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PARROCCHIA S. GIROLAMO

IL CRISTIANESIMO È UN INCONTRO

Il cristianesimo è un incontro tra la nostra inquietudine e la Persona di Gesù, Dio fatto carne che ha Lui stesso sete di questo incontro come il nostro cuore.

Clicca sulla riga seguente per scaricare il pdf con le omelie di Papà Francesco di domenica 26 aprile è lunedì 27 aprile.

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PASQUA 2020: LASCIAMOCI SORPRENDERE DA CRISTO RISORTO

Per vedere il video con gli auguri di Pasqua di don Roberto per tutti i parrocchiani cliccate sul link seguente:
https://www.youtube.com/watch?v=alB_BrMNudk&t=2s

Di
seguito il testo:
Carissimi amici di San Girolamo buongiorno!
Desidero augurare a tutti una Santa Pasqua. Questa notte sono rimasto impressionato da come il Papa abbia presieduto la Veglia pasquale, celebrando da solo in una Basilica di San Pietro praticamente vuota. Mi è apparsa evidente, in questa essenzialità, l’unica vera consistenza della Chiesa, l’unica vera forza della nostra esperienza: la contemporaneità di Cristo. Pietro, questa notte, come Pietro 2000 anni fa, era di fronte a Gesù vivo, risorto!
Questa è l’unica speranza anche per noi oggi, dentro questa circostanza drammatica che stiamo vivendo, che pone domande. Io auguro, a me e a voi, di prendere sul serio queste domande, di ritrovarsi con lo stesso cuore inquieto con cui Maria Maddalena, che non aveva distolto neppure per un istante lo sguardo dalla persona di Gesù, per tutta la Passione fino alla morte e al momento della sepoltura, è stata la prima a lasciarsi sorprendere dalla Sua presenza, così come Pietro e Giovanni – i quali, avvisati da lei, sono stati i primi tra gli apostoli ad accorrere al sepolcro, si sono lasciati sorprendere da una modalità nuova della presenza di Cristo tra noi. Fossero rimasti a quell’esperienza bellissima di quei tre anni, essa, per quanto bella, sarebbe rimasta confinata ad un passato. Si sono lasciati sconvolgere da una nuova modalità, quella modalità che sfida noi oggi. Perché Cristo è presente. È presente realmente e la sua presenza è più concreta di qualsiasi discorso che possiamo fare su di Lui.
Per questo la Chiesa esce da questo periodo come richiamata a liberarsi dagli schemi, come ha detto il Papa in una recentissima intervista, di cui trovate il link anche sul sito della nostra parrocchia ( https://www.laciviltacattolica.it/news/il-papa-confinato-intervista-a-papa-francesco/https://www.laciviltacattolica.it/news/il-papa-confinato-intervista-a-papa-francesco/ ). Quella che esce da questa circostanza “non è una Chiesa de-istituzionalizzata, perché la Chiesa è istituzione”, così come Cristo è risorto nel Suo vero corpo, si può vedere e toccare! Ma non si tratta di una istituzione fondata sui nostri programmi, sui nostri progetti, sul nostro attivismo, così come l’esperienza cristiana non è uno spiritualismo: questa realtà carnale è continuamente suscitata dalla presenza e dall’opera dello Spirito Santo, è qualcosa che sconvolge i nostri schemi (cfr. la stessa intervista rilasciata da Francesco).
Io auguro, a me e a voi, che il celebrare la Pasqua – oggi, in questa circostanza – sia lasciare che siano stravolti i nostri schemi – tutti gli schemi, di qualsiasi genere – perché la Presenza di Cristo possa tornare ad invadere la nostra esistenza.
Un abbraccio a tutti, in modo particolare a chi soffre per le conseguenze di questa epidemia, per chi soffre la morte di una persona cara, per chi soffre con preoccupazione per i propri malati. In modo particolare oggi io voglio pregare per il Vescovo emerito Mariano, che per diciotto anni ha guidato la nostra Chiesa e che è morto proprio ieri, nel Sabato Santo, giorno della memoria di Cristo che condivide con tutti noi uomini l’esperienza del sepolcro, per don Ferruccio [Rettore del Santuario di Montefiore, morto pochi minuti dopo la registrazione del video, per il quale abbiamo pregato nella Santa Messa celebrata in parrocchia a San Girolamo, che diversi di voi hanno seguito in video collegamento], il caro don Alessio e altri sacerdoti ammalati, in questo tempo così drammatico che ci richiama all’essenziale.
Un grande abbraccio e auguri a tutti gli amici di San Girolamo e a tutte le famiglie per una Santa Pasqua.
don Roberto

Per scaricare il testo completo in formato pdf cliccate sulla riga seguente:

Download Pasqua_2020_Lasciamoci_sorprendere_da_Cristo_risorto.pdf

LA RISURREZIONE DI CRISTO NON E' UNA FORMULA MAGICA CHE FACCIA SVANIRE I PROBLEMI E' INVECE LA VITTORIA DELL'AMORE SULLA RADICE DEL MALE

Dalle parole di Papa Francesco in occasione della Benedizione Urbi et Orbi nel giorno di Pasqua:

Oggi riecheggia in tutto il mondo l’annuncio della Chiesa: “Gesù Cristo è risorto!” – “È veramente risorto!”.
Come una fiamma nuova questa Buona Notizia si è accesa nella notte: la notte di un mondo già alle prese con sfide epocali ed ora oppresso dalla pandemia, che mette a dura prova la nostra grande famiglia umana. In questa notte è risuonata la voce della Chiesa: «Cristo, mia speranza, è risorto!» (Sequenza pasquale).
È un altro “contagio”, che si trasmette da cuore a cuore – perché ogni cuore umano attende questa Buona Notizia. È il contagio della speranza: «Cristo, mia speranza, è risorto!». Non si tratta di una formula magica, che faccia svanire i problemi. No, la risurrezione di Cristo non è questo. È invece la vittoria dell’amore sulla radice del male, una vittoria che non “scavalca” la sofferenza e la morte, ma le attraversa aprendo una strada nell’abisso, trasformando il male in bene: marchio esclusivo del potere di Dio.
Il Risorto è il Crocifisso, non un altro. Nel suo corpo glorioso porta indelebili le piaghe: ferite diventate feritoie di speranza. A Lui volgiamo il nostro sguardo perché sani le ferite dell’umanità afflitta.
Il mio pensiero quest’oggi va soprattutto a quanti sono stati colpiti direttamente dal coronavirus: ai malati, a coloro che sono morti e ai familiari che piangono per la scomparsa dei loro cari, ai quali a volte non sono riusciti a dare neanche l’estremo saluto. Il Signore della vita accolga con sé nel suo regno i defunti e doni conforto e speranza a chi è ancora nella prova, specialmente agli anziani e alle persone sole. Non faccia mancare la sua consolazione e gli aiuti necessari a chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità, come chi lavora nelle case di cura, o vive nelle caserme e nelle carceri. Per molti è una Pasqua di solitudine, vissuta tra i lutti e i tanti disagi che la pandemia sta provocando, dalle sofferenze fisiche ai problemi economici.
Questo morbo non ci ha privato solo degli affetti, ma anche della possibilità di attingere di persona alla consolazione che sgorga dai Sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Riconciliazione. In molti Paesi non è stato possibile accostarsi ad essi, ma il Signore non ci ha lasciati soli! Rimanendo uniti nella preghiera, siamo certi che Egli ha posto su di noi la sua mano (cfr. Sal 138,5), ripetendoci con forza: non temere, «sono risorto e sono sempre con te» (cfr. Messale Romano)!
Per leggere il testo completo cliccate sul seguente link:
http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/urbi/documents/papa-francesco_20200412_urbi-et-orbi-pasqua.html

LA SPERANZA NON FIORISCE DA UN OTTIMISMO MA DA UNA PRESENZA

Dall'Omelia di Papa Francesco nella Veglia pasquale:

All’alba le donne vanno al sepolcro. Lì l’angelo dice loro: «Voi non abbiate paura. Non è qui, è risorto» (vv. 5-6). Davanti a una tomba sentono parole di vita… E poi incontrano Gesù, l’autore della speranza, che conferma l’annuncio e dice: «Non temete» (v. 10). Non abbiate paura, non temete: ecco l’annuncio di speranza. È per noi, oggi. Oggi. Sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando.
Stanotte conquistiamo un diritto fondamentale, che non ci sarà tolto: il diritto alla speranza. È una speranza nuova, viva, che viene da Dio. Non è mero ottimismo, non è una pacca sulle spalle o un incoraggiamento di circostanza, con un sorriso di passaggio. No. È un dono del Cielo, che non potevamo procurarci da soli. Tutto andrà bene, diciamo con tenacia in queste settimane, aggrappandoci alla bellezza della nostra umanità e facendo salire dal cuore parole di incoraggiamento. Ma, con l’andare dei giorni e il crescere dei timori, anche la speranza più audace può evaporare. La speranza di Gesù è diversa. Immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita.
La tomba è il luogo dove chi entra non esce. Ma Gesù è uscito per noi, è risorto per noi, per portare vita dove c’era morte, per avviare una storia nuova dove era stata messa una pietra sopra. Lui, che ha ribaltato il masso all’ingresso della tomba, può rimuovere i macigni che sigillano il cuore. Perciò non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza. Possiamo e dobbiamo sperare, perché Dio è fedele. Non ci ha lasciati soli, ci ha visitati: è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte. La sua luce ha illuminato l’oscurità del sepolcro: oggi vuole raggiungere gli angoli più bui della vita. Sorella, fratello, anche se nel cuore hai seppellito la speranza, non arrenderti: Dio è più grande. Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto!
Per leggere il testo completo cliccate sul seguente link:
http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200411_omelia-vegliapasquale.html

L'ABBRACCIO CARNALE DELLA MISERICORDIA

Mercoledì 8 aprile alle ore 21 in videoconferenza vivremo un momento di meditazione, preghiera e riflessione in preparazione al Triduo pasquale. Chi desidera partecipare contatti don Roberto per informarsi sulle modalità del collegamento.

Potete vedere un video, con un saluto e una meditazione di don Roberto sull'inizio della Settimana Santa, cliccando sulla riga seguente:
https://www.youtube.com/watch?v=gqP8Zrc2MB0

«ABBRACCIARE IL SIGNORE PER ABBRACCIARE LA SPERANZA»

MOMENTO STRAORDINARIO DI PREGHIERA
IN TEMPO DI EPIDEMIA PRESIEDUTO DAL SANTO PADRE FRANCESCO
Sagrato della Basilica di San Pietro Venerdì, 27 marzo 2020

MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE
«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr. Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr. 1Pt 5,7).

DECRETO DELLA PENITENZERIA APOSTOLICA: INDULGENZA SPECIALE NELL'EPIDEMIA

PENITENZIERIA APOSTOLICA
DECRETO
Si concede il dono di speciali Indulgenze ai fedeli affetti dal morbo Covid-19, comunemente detto Coronavirus, nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualsivoglia titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi.
«Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Le parole scritte da San Paolo alla Chiesa di Roma risuonano lungo l’intera storia della Chiesa e orientano il giudizio dei fedeli di fronte ad ogni sofferenza, malattia e calamità.
Il momento presente in cui versa l’intera umanità, minacciata da un morbo invisibile e insidioso, che ormai da tempo è entrato prepotentemente a far parte della vita di tutti, è scandito giorno dopo giorno da angosciose paure, nuove incertezze e soprattutto diffusa sofferenza fisica e morale.
La Chiesa, sull’esempio del suo Divino Maestro, ha avuto da sempre a cuore l’assistenza agli infermi. Come indicato da San Giovanni Paolo II, il valore della sofferenza umana è duplice: «È soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione» (Lett. Ap. Salvifici doloris, 31).
Anche Papa Francesco, in questi ultimi giorni, ha manifestato la sua paterna vicinanza e ha rinnovato l’invito a pregare incessantemente per gli ammalati di Coronavirus.
Affinché tutti coloro che soffrono a causa del Covid-19, proprio nel mistero di questo patire possano riscoprire «la stessa sofferenza redentrice di Cristo» (ibid., 30), questa Penitenzieria Apostolica, ex auctoritate Summi Pontificis, confidando nella parola di Cristo Signore e considerando con spirito di fede l’epidemia attualmente in corso, da vivere in chiave di conversione personale, concede il dono delle Indulgenze a tenore del seguente dispositivo.
Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa o della Divina Liturgia, alla recita del Santo Rosario o dell’Inno Akàthistos alla Madre di Dio, alla pia pratica della Via Crucis o dell’Ufficio della Paràklisis alla Madre di Dio oppure ad altre preghiere delle rispettive tradizioni orientali, ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile.
Gli operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus secondo le parole del divino Redentore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), otterranno il medesimo dono dell’Indulgenza plenaria alle stesse condizioni.
Questa Penitenzieria Apostolica, inoltre, concede volentieri alle medesime condizioni l’Indulgenza plenaria in occasione dell’attuale epidemia mondiale, anche a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario o dell’Inno Akàthistos alla Madre di Dio, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, o dell’Ufficio della Paràklisis alla Madre di Dio o altre forme proprie delle rispettive tradizioni orientali di appartenenza per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé.
La Chiesa prega per chi si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico, affidando alla Misericordia divina tutti e ciascuno in forza della comunione dei santi e concede al fedele l’Indulgenza plenaria in punto di morte, purché sia debitamente disposto e abbia recitato abitualmente durante la vita qualche preghiera (in questo caso la Chiesa supplisce alle tre solite condizioni richieste). Per il conseguimento di tale indulgenza è raccomandabile l’uso del crocifisso o della croce (cf. Enchiridion indulgentiarum, n.12).
La Beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Salute degli infermi e Aiuto dei cristiani, Avvocata nostra, voglia soccorrere l’umanità sofferente, respingendo da noi il male di questa pandemia e ottenendoci ogni bene necessario alla nostra salvezza e santificazione.

Il presente Decreto è valido nonostante qualunque disposizione contraria.
Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020.

Mauro Card. Piacenza
Penitenziere Maggiore
Krzysztof Nykiel
Reggente

NOTA DELLA PENITENZIERIA APOSTOLICA CIRCA IL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE NELL’ATTUALE SITUAZIONE DI PANDEMIA
La gravità delle attuali circostanze impone una riflessione sull’urgenza e la centralità del sacramento della Riconciliazione, unitamente ad alcune necessarie precisazioni, sia per i fedeli laici, sia per i ministri chiamati a celebrare il sacramento.
Anche in tempo di Covid-19, il sacramento della Riconciliazione viene amministrato a norma del diritto canonico universale e secondo quanto disposto nell’Ordo Paenitentiae.
La confessione individuale rappresenta il modo ordinario per la celebrazione di questo sacramento (cf. can. 960 CIC), mentre l’assoluzione collettiva, senza la previa confessione individuale, non può essere impartita se non laddove ricorra l’imminente pericolo di morte, non bastando il tempo per ascoltare le confessioni dei singoli penitenti (cf. can. 961, § 1 CIC), oppure una grave necessità (cf. can. 961, § 1, 2° CIC), la cui considerazione spetta al Vescovo diocesano, tenuto conto dei criteri concordati con gli altri membri della Conferenza Episcopale (cf. can. 455, § 2 CIC) e ferma restando la necessità, per la valida assoluzione, del votum sacramenti da parte del singolo penitente, vale a dire il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non era possibile confessare (cf. can. 962, § 1 CIC).
Questa Penitenzieria Apostolica ritiene che, soprattutto nei luoghi maggiormente interessati dal contagio pandemico e fino a quando il fenomeno non rientrerà, ricorrano i casi di grave necessità, di cui al summenzionato can. 961, § 2 CIC.
Ogni ulteriore specificazione è demandata dal diritto ai Vescovi diocesani, tenuto sempre conto del supremo bene della salvezza delle anime (cf. can. 1752 CIC).
Qualora si presentasse la necessità improvvisa di impartire l’assoluzione sacramentale a più fedeli insieme, il sacerdote è tenuto a preavvertire, entro i limiti del possibile, il Vescovo diocesano o, se non potesse, ad informarlo quanto prima (cf. Ordo Paenitentiae, n. 32).
Nella presente emergenza pandemica, spetta pertanto al Vescovo diocesano indicare a sacerdoti e penitenti le prudenti attenzioni da adottare nella celebrazione individuale della riconciliazione sacramentale, quali la celebrazione in luogo areato esterno al confessionale, l’adozione di una distanza conveniente, il ricorso a mascherine protettive, ferma restando l’assoluta attenzione alla salvaguardia del sigillo sacramentale ed alla necessaria discrezione.
Inoltre, spetta sempre al Vescovo diocesano determinare, nel territorio della propria circoscrizione ecclesiastica e relativamente al livello di contagio pandemico, i casi di grave necessità nei quali sia lecito impartire l’assoluzione collettiva: ad esempio all’ingresso dei reparti ospedalieri, ove si trovino ricoverati i fedeli contagiati in pericolo di morte, adoperando nei limiti del possibile e con le opportune precauzioni i mezzi di amplificazione della voce, perché l’assoluzione sia udita.
Si valuti la necessità e l’opportunità di costituire, laddove necessario, in accordo con le autorità sanitarie, gruppi di “cappellani ospedalieri straordinari”, anche su base volontaria e nel rispetto delle norme di tutela dal contagio, per garantire la necessaria assistenza spirituale ai malati e ai morenti.
Laddove i singoli fedeli si trovassero nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, si ricorda che la contrizione perfetta, proveniente dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che al momento il penitente è in grado di esprimere) e accompagnata dal votum confessionis, vale a dire dalla ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali (cf. CCC, n. 1452).
Mai come in questo tempo la Chiesa sperimenta la forza della comunione dei santi, innalza al suo Signore Crocifisso e Risorto voti e preghiere, in particolare il Sacrificio della Santa Messa, quotidianamente celebrato, anche senza popolo, dai sacerdoti.
Come buona madre, la Chiesa implora il Signore perché l’umanità sia liberata da un tale flagello, invocando l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Misericordia e Salute degli infermi, e del suo Sposo San Giuseppe, sotto il cui patrocinio la Chiesa da sempre cammina nel mondo.
Ci ottengano Maria Santissima e San Giuseppe abbondanti grazie di riconciliazione e di salvezza, in attento ascolto della Parola del Signore, che ripete oggi all’umanità: «Fermatevi e sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11), «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20).

Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020,
Solennità di San Giuseppe, Sposo della B.V. Maria, Patrono della Chiesa Universale.

Mauro Card. Piacenza
Penitenziere Maggiore
Krzysztof Nykiel
Reggente

UNA LUCE NEL BUIO

Commento al Vangelo della IV domenica di Quaresima, 22 marzo 2020
Testo del video inviato agli amici della Parrocchia San Girolamo

Carissimi amici di San Girolamo, desidero leggere con voi il racconto del Vangelo di Giovanni circa l’incontro di Gesù col cieco nato (Gv 9,1-41); se vorrete anche voi potrete condividere il video con altri amici della parrocchia, per raggiungere e abbracciare tutti. Il fatto narrato mi colpisce perché anche io mi sorprendo a vedere quello che prima non vedevo.
Quando incontrano quest’uomo i suoi discepoli chiedono se è cieco a causa del male che hanno fatto lui o i suoi genitori. Risponde Gesù: no, «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 9,3).
L’esperienza così drammatica e dolorosa di questa epidemia non è un castigo di Dio!
Parlare di punizione divina è un modo per evitare la domanda di senso che abbiamo dentro: siamo fragili e mortali, eppure il nostro cuore è fatto di un desiderio infinito. La presenza del male rimane misteriosa, ci fa chiedere: perché?
Cristo non risponde con una spiegazione teorica, ma si compromette con la nostra umanità, si “sporca le mani” con noi: «sputa per terra, fa del fango con la saliva, spalma il fango sugli occhi del cieco, gli dice di lavarsi nella piscina di Sìloe… lui va e torna che ci vede» (cfr. Gv 9,6-7).
I farisei vanno su tutte le furie, devono negare quello che è accaduto, fanno le indagini, raccolgono le prove: è evidente che il miracolo è avvenuto, ma si ostinano a negare quello che è sotto i loro occhi. La dialettica dei farisei era irresistibile eppure quell’uomo tiene loro testa, partendo semplicemente da quello che gli è accaduto. Mentre loro negano l’evidenza a partire dal pregiudizio – «quest’uomo non può compiere miracoli, tanto più in giorno di sabato» (cfr. Gv 9,16) – lui risponde a partire dalla sua esperienza: «potete dire quello che volete di lui, ma prima di incontrarlo non vedevo e adesso ci vedo» (cfr. Gv 9,25). I farisei partono da quello che dovrebbe accadere, lui parte da quello che gli è accaduto. Lui che, era cieco, vede e loro, che avevano la vista, sono ciechi.
Tutto si decide, anche adesso per me e per te, nel lasciarsi cambiare da ciò che accade e la verifica è sempre nella propria esperienza. Lo riconosco in quello che accade ad alcuni tra noi, che mi stupiscono da come si lasciano cambiare da un incontro imprevisto.
Queste persone sono mosse dal fatto di poter vedere quello che prima non vedevano e chi è vicino a loro se ne accorge, mentre i farisei di oggi si scandalizzano. Anche tu ora puoi verificare se in questa circostanza, che appare così buia, intravedi una luce che ti fa cominciare a vedere… puoi renderti conto se il buio è vinto dai ragionamenti dei farisei di ogni tempo o da uno sguardo umano, che ti raggiunge all’improvviso e apre uno spiraglio.
don Roberto

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MENDICANTI ASSIEME AD ALTRI MENDICANTI

Testo del video inviato ai parrocchiani nella Festa di San Giuseppe, 19 marzo 2020.

Carissimi amici della parrocchia di San Girolamo, oggi, Festa di San Giuseppe, desidero salutarvi personalmente, non potendoci incontrare fisicamente, soprattutto nella Messa domenicale.
Viviamo una circostanza drammatica e dolorosa. Penso ai tanti che muoiono soli, senza che i propri cari possano stare loro vicini a causa del pericolo del contagio, penso ai loro familiari i quali non possono neppure celebrare il funerale, penso agli ammalati, agli anziani, a coloro che, a causa delle conseguenze dell’epidemia in corso, si trovano in gravi difficoltà economiche, penso al sacrificio dei medici e degli operatori sanitari, penso ai giovani che in questo momento unico della storia si trovano di fronte alla grande domanda circa la nostra esistenza, che è il grido di tutti noi: se non posso aggiungere un minuto solo alla mia vita e a quella di una persona cara, se tutte le mie sicurezze possono essere spazzate via da un virus, se non possiamo controllare nulla, cos’è dunque la vita?
È l’occasione di abbandonare ogni tentazione clericale, mettendosi in gioco “da laici”, non come coloro che pensano di avere tutte le risposte, ma come mendicanti assieme ad altri mendicanti, come gente che ha bisogno di tutto e di tutti. Per questo ieri vi ho proposto il video con le parole di Pier Paolo Pasolini: «Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto… Ed è volgare, questo non essere completo, … questo “non avere Cristo” … una faccia…»
Possiamo essere al fianco di Pasolini e di qualsiasi uomo e donna del nostro tempo, riconoscendo che «manca sempre qualcosa»… possiamo mendicare in mezzo al nostro popolo, come mendicanti a fianco di altri mendicanti. È questo mendicare insieme che ci fa grandi, poiché, come dice l’altro testo del video, di Luigi Giussani, «Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo».
Ci è chiesto un distacco anche dall’eucarestia – non ci è tolta perché noi preti la celebriamo per tutti voi – ci sono tolte tante iniziative, tante cose fa fare a cui spesso riduciamo l’esperienza cristiana. Forse ci è chiesto questo distacco proprio per riscoprire l’essenziale, quella «faccia» di cui parla Pasolini… questa sera mendichiamo assieme questa «faccia», recitando il rosario alle 21 in ogni famiglia e in ogni casa… pochi minuti prima suoneranno le nostre campane, per ricordarci l’inizio della preghiera, ma ancor più per rimetterci di fronte a Cristo, che, come una mamma che prende in braccio il figlio piccolo, ferito e spaventato, ci dice: «non aver paura, va tutto bene, adesso non quando sarà finita l’epidemia, va tutto bene perché ci sono qui io»…
Don Roberto

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PAPA FRANCESCO: «RESTIAMO SALDI IN CIÒ CHE CONTA DAVVERO»

Il messaggio di Francesco per il Rosario proposto dalla CEI giovedì sera scorso 19 marzo, Festa di San Giuseppe, per l’emergenza sanitaria, con l’invito a rivolgersi al Signore, perché custodisca ogni famiglia, in particolare «gli ammalati e le persone che se ne stanno prendendo cura».

Cari fratelli e sorelle,
mi unisco alla preghiera che la Conferenza Episcopale ha voluto promuovere, quale segno di unità per l’intero Paese.

In questa situazione inedita, in cui tutto sembra vacillare, aiutiamoci a restare saldi in ciò che conta davvero. È un’indicazione di cammino che ritrovo in tante lettere dei vostri Pastori che, nel condividere un momento così drammatico, cercano di sostenere con la loro parola la vostra speranza e la vostra fede.

La preghiera del Rosario è la preghiera degli umili e dei santi che, nei suoi misteri, con Maria contemplano la vita di Gesù, volto misericordioso del Padre. E quanto bisogno abbiamo tutti di essere davvero consolati, di sentirci avvolti dalla sua presenza d’amore!

La verità di questa esperienza si misura nella relazione con gli altri, che in questo momento coincidono con i familiari più stretti: facciamoci prossimo l’uno dell’altro, esercitando noi per primi la carità, la comprensione, la pazienza, il perdono.

Per necessità i nostri spazi possono essersi ristretti alle pareti di casa, ma abbiate un cuore più grande, dove l’altro possa sempre trovare disponibilità e accoglienza.

Questa sera preghiamo uniti, affidandoci all’intercessione di San Giuseppe, Custode della Sacra Famiglia, Custode di ogni nostra famiglia. Anche il falegname di Nazareth ha conosciuto la precarietà e l’amarezza, la preoccupazione per il domani; ma ha saputo camminare al buio di certi momenti, lasciandosi guidare sempre senza riserve dalla volontà di Dio.

Proteggi, Santo Custode, questo nostro Paese.
Illumina i responsabili del bene comune, perché sappiano - come te - prendersi cura delle persone affidate alla loro responsabilità.
Dona l’intelligenza della scienza a quanti ricercano mezzi adeguati per la salute e il bene
fisico dei fratelli.
Sostieni chi si spende per i bisognosi: i volontari, gli infermieri, i medici, che sono in prima
linea nel curare i malati, anche a costo della propria incolumità.
Benedici, San Giuseppe, la Chiesa: a partire dai suoi ministri, rendila segno e strumento
della tua luce e della tua bontà.
Accompagna, San Giuseppe, le famiglie: con il tuo silenzio orante, costruisci l’armonia tra i
genitori e i figli, in modo particolare i più piccoli.
Preserva gli anziani dalla solitudine: fa’ che nessuno sia lasciato nella disperazione
dell’abbandono e dello scoraggiamento.
Consola chi è più fragile, incoraggia chi vacilla, intercedi per i poveri.
Con la Vergine Madre, supplica il Signore perché liberi il mondo da ogni forma di pandemia.
Amen

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IN PREGHIERA PER IL PAESE IL GIORNO DI SAN GIUSEPPE

Oggi, 19 marzo, Festa di San Giuseppe, alle 21, i Vescovi italiani invitano ogni famiglia e comunità religiosa alla recita del Rosario.

Ecco il comunicato della Cei

In questo momento di emergenza sanitaria, la Chiesa italiana promuove un momento di preghiera per tutto il Paese, invitando ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa a recitare in casa il Rosario (Misteri della luce), simbolicamente uniti alla stessa ora: alle 21 di giovedì 19 marzo, festa di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia. Alle finestre delle case si propone di esporre un piccolo drappo bianco o una candela accesa.
TV2000 offrirà la possibilità di condividere la preghiera in diretta.

«A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, insieme con quello della tua santissima Sposa»
(Leone XIII)

Al termine dell'Udienza generale del 18 marzo, papa Francesco ha rilanciato la proposta della Cei: «Faccio mio l’appello dei Vescovi italiani che in questa emergenza sanitaria hanno promosso un momento di preghiera per tutto il Paese. Ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa: tutti uniti spiritualmente domani alle ore 21 nella recita del Rosario, con i Misteri della luce. Io vi accompagnerò da qui. Al volto luminoso e trasfigurato di Gesù Cristo e al suo Cuore ci conduce Maria, Madre di Dio, salute degli infermi, alla quale ci rivolgiamo con la preghiera del Rosario, sotto lo sguardo amorevole di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia e delle nostre famiglie. E gli chiediamo che custodisca in modo speciale la nostra famiglia, le nostre famiglie, in particolare gli ammalati e le persone che stanno prendendosi cura degli ammalati: i medici, gli infermieri, le infermiere, i volontari, che rischiano la vita in questo servizio».

LETTERA DI DON ROBERTO AI PARROCCHIANI DI SAN GIROLAMO

Carissimi amici,
siamo tutti addolorati per non poter celebrare l’Eucarestia insieme e non poter vivere i nostri consueti ritrovi in parrocchia, ma se non scopriamo la profondità di questa mancanza, perderemo un’occasione decisiva per la nostra vita.
Cosa ci manca veramente, anzi Chi ci manca? Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno? (Mario Luzi).
Se non sorprenderemo in noi la nostalgia di Colui che ci manca realmente, ci accontenteremo ancora una volta di ciò che non è essenziale e che ci lascia nella confusione e nella paura.
Sovente, infatti, accade che la vita delle nostre comunità cristiane si identifichi, di fatto, con delle forme associative o delle attività e, non di rado, un certo devozionismo e un certo attivismo si sostituiscono al rapporto con Cristo, mentre questa situazione ci offre la possibilità di ripartire dall’essenziale, prendendo totalmente sul serio la nostra umanità.
Questa drammatica circostanza è l’occasione per uscire dalla nostra comfort zone, condividendo la domanda di tutti: ma se non posso aggiungere un minuto solo alla mia vita e a quella di una persona cara, se tutte le mie sicurezze possono essere spazzate via da un virus, cos’è dunque la vita? Per tutti noi, lungi da ogni tentazione clericale, è l’occasione di mettersi in gioco “da laici”, non come coloro che pensano di avere tutte le risposte, ma come mendicanti assieme ad altri mendicanti, come gente che ha bisogno di tutto e di tutti.
Mentre cresce la coscienza della gravità della situazione, mi è sempre più chiaro che, per noi preti e per le comunità ecclesiali, il primo modo di essere vicini al nostro popolo è quello di seguire senza esitazioni le indicazioni che ci vengono date dalle autorità competenti e dai nostri vescovi.
In una situazione di bisogno e di grande prova per tutti, nella quale non mancano episodi di intolleranza e atteggiamenti di sospetto nei confronti dell’altro, percepito talvolta come un potenziale nemico, occorre essere uniti, amando la vita della singola persona e il bene comune prima di ogni altra preoccupazione o considerazione, riconoscendo umilmente di aver bisogno degli altri e valorizzando l’impegno di chi si trova in prima linea in questa emergenza sanitaria.
Il cristianesimo è innanzitutto lo sguardo appassionato di Cristo all’uomo concreto e, senza questa passione per la vita degli uomini e le donne del nostro popolo, l’annuncio cristiano si riduce ad una ideologia come tutte le altre.
Se siamo leali con noi stessi, senza scartare nulla dei timori e dello smarrimento di questi giorni, riconosciamo che, noi per primi, abbiamo bisogno di Gesù vivo e del legame con la Sua carne, non di una ideologia, ed è per questo che seguiamo l’indicazione dei nostri pastori: per stare attaccati a un corpo reale, non a un’idea.
Vediamo ogni giorno come il moltiplicarsi di opinioni e di polemiche aumenta confusione e paure, le quali, invece, sono vinte solo da un abbraccio umano, in carne ed ossa.
Ognuno di noi può verificare cosa tiene realmente nel dramma che stiamo vivendo.
In questi giorni mi accade che, abituato ad essere sempre in mezzo a tante persone, con riunioni e lezioni, dialoghi e attività, mi ritrovo molto più spesso da solo e questa “solitudine” è l’occasione per chiedermi, come il Pastore errante di Giacomo Leopardi, Ed io che sono?. E così questa solitudine immensa può essere l’inizio di una condivisione reale dell’umanità di tutti, da cui può fiorire una solidarietà autentica, sempre più urgente e indispensabile nel nostro tempo.
Sosteniamoci insieme nell’accogliere tutta la portata di questa sfida.
Sul sito della nostra parrocchia, www.sangirolamo.org, potrete trovare testi e strumenti per la meditazione personale e la preghiera in famiglia in questa seconda domenica di Quaresima. La nostra chiesa sarà aperta sabato 7 dalle 16.30 alle 18.30 e domenica 8 dalle 9 alle 12 e dalle 16.30 alle 18.30, con l’esposizione del SS. Sacramento per l’Adorazione eucaristica, mentre io sarò disponibile, negli stessi orari, per confessioni e colloqui personali.
Vi invito inoltre a continuare questo dialogo, scrivendoci e telefonandoci, come negli incontri individuali, per i quali rimango disponibile nei giorni successivi nella nostra Casa parrocchiale di San Girolamo.

Un abbraccio,
don Roberto
Rimini, 6 marzo 2020

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INDICAZIONI PARTICOLARI DELLA DIOCESI DI RIMINI

A integrazione della Comunicazione dei Vescovi dell'Emilia Romagna, il Vicario generale della Diocesi di Rimini, don Maurizio Fabbri, aggiunge alcune esplicitazioni e suggerimenti pastorali utili per la Diocesi di Rimini.

1. In merito alla celebrazione delle Messe Feriali ci si attiene alle disposizioni precedenti, per cui non si celebreranno ss. Messe feriali né nelle chiese parrocchiali, né nelle rettorie e santuari della diocesi. Questo vale sia per i luoghi chiusi sia per quelli all’aperto. Sarà possibile invece la celebrazione “a porte chiuse” nelle cappelle di case religiose solo per i membri della comunità religiosa che vi risiede.

2. La non celebrazione dell'Eucarestia festiva o feriale può diventare una preziosa occasione per educare le persone alla preghiera anche in altre forme. In concreto, suggerisco di:

a. lasciare aperte le chiese invitando le persone ad una visita per la preghiera personale.

b. offrire dei tempi di adorazione eucaristica con esposizione dell’eucarestia

c. Mettere a disposizione delle persone alcuni strumenti: letture della liturgia feriale e domenicale; il messaggio settimanale del Vescovo Francesco, “Quarantena quaresimale” che esce ogni giovedì sul settimanale ilPonte e Newsrimini; copie della lettera pasquale "Ma non finisce qua", etc.

d. Come sacerdoti, dedicare del tempo per fermarci in chiesa e offrire a chi lo desideri la possibilità di confessarsi o di un dialogo spirituale.

3. Per custodire il senso di Chiesa Diocesana e il legame con il nostro vescovo, sono state pensate due iniziative:

a. unirsi alla celebrazione della S. MESSA presieduta dal nostro Vescovo Francesco Domenica 8 marzo alle ore 11.00, tramite collegamento con Icaro TV (canale 91), radio Icaro e in streaming.

b. Unirsi alla celebrazione del Rosario ogni venerdì di quaresima alle ore 20,30 presso il Santuario di S. Chiara, tramite collegamento con Icaro TV. È un modo per coinvolgere nella preghiera anche la propria famiglia, affidando a Maria i malati, gli operatori sanitari, le famiglie che hanno avuto un lutto a causa del virus. Questo momento di preghiera può essere unito al segno del digiuno quaresimale (non fare cena e donare il corrispettivo per una situazione di bisogno).

4. Invito i sacerdoti a celebrare la S. Messa quotidiana in forma privata, possibilmente insieme ad altri confratelli, affidando al Signore le proprie Comunità e il nostro Paese.

5. In merito alla visita e comunione ai malati, visto l’alto rischio di infezioni che colpisce specialmente persone anziane e malate, si suggerisce ai sacerdoti di attendere la chiamata dei familiari o della persona stessa.

Il Vicario Generale

Don Maurizio Fabbri

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COMUNICATO DEI VESCOVI DELL'EMILIA ROMAGNA

Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna
Comunicato dei Vescovi, Bologna, 6 marzo 2020

I Vescovi dell’Emilia-Romagna, in comunione con i Vescovi della Lombardia e del Veneto, a seguito del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, confermano che nelle Diocesi Emiliano Romagnole è sospesa anche per domenica 8 marzo la celebrazione dell’Eucarestia con la presenza dei fedeli, così come restano sospese le celebrazioni eucaristiche feriali.
Inoltre, tenendo conto delle disposizioni ministeriali circa la chiusura delle scuole, confermiamo la sospensione della catechesi e la chiusura degli spazi aperti al pubblico fino al 15 marzo.
La decisione, assunta in accordo con la Conferenza Episcopale Italiana, si è resa necessaria dopo l’entrata in vigore del nuovo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri con il quale si è definito il quadro degli interventi per arginare il rischio del contagio del “coronavirus” ed evitare il sovraccarico del sistema sanitario.
La mancanza della celebrazione eucaristica comunitaria deve portarci a riscoprire forme di preghiera in famiglia – genitori e figli insieme –, la meditazione quotidiana della Parola di Dio, gesti di carità e a rinvigorire affetti e relazioni che la vita di ogni giorno rischia di rendere meno intensi.
Le chiese rimarranno aperte durante il giorno per consentire la preghiera personale e l'incontro con i sacerdoti che generosamente donano la loro disponibilità per un sostegno spirituale che consenta a tutti di sperimentare che “il nostro aiuto viene dal Signore”.
“Il sabato è fatto per l’uomo”, dice Gesù nel Vangelo. La situazione attuale e il rischio di contagio richiedono ai cristiani un supplemento di carità e di prudenza per non mettere a rischio la salute dei più anziani, dei più vulnerabili e anche la propria.
La Chiese che sono in Emilia-Romagna, in comunione con la Chiesa italiana, testimoniano che la situazione di disagio e di sofferenza del Paese è anche la nostra sofferenza in questo tempo quaresimale.
Restano ferme le disposizioni del precedente comunicato, riservandoci la possibilità di ulteriori interventi a seconda dell’evolversi della situazione.
Gli Arcivescovi e I Vescovi dell'Emilia Romagna

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LA FEDE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS, IL RACCONTO DI DUE PARROCI

www.buongiornorimini.it Giovedì, 05 Marzo 2020

“Dio viene nell’imprevisto”, ha scritto sul proprio blog don Andrea Turchini, parroco della Collegiata a Santarcangelo. Una riflessione dettata dall’epidemia di Coronavirus che sta cambiando la vita di tutti, andando ad incidere profondamente su ritmi di vita consolidati, insieme a preoccupazione per la salute e per le proprie attività. Anche il “mestiere” di parroco deve trovare nuove forme di espressione e di comunicazione. “E’ una situazione nuova, inedita, quella in cui ci siamo trovati – osserva don Turchini – Tutto è sospeso, le scuole, le attività parrocchiali. Anche la partecipazione alla Messa, che pure è un gesto fondamentale nella vita della comunità cristiana”. Che fare allora? “In questo tempo la prevalenza è agli incontri personali, c’è la possibilità di chiacchierate distese, di telefonate in cui ci si può soffermare di più del solito. Nel mercoledì delle ceneri abbiamo sospeso le celebrazioni straordinarie, però abbiamo avvertito che i sacerdoti sarebbero stati in chiesa tutta la giornata. Molte persone sono venute per confessarsi e per ricevere personalmente le ceneri. È una situazione che ci costringe a trovare modalità nuove per valorizzare l’esperienza di fede”.
L’imprevisto di questa epidemia può quindi avere un risvolto positivo? “Siamo presi dalle nostre attività e dai nostri programmi, ci piace avere tutto sotto controllo e ci dimentichiamo, come spesso ricorda papa Francesco, che la realtà è superiore alle nostre idee e ai nostri programmi. Dio viene nell’imprevisto e occorre saperlo cogliere in una realtà che ha certamente anche aspetti drammatici, fatti di paura, di disagio, di dolore. Si tratta di riconoscere che anche nelle situazioni impreviste, che non avremmo voluto, può venire qualcosa di buono. Dio, di solito, fa molta fatica ad infilarsi nei nostri programmi; non gli concediamo molto spazio. Egli viene nell’imprevisto per rinnovare la nostra vita.”.
C’è un altro aspetto che don Turchini mette in evidenza. “Questa situazione mette in luce la nostra fragilità umana. A volte le strutture, le attività, possono diventare uno schermo che oscura l’invocazione della salvezza, che invece è alla base della nostra fede. Quando al mattino recitiamo le lodi non a caso cominciamo dicendo Dio vieni a salvarmi. L’esperienza della fragilità ci riporta all’essenziale, a riconoscere che solo Dio è salvatore”. Secondo il parroco di Santarcangelo, “alcune persone, le più fragili psicologicamente, sono spaventate e manifestano grandi preoccupazioni. Altre, ne ho avuto riscontro, la colgono come una provocazione a ripensare la propria fede”.

Da Santarcangelo a Rimini, Marina Centro, parrocchia di san Girolamo. “Da subito – racconta il parroco don Roberto Battaglia - in questa vicenda ho riconosciuto una sfida radicale: una situazione che sfugge al nostro controllo, in cui è a rischio la vita di tanti, la nostra salute e il benessere stesso del popolo, ci provoca a chiederci quale sia il nostro reale punto di consistenza, ed è la domanda che ho subito condiviso con gli amici della comunità parrocchiale tramite i contatti telefonici e personali, sui social e attraverso il sito della parrocchia, a cominciare da lunedì 24 febbraio diffondendo le prime indicazioni dei Vescovi della nostra regione, assieme all’altra questione che emergeva in quei giorni, in cui dominavano alcune reazioni irrazionali: cosa vince la paura?”.
Una domanda che in molti, alle prese con il bombardamento mediatico sull’epidemia, si pongono. “Mi sono reso conto che, rispetto a un certo clima di smarrimento e confusione, - afferma don Battaglia - la provocazione di queste domande apre uno spiraglio e, superata la reattività, inizia una condivisione più reale della propria vicenda umana.

Col passare dei giorni, prendendo sempre più coscienza della gravità della situazione, mi è sempre più chiaro che il primo modo di essere vicini alla gente da parte di noi preti e della comunità cristiana è quello di prendere sul serio fino in fondo le indicazioni che ci vengono date dalle autorità competenti e dai nostri vescovi. Sono francamente insopportabili e intollerabili taluni atteggiamenti di superficialità e talvolta persino di polemica nei confronti delle scelte compiute riguardo alle necessarie limitazioni nei ritrovi per le liturgie e per le varie attività pastorali. In una situazione di bisogno e di grande prova per il nostro popolo, nella quale non mancano episodi di intolleranza e atteggiamenti di sospetto nei confronti dell’altro, percepito talvolta come un potenziale nemico, occorre essere uniti, amando la vita e il bene di tutti prima di ogni altra preoccupazione o considerazione, riconoscendo umilmente di aver bisogno di tutti, valorizzando l’impegno di chi si trova in prima linea in questa emergenza sanitaria. Il cristianesimo è innanzitutto lo sguardo appassionato di Cristo all’uomo concreto e, senza questa passione per la vita degli uomini e le donne del nostro popolo, l’annuncio cristiano si riduce ad una ideologia come tutte le altre”.

Tutto è saltato, anche nelle parrocchie, dalla liturgia agli incontri di catechesi, fino alle benedizioni pasquali programmate proprio per questo periodo. “Nelle nostre comunità e, non di rado, un certo devozionismo e un certo attivismo – rileva il parroco di san Girolamo - si sostituiscono al rapporto con Cristo. Questa drammatica circostanza è l’occasione per uscire dalla nostra comfort zone, prendendo sul serio la nostra umanità e condividendo la domanda di tutti: ma se non posso aggiungere un minuto solo alla mia vita e a quella di una persona cara, se tutte le mie sicurezze possono essere spazzate via da un virus, cos’è dunque la vita? Per noi preti e per le nostre comunità, lungi da ogni tentazione clericale, è l’occasione di mettersi in gioco “da laici”, non come coloro che pensano di avere tutte le risposte, ma come mendicanti assieme ad altri mendicanti, come gente che ha bisogno di tutto e di tutti. Passando dall’essere sempre in mezzo alla gente – con riunioni e lezioni, dialoghi e attività – ad un certo isolamento, necessario per ridurre la possibilità di contagio, possiamo tutti chiederci in questa “solitudine”, come il Pastore errante di Leopardi, “Ed io che sono?”. E così questa “solitudine” può essere l’inizio di una condivisione reale dell’umanità di tutti, da cui può fiorire una solidarietà reale”.

Leggi l'articolo su Buongiornorimini:

http://www.buongiornorimini.it /item/19292-la-fede-al-tempo-del-coronavirus-il-racconto-di-due-parroci.html

NOTA DEI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DELL’EMILIA ROMAGNA

La Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna, alla quale ha partecipato il Vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, si è riunita oggi in assemblea a Bologna, a Villa San Giacomo. Durante i lavori presieduti da S.E. il card. Matteo Zuppi, presidente della Ceer e arcivescovo di Bologna, in comunione con i vescovi della Lombardia e della Provincia ecclesiastica Veneta, ha elaborato una nota in cui dispone:

“In ordine alla celebrazione dell’eucaristia il nostro desiderio più profondo era e rimane quello di favorire e sostenere la domanda dei fedeli di partecipare all’eucaristia.
Considerata la comunicazione odierna della CEI - che interpretando il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, invita a non celebrare le Sante Messe feriali con il popolo - a differenza di quanto precedentemente disposto chiediamo ai sacerdoti, alla luce della delicata situazione sanitaria e delle richieste delle autorità competenti, di celebrare le Sante Messe feriali senza la partecipazione dei fedeli sino a sabato 7 marzo.
Ci riserviamo di dare altre indicazioni, entro venerdì 6 marzo, alla luce di ulteriori sviluppi e delle decisioni delle istituzioni.
Le chiese continuino a restare aperte, nel rispetto delle norme del Decreto, per la preghiera.
Consapevoli della sofferenza e del disagio arrecato dalla situazione, in ordine ai nostri oratori e circoli sono sospese fino all’8 marzo compreso tutte le attività formative, aggregative e sportive. È disposta la chiusura degli spazi aperti al pubblico. Fino a domenica 8 marzo compresa, le iniziative e gli incontri presso altri ambienti parrocchiali, restano sospesi.
Confidiamo che le misure di rigore alle quali aderiamo per senso di responsabilità a tutela della salute pubblica siano condivise da tutte le istituzioni ecclesiali e civili e accolte in ogni ambito in modo corale.
Ringraziamo i sacerdoti, i collaboratori e gli operatori sanitari e di ordine pubblico, con tutti i volontari, per l’opera svolta, incoraggiandoli a perseverare nel loro servizio.
Affidiamo le comunità diocesane, con un particolare pensiero a quelle più provate, ai malati e colpiti dalla calamità in atto, all’intercessione materna e confortante di Maria, Madre del Signore e della Chiesa”.

Le precedenti disposizioni che rimangono in vigore sono le seguenti:
1. Si tolga l’acqua benedetta dalle acquasantiere.
2. Per i funerali è consentita la celebrazione delle esequie senza Messa, con i soli familiari.
Sono sospese le veglie funebri. Si propone di celebrare SS. Messe di suffragio solo al termine di questa fase critica.
3. Sono sospese le visite alle famiglie per le benedizioni pasquali.
4. Sono consentite le consuete visite ai malati e l’Unzione degli infermi.
5. Gli incontri di catechismo e del dopo-scuola riprenderanno alla riapertura delle attività scolastiche.
6. Sono sospese feste e sagre parrocchiali.
7. I Centri d’ascolto e i servizi della Caritas diocesane e parrocchiali svolgeranno la propria attività in accordo con le rispettive diocesi e secondo le indicazioni delle competenti autorità territoriali.

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OBBEDIENZA E LIBERTÀ

Omelia nella I Domenica di Quaresima, San Girolamo, 1 marzo 2020.

Il racconto della Genesi (Gen 3,1-7) descrive il peccato originale come una disobbedienza compiuta nel desiderio di “essere come Dio”, rifiutando la dipendenza dal Creatore, il quale viene considerato un rivale nella realizzazione piena dell’uomo che, in questo modo, oppone una propria presunta autonomia all’appartenenza che lo costituisce.
L’obbedienza di Gesù Cristo (Rm 5,19) riporta la nostra umanità nell’abbraccio della dipendenza che ci fa essere, in un’appartenenza che ci rende liberi.
Solo chi obbedisce è libero ed ama la libertà di tutti: chi non obbedisce a nessuno diviene un despota nei vari ambiti in cui vive, dalla famiglia alla comunità ecclesiale. L’autentica comunione, infatti, non si realizza a partire dallo sforzo comune di costruire la comunità, ma fiorisce come una unità in cui ci si sorprende assieme perché afferrati nello stesso abbraccio da Cristo. Si è insieme veramente perché si segue lo stesso punto. Non c’è comunione senza autorità, come non c’è libertà senza obbedienza. Ognuno di noi lo può verificare nella propria esperienza quotidiana e Gesù ama a tal punto la nostra libertà, stimando così profondamente la nostra ragione e il nostro desiderio, da sottoporsi senza paura a tale verifica.
Le tentazioni cui Cristo non si sottrae e che affronta vincendole, documentano la posizione opposta e sono caratterizzate dalla riduzione del desiderio: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane” (Mt 4,3). Ma il pane non basta a saziare la fame del desiderio umano, come ci siamo ridetti con le parole di Giacomo Leopardi nell’Uscita di domenica scorsa a Recanati e Loreto vissuta assieme alle comunità parrocchiali della nostra zona pastorale:

«Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana» (Pensieri LXVIII).

Gesù non afferma la sua Signoria sulla realtà col miracolo che gli suggerisce Satana, trasformando le pietre in pane, ma affermando il suo rapporto col Padre, senza ridurre il desiderio del cuore, del cibo autentico di cui l’uomo brama nutrirsi: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (cfr. Dt 8,3; Sap 16,26)» (Mt 4,4).
A questo punto il diavolo risponde invitando Gesù a mostrare al mondo la sua divinità con un segno grandioso, utilizzando anche le parole della Sacra Scrittura: «lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra” (cfr. Sal 91,11-12). Gesù gli rispose: “Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo (cfr. Dt 6,16)”» (Mt 4,5-6).
La controversia affascinante e drammatica tra Cristo e Satana si fonda su due modi di leggere e comprendere la Sacra Scrittura: il diavolo si fonda su una sua interpretazione, mentre Gesù legge il testo biblico a partire dalla sua appartenenza al Padre. Egli resiste alla tentazione perché è pieno del rapporto col Padre. Anche le parole della Scrittura, fuori da un contesto di appartenenza e obbedienza, possono diventare preda delle nostre interpretazioni e opinioni, ultimamente strumento di Satana, per cui si cita la Bibbia per negare, in realtà, il suo contenuto. Questo succede anche col richiamo alla Tradizione, alla Dottrina, alla Morale, fatto a prescindere dal legame con la stessa Tradizione, che è il legame con una persona viva, come la Dottrina è la carne di Cristo (cfr. Francesco, Discorso di Firenze, 10.11.15) e non può esistere un’etica cristiana se non nel rapporto con Lui.
Schiavi delle nostre interpretazioni diventiamo influenzabili, privi di capacità critica, come anche in questi giorni è emerso clamorosamente, con la conseguenza di vivere nel sospetto, guardando all’altro come a un potenziale nemico e non come qualcuno che fa parte di te, che hai l’urgenza di sostenere e di cui hai bisogno per essere sostenuto nel dramma del vivere.
Gesù non cede alla tentazione di convincere tutti mostrando la potenza della sua divinità perché, forte dell’appartenenza al Padre, sa che nulla potrà salvare l’uomo se non è accolto da una libertà che si lascia attrarre attraverso la “debolezza” di una esperienza umana, la quale si comunica da persona a persona, come mi è stato evidente in alcuni volti colpiti da quanto vissuto nell’uscita di domenica scorsa.
Questo emerge nell’ultima tentazione, quella di instaurare un regno in cui tutti siano sottomessi a Lui, un regno cristiano in cui i “valori cristiani” siano dominanti nella vita sociale e seguiti da tutti. Cristo si sottrae, poiché «sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto (cfr. Dt 6,13» (Mt 4,10). Non è un “regno cristiano” che risponde al bisogno infinito del cuore umano e non c’è nulla di più diabolico dell’affermare i “valori cristiani” a prescindere dal rapporto carnale con Dio fatto uomo. Solo in questo rapporto – che si realizza nell’appartenenza a una realtà carnale e nell’obbedienza a una persona viva – si vince alla radice la tentazione, com’è accaduto allo stesso uomo Gesù, per la Sua appartenenza e obbedienza al Padre.
Ognuno di noi, in questo tempo di Quaresima è sfidato a verificare se questa appartenenza e questa obbedienza rendono liberi e capaci di amare la libertà di tutti.
Il contesto storico in cui viviamo questo inizio del tempo Quaresimale – con le disposizioni e le preoccupazioni per l’emergenza relativa al coronavirus – ci provoca alla domanda su quale sia il punto reale di consistenza della nostra vita e su quale esperienza può liberarci dalla paura.
Oltre ogni tentazione clericale, che ci fa chiudere nella comfort zone, siamo chiamati a condividere questa sfida con ciascuno dei nostri fratelli e sorelle, guardando all’altro come un amico col quale condividere il bisogno: vedremo dove il Signore ci condurrà accettando questa sfida.

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NUOVE DISPOSIZIONI SU EMERGENZA COVID-19 PER LA DIOCESI DI RIMINI

Rimini, 27 febbraio 2020

Facendo seguito all’Ordinanza del Ministero della Salute d’intesa con il Presidente della Regione Emilia Romagna, circa le misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-2019 e ai relativi chiarimenti applicativi, la nostra Diocesi di Rimini, in comunione con le Diocesi della Conferenza episcopale dell’Emila Romagna, in tutte le attività di loro specifica competenza, ad ogni livello e in ogni ambito della vita ecclesiale, con gli uffici preposti della Regione e delle Prefetture, adottano le seguenti nuove disposizioni, in sostituzione delle precedenti che sono abrogate:

1. Ci si attenga sempre a criteri di prudenza, evitando concentrazione di persone in spazi ristretti e per un tempo prolungato, sia in riferimento alle attività parrocchiali che diocesane. Le chiese rimangono aperte al culto e alla preghiera individuale.
2. Data la circostanza, è sospeso il precetto festivo (Can 1248 §2). Tuttavia, è consentita la celebrazione delle ss. Messe festive – compresa quella del sabato sera – evitando processioni e assembramenti di persone al temine della celebrazione, a condizione che venga ottemperato il n. 1. Coloro che per motivi di salute non si sentissero di partecipare alla celebrazione, preghino nelle loro case.
3. Sono consentite le celebrazioni liturgiche feriali che non comportano un afflusso significativo di fedeli.
4. Si tolga l’acqua benedetta dalle acquasantiere, si distribuisca la santa Comunione solo sulla mano e si sospenda il segno pace.
5. Per i funerali è consentita la celebrazione eucaristica esequiale con i soli familiari.
6. Sono sospese le visite alle famiglie per le benedizioni pasquali.
7. Sono consentite le consuete visite ai malati e l’unzione degli infermi.
8. Gli incontri di catechismo e del dopo-scuola riprenderanno alla riapertura delle attività scolastiche.
9. Si consente lo svolgimento delle attività ordinarie di oratorio. Sono sospese le attività che prevedono la presenza di pubblico, per esempio spettacoli teatrali, cinematografici, tornei e ogni altro genere di aggregazione.
10. Sono sospese feste e sagre parrocchiali.
11. I Centri d’ascolto e i servizi della Caritas diocesane e parrocchiali sono aperti e svolgeranno la propria attività in accordo con le rispettive diocesi e secondo le indicazioni delle competenti autorità territoriali.

La situazione è in continua evoluzione pertanto ci riserviamo la possibilità di ulteriori interventi nei prossimi giorni.
Siamo vicini con la preghiera alle vittime e ai loro cari, alle persone colpite dalla malattia, ai loro familiari e amici e a coloro che li stanno assistendo e curando. Ringraziamo ed ammiriamo la disponibilità e il coraggio di medici