei desideri infiniti del cuore, è un punto di non ritorno. Poi il cammino compiuto negli anni successivi, per quanto breve, ha fatto crescere quel seme, come è sotto gli occhi di tutti noi, ma nel primo incontro c’era già tutto, Sandra era già piena di una bellezza che l’attraeva totalmente.
Il cristianesimo – quante volte lo ripete Francesco citando un’affermazione del suo predecessore Benedetto XVI – si comunica solo per l’attrattiva di questa bellezza (cfr. Evangelii gaudium 14), come un fuoco che divampa, secondo le parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso» (Lc 12, 49). Possiamo accontentarci di meno rispetto al fuoco che fa ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24, 32)? Abbiamo altro da proporre a noi stessi e al mondo?
Cari amici non imborghesiamoci: si tratta di un rischio sempre presente e che è molto facile correre, più di quanto immaginiamo, cercando la nostra sicurezza in forme, strutture e programmi invece che in Gesù Cristo. Se io sono qui, se molti di voi sono qui, è per aver sorpreso in me ardere quel fuoco per cui, come Sandra, mi sono ritrovato a dire «Cristo è tutto», con il cuore pieno dell’innamoramento per Lui, non per un’associazione o una ideologia, come scrive la stessa Sandra nel suo diario, con l’affermazione che trovate accanto al suo volto entrando nella nostra Casa parrocchiale, dove ha abitato con lo zio don Giuseppe: «Ora si tratta di una cosa sola: scegliere. Ma cosa? Dire: sì Signore scelgo i più poveri; ora è troppo facile, non serve a niente se poi quando esco è tutto come prima. No, dico: scelgo te e basta» (Diario di Sandra, 26.02.78, 44). Scelgo te e basta perché ho riconosciuto, Cristo, che tu sei tutto. Se la Chiesa parla di se stessa o comunque di altro è inutile, come ci ha sempre ricordato Joseph Ratzinger, poiché, insiste Papa Francesco, «solo una Chiesa che sa radunare attorno al “fuoco” resta capace di attirare» (Ai Vescovi USA, 23.09.15).
Per questo non dobbiamo difenderci dal «cambiamento d’epoca» che stiamo attraversando, ma cogliere l’occasione per riscoprire ciò che è essenziale: «Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto del cielo e della terra, come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12, 56-57). Il Signore ci chiama in quest’epoca – questo è il giudizio – in cui tante delle realtà nelle quali abbiamo riposto la nostra sicurezza vengono meno, crollano, finiscono nel nulla poiché si rinnega o si dà per scontata l’origine, sostituendola con le conseguenze. In questa situazione, non di rado, corriamo il rischio di arroccarci nella difesa di valori che riteniamo cristiani, facendo battaglie ideologiche e impegnandoci in campagne etiche, dimenticando che tali valori staccati dalla loro sorgente non hanno consistenza. Per questo, se non torneremo ad annunciare Cristo, ci ritroveremo assediati in fortini già abbandonati, nelle riserve in cui il potere ci rinchiude e nelle quali crediamo di stare bene, stringendosi tra persone che la pensano allo stesso modo.
Se non vogliamo fallire l’appuntamento con la storia, dobbiamo, come continuamente ci invita a fare il Papa, uscire dalla «cittadella assediata» (Angelus, 19.01.14), lasciando spazio «all’irruzione dello Spirito Santo» senza «aver paura dello squilibrio» (Lettera al Popolo di Dio in Germania, 29.06.19). Se c’è una cosa che imparo quando seguo gli amici della Capanna di Betlemme nel giro alla stazione o quando li vado a trovare, in un luogo in cui mi sento a casa mia, è proprio questa: l’unica nostra ricchezza è lo sguardo di Cristo a Zaccheo, quello che desiderava portare don Oreste invitando ad augurare la buona notte a chi dorme sulla strada.
Usciamo insieme “in strada”, accanto agli uomini e alle donne che incontriamo in ogni ambiente di vita, entrando nei drammi e nei problemi cruciali del nostro tempo, come mendicanti di questo sguardo che costituisce l’unica novità per noi e per i nostri fratelli e l’unica sorgente del rinnovamento della Chiesa, cui Dio ci chiama attraverso le circostanze storiche attuali.
Domandiamo insieme l’intercessione della Venerabile Sandra Sabattini, affinché sappiamo giudicare questo nostro tempo (cfr. Lc 12, 56-57) ed essere all’altezza di questa sfida.

Cliccando sulla riga seguente si può scaricare il testo in formato pdf

Download Omelia_nel_58__anniversario_della_nascita_di_Sandra_17.08.19.pdf

25° Anniversario di Matrimonio di Massimo Giuliani e Elena Magnani

Omelia nella XVII domenica del T.O. – sabato 27 luglio 2019
25° Anniversario di Matrimonio di Massimo Giuliani e Elena Magnani

«Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9).
Cosa ci sarà aperto? Il cuore: chiedendo, mendicando, brandendo il nostro desiderio provocato dall’urto con la realtà, scopriremo sempre più l’ampiezza del bisogno di cui siamo fatti, delle esigenze di cui siamo costituiti, fino ad accogliere la Presenza di Colui che ci ha creati con questa attesa che solamente Lui stesso può compiere.
Per questo la preghiera è innanzitutto domanda, mendicanza, fino all’insistenza di Abramo – 1800 anni prima di Cristo! – che giunge persino a contrattare la salvezza per Sodoma (cfr. Gen 18, 20-21.21.23-32). Agli animi illuminati – si potrebbe dire gnostici – questa descrizione della preghiera come domanda insistente, fino alla mendicanza, senza timore di discutere e litigare con Dio, fa storcere il naso, quasi si trattasse di un atteggiamento impertinente. Essi affermano che la preghiera è innanzitutto ringraziamento e lode, cosa in sé non sbagliata, ma arrivando sostenere che non è il caso di chiedere a Dio, poiché lui già conosce tutto e sa quali sono i nostri bisogni.
Qual è il veleno di questa posizione? Quello di pensare che Dio non sia disposto a “sporcarsi” le mani con noi entrando nelle nostre vicende quotidiane, ovvero che non sia interessato alla materialità della nostra vita, ultimamente che non sia possibile un rapporto reale con Lui, fino alla sfida tra due libertà in gioco realmente e non per finta.
Ma cosa te ne fai di un Dio che non c’entra con il modo in cui apparecchi a tavola, di un Dio che non sia interessato al vino che bevi o alla passione con cui metti a tema la vita mentre si mangia assieme?
Oggi celebriamo l’anniversario di Matrimonio di Massimo e Elena, mentre preghiamo, come ogni sabato, per diversi nostri fratelli defunti, ed emerge questa domanda, che possiamo sorprendere mentre si guarda la persona amata: come può questo istante durare per l’eternità? Come può non finire tutto da un momento all’altro? Chi può compiere questa promessa per cui ci si è sposati e che sorprendiamo nel desiderio infinito che scopriamo nell’innamoramento?
La domanda insistente a tema nella liturgia di oggi svela così il dramma dell’amore nuziale, teso a un compimento impossibile alle nostre forze. Il bello comincia proprio quando riconosci che tutto il tuo sforzo non basta, non è sufficiente ad aggiungere un solo istante alla vita dell’uomo o della donna che ami o alla vita di tuo figlio. Soprattutto, il bello inizia quando ti rendi conto che anche nel momento di tenerezza più struggente non sei capace di dire «Ti amo» come il tuo cuore esige, nell’essere amato e nell’amare. Cominci così ad essere sempre più cosciente che non può renderti felice tuo marito, tua moglie o tuo figlio. Quel volto, che pure ha suscitato in te un desiderio infinito non può appagarlo e, quando lo pretendi, diventi violento, perché non può rispondere a questa esigenza incommensurabile. Ed allora cominci a mendicare mentre guardi quel volto, e a domandare, attraverso quel volto stesso, che il Mistero che lo costituisce diventi sempre più familiare, fino a chiedere di poter guardare la donna o l’uomo che ami, o tuo figlio, come lo guarda Cristo.
Si chiama verginità. Cos’è la verginità? Il modo in cui Cristo guarda le cose e le persone, il modo in cui guarda ciascuno di noi. Non riusciamo a parlare del matrimonio senza parlare della verginità, ossia di una gratuità nell’amore che senza Cristo sarebbe impossibile e che può diventare esperienza nostra cedendo a quell’attrattiva.
«Mostrami un’amante che sia pur bellissima – scrive Shakespeare – che altro è la sua bellezza, se non un consiglio ove io legga il nome di colei che di quella bellissima è ancor più bella?» (Romeo e Giulietta, Atto I, scena I). La bellezza quanto più è grande tanto più spalanca il desiderio, poiché è segno di altro. È inesauribile la spinta del desiderio umano, che, provocato dall’attrattiva del volto della donna o dell’uomo che si ama, è sempre proiettato verso “qualcosa oltre sé”. Guarda quella ragazza: ma di che cosa è fatta, chi te l’ha fatta incontrare? Non la puoi possedere, non è tua, è di un Altro. Non ha mai amato chi non si sorprende in questa esperienza drammatica guardando la bellezza di una donna, anche se ne avesse posseduta una tutte le sere.
Guarda tuo marito, guarda tuo figlio. Non sono tuoi, non sei tu la loro felicità. Guarda negli occhi la donna che ami, lasciati guardare: c’è un Mistero che non puoi rinchiudere nelle categorie che già conosci.
Che vertigine lottare così col Mistero! Allora cominci a domandare, a chiedere quello sguardo che non è tuo, a mendicare di lasciarti guardare così, e dire «Ti amo» si compie nel dire «Ti adoro!».
L’ho visto accadere come esperienza vissuta nel racconto dell’amica di cui parlavo domenica scorsa, comincio a intuirlo sempre più reale, come non avrei immaginato tanti anni fa, nel maturare della vocazione alla verginità. È possibile, perché Dio si è compromesso con noi al punto da “trattare” con Abramo circa la distruzione di Sodoma (cfr. Gen 18).
Questa esperienza non è negata a chi non può celebrare l’anniversario di matrimonio perché è rimasto vedovo da giovane o perché è stato lasciato dal coniuge. Questa promessa si compie, non ti inganna Colui che ti ha attratto nel volto dell’altro o dell’altra fino al matrimonio. Se non fosse così sarebbe un inganno per tutti e tante volte si può venire qui in chiesa scettici, perché – sotto sotto – si pensa che sia impossibile.
Questa esperienza non è negata a chi sbaglia – chissà quanti errori, limiti e tradimenti in venticinque anni! – ma a chi si rassegna. Non è un problema moralistico. Chi invece rischia sull’ampiezza del proprio desiderio fino a compromettersi in un “corpo a corpo con Dio”, sperimenta la possibilità di un amore altrimenti inimmaginabile.
Possiamo accontentarci di meno?

Per scaricare il testo in formato pdf clicca sulla riga seguente:

Download Omelia_nel_25o_di_Matrimonio_di_Elena_e_Massimo.pdf

«CHI È PIÙ GRANDE?»

Omelia nella XIV Domenica del T. O. – San Girolamo 7 luglio2019

Francesco ha annunciato lunedì scorso che tra i santi che saranno canonizzati il prossimo mese di ottobre ci sarà anche John Henry Newman (1801-1890), sacerdote anglicano che fu accolto nella Chiesa Cattolica nel 1845 e fu creato Cardinale da Leone XIII nel 1879. Una volta un bambino chiese al cardinale, grande teologo e futuro santo: «Chi è più grande: un cardinale o un santo?». Egli rispose: «Vedi, piccolo mio, un cardinale appartiene alla terra, è terrestre; un santo appartiene al cielo, è celeste».
Che cosa realmente conta nell’esperienza ecclesiale? La santità! Non certo il ruolo nell’organizzazione ecclesiastica, le attività che possiamo pianificare e organizzare, le riflessioni clericali, ma la santità, ovvero quella vita nuova generata «dall’irruzione dell’avvenimento della Pasqua», come ha ricordato il Papa nella bellissima Lettera al Popolo di Dio che è in cammino in Germania, quella «felicità autenticamente umana e divina», la quale protegge e salvaguarda «la Chiesa da ogni riduzione ideologica», possibile per la continua «irruzione dello Spirito Santo».
Gesù lo ha richiamato agli Apostoli proprio dopo i loro primi “successi pastorali”, quando tornavano entusiasti dalla missione e dicevano: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome» (Lc 10,17). Dopo aver sottolineato il potere conferito loro, Cristo, infatti, conclude: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). Anche il potere di sottomettere Satana è ben poca cosa rispetto al fatto che i loro nomi – che i nostri nomi! – sono scritti nei cieli, ossia che siamo afferrati da Lui, che abbiamo incontrato la Sua Presenza che rinnova la vita.
Questa pienezza di vita non accade per un’attività “associativa” o “clericale”. Così la descrive San Paolo, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura: «quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura» (Gal 6,14-15).
In questi giorni ho incontrato un ex parrocchiano di Riccione, tuttora appartenente alla parrocchia dove fui viceparroco appena ordinato sacerdote. È un uomo di novant’anni, il quale, dopo tanto tempo, mi ha ricercato riuscendo a rintracciare il mio numero di telefono, perché, mi ha detto, «mia moglie e tanti miei amici sono morti, ed io volevo rivederti perché quel Pellegrinaggio a Lourdes [andammo con un pullman di parrocchiani nell’aprile 1993, ero prete da un anno e mezzo] è stata la gita più bella che ho vissuto. Quei giorni hanno cambiato la mia vita». Si ricordava ogni particolare di quel viaggio di ventisei anni fa, in cui faceva il “chierichetto” venendo a versare il vino fatto da lui direttamente nel calice con la sua bottiglia: momenti di preghiera, processioni, persino una serata in cui guardammo la partita alla tv, facendo storcere il naso ad alcune signore devote. Lui riprendeva tutto con la video camera e mi ha fatto rivedere il filmato partendo da una Via Crucis dove io commentavo la stazione del Cireneo, dicendo che Gesù ci afferra sempre attraverso un incontro casuale. È stato impressionante: ho riascoltato quelle parole di cui sono molto più cosciente ora e che, soprattutto, potevo vedere realizzate in quell’uomo, che si iscrisse al pellegrinaggio preoccupato che si facessero troppe preghiere e che ora, dopo tanti anni, lo riconosce come un momento che ha cambiato la sua esistenza, avendo in mente tutti i particolari.
Solo di questo possiamo rallegrarci, come dice Gesù, o vantarsi, come afferma San Paolo: del fatto che Cristo ci ha presi generando un legame che dura nel tempo e per l’eternità.
Tutto il resto finisce, anche nella Chiesa. Di ogni attività non rimarrà nulla se non l’esistenza cambiata dalla presenza di Cristo. Si chiama santità, ed è l’esperienza cui ci richiama l’imminente beatificazione della nostra Sandra Sabattini. Come diceva il Beato e prossimo santo John Henry Newman a quel bambino, l’essere cardinale (ancor più tanti aspetti organizzativi e burocratici in cui riduciamo l’esperienza cristiana) riguarda la terra, ma la santità dura per l’eternità, è la “vita della vita” che comincia già ora, rendendo eterno e pieno di gusto e significato ogni istante dell’esistenza: «Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20).
Possiamo proporci altro? Nei nostri ritrovi possiamo mettere a tema altro che non sia la santità?
La santità, ovvero l’umanità vera, cioè la risposta alla nostra esigenza di “vita”, all’urgenza di Qualcosa o Qualcuno che la riempia davvero, che sia all’altezza del nostro desiderio, del grido che brama il senso del vivere ed emerge in ogni brandello della nostra carne ferita. Una di voi, molto giovane, il giorno del funerale di una persona cara nei giorni scorsi, è rimasta colpita da un articolo che le avevo proposto (tra l’altro ne ho consigliato la lettura anche agli amici del CPP, perché pertinente ai temi dell’ultima riunione, di cui ho fatto riferimento nell’omelia di domenica scorsa), sullo scrittore francese Michel Houellebecq, discutibile per tanti aspetti, ma con una domanda radicale sulla propria vita, che chiede una risposta totale. La giovane amica me ne ha riproposto un brano, sul quale, nei giorni successivi, abbiamo riflettuto in una colazione con altre persone della sua età: «C’è qualcosa nel fondo dell’io, che preme e pulsa per continuare a desiderare e ad attendere, a dispetto di qualsiasi ferita. Dolorosa, contorta, piantata nel nervo del nostro tempo come una spina. […] Questo qualcosa esiste, e […], nonostante tutto, non è morto: esiste, forse, illuminata a tratti, la possibilità di una via».
Questa via esiste, è un uomo col quale ci si imbatte attraverso un incontro umano casuale, oggi come duemila anni fa.
Abbiamo altro di vero da dirci? La vita è una cosa seria, a volte brevissima, un soffio: rischiamo tutto su ciò che la riempie tutta, qui sulla terra e per l’eternità!

Per scaricare il testo completo in formato pdf clicca sulla riga seguente:

Download Omelia_nella_XIV_Domenica_del_T._O.___San_Girolamo_7_luglio2019.pdf

O TUTTO O NIENTE

Omelia nella XIII Domenica del T. O. – San Girolamo 30 giugno 2019

«Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”» (Lc 9,57-62).
Gesù chiede tutto, la sequela a Lui non può riguardare solo un aspetto dell’esistenza umana: o tutto o niente. Questa radicalità che sovente ci spaventa è, in realtà, quanto di più corrispondente vi sia rispetto alla nostra umanità, che è costituita da un desiderio che chiede tutto, da una esigenza insopprimibile di significato che ci fa gridare: «Perché?».
Sono stato profondamente colpito dal fatto che questa domanda sia emersa in tutta la sua drammaticità nell’ultima riunione del Consiglio pastorale, provocati dai fatti della vita, compresa la malattia di alcune persone care.
Solo una proposta come quella di Cristo, che esige la totalità, può essere all’altezza di una domanda che chiede tutto. Questo grido – «Perché?» – non può essere soddisfatto da facili risposte, spiegazioni o definizioni, e ci provoca a non accontentarci di riduzioni del cristianesimo, siano esse formule dottrinali, atteggiamenti spiritualisti o attivisti. Lo si comprende nella propria esperienza umana, quando le formule che recitiamo nella liturgia o le idee che affermiamo, con apparente convinzione, non tengono nel momento in cui la vita “stringe” nella sua drammaticità. È una grazia scoprire, in una circostanza drammatica, come l’idea di Dio che si aveva non è adeguata e può diventare addirittura l’immagine di un “dio mostruoso” che vuole la nostra morte, o, ancora, sorprendersi a non riuscire a stare vicino a chi vive una grave malattia. È una grande opportunità per sperimentare che non ci basta una riduzione della fede a moralismi e teorie, poiché essi non reggono di fronte ai grandi interrogativi, alla grande domanda del nostro cuore: «Perché?».
L’accontentarsi di facili risposte è in realtà una fuga dalla realtà e ci allontana dalla nostra stessa umanità, rendendoci incapaci di incrociare il bisogno degli uomini e delle donne che incontriamo, perché impauriti dall’intensità della domanda del cuore umano.
Dio, invece, non ha paura, ci ricorda il Papa, Egli «ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita» (GE 135).
Dio non ha paura di questa domanda, perché essa ci svela che siamo fatti a sua immagine e somiglianza. Solo il prendere sul serio questa esigenza di significato di cui siamo costituiti ci consente di essere liberi, come ci ricorda il brano di San Paolo che abbiamo ascoltato come seconda lettura (cfr. Gal 5, 1), liberi da ogni potere o condizionamento, liberi di rischiare su una proposta per la vita che sia all’altezza del nostro desiderio.
Occorre vedere una umanità che fiorisce dal giocare fino in fondo la propria libertà nella verifica di un ideale grande, come è accaduto nell’incontro pubblico dove abbiamo incontrato esperienze di accoglienza dei migranti (2 aprile), guardando dei volti, scoprendo un modo di vivere diverso o, come è accaduto nell’uscita a Padova (24 marzo), quando siamo stati colpiti da chi ci ha introdotto alla bellezza della Cappella degli Scrovegni comunicandoci un’esperienza umana attraente.
Ho bene in mente il volto di una di voi, che lo scorso anno avevo incontrato arrabbiata con Dio per un’esperienza di sofferenza grande ed ora, dopo essere venuta con noi a Padova, si ritrova cambiata, dice lei, «da quello che abbiamo vissuto e che ci siamo detti».
Non si può barare: quando succede realmente, la faccia cambia. L’ho visto accadere in diversi incontri, anche con persone giovani, in cui si è affrontata la questione decisiva della vita. Non è una definizione la risposta, ma una umanità vera, un luogo, come è accaduto anche mercoledì scorso nella riunione del CPP, in cui non prevale la preoccupazione di inculcare risposte ma di allargare le domande, un luogo di tenerezza che ama questo grido – «Perché?» – e invita a non censurare gli interrogativi e le esigenze del nostro cuore. Quando invece si tenta di far tacere questa domanda – tante volte anche le riunioni all’interno dei nostri gruppi sono caratterizzate dalla paura di mettere a tema l’interrogativo ultimo – si diventa sempre più scettici, distanti dalla vita reale e dal dramma dei nostri fratelli e sorelle.
Occorre una tenerezza verso la propria umanità, una passione per il nostro bisogno infinito, una libertà totale nello sfidarci ad andare a fondo della vita, senza accontentarci di una partecipazione formale alla vita ecclesiale, la quale, invece, ci rende pian piano cinici e disperati.
La questione è radicale: ma la vita è buona o no? È un bene che io ci sia?
Occorre, diceva un amico durante le riunione di mercoledì scorso, l’esperienza reale di un Destino buono. L’intuizione di questa umanità possibile accade sempre in un particolare, sottolineava un altro: uno sguardo, un dialogo imprevisto, un incontro inatteso, una uscita, una mostra vista assieme (come è accaduto per alcuni nel visitare la Mostra su Giobbe al Meeting dello scorso anno sulla realtà del male e della sofferenza), il lasciarsi colpire dalla richiesta di pregare insieme per gli amici ammalati, sia nelle SS. Messe festive sia partecipando al Pellegrinaggio a Loreto. Tutti particolari, fatti e incontri, che hanno mosso qualcuno di noi, a partire da uno sguardo umano che ha comunicato la bellezza del vivere, un gusto per l’esistenza che non ha bisogno di dimenticare o rinnegare nulla, in un abbraccio che ricomprende tutto e che ci unisce in una sola carne, in quanto afferrati da Cristo il quale – ricordava un altro amico durante la riunione del CPP – è vivo oggi con un “cuore di carne”.
Queste cose si capiscono se si ama la vita e se si rischia tutto nel verificare ogni proposta per l’esistenza, compresa quella di Cristo. Egli non ha paura del nostro desiderio e della nostra libertà. E tu?

Per scaricare il testo in formato pdf clicca sulla riga seguente:

Download Omelia_San_Girolamo_-_domenica_30.06.19.pdf

SUMMER GAMES #sangi19

La prossima settimana si svolgerà la terza edizione dei SUMMER GAMES con giochi gonfiabili per tutte le età:

Download Volantino_Summer_games_2019.pdf

CAMPEGGIO ESTIVO A CANCELLINO

Dal 7 al 10 luglio 2019 il Campeggio estivo a Cancellino:

Download Volantino_Campeggio_San_Girolamo_2019.pdf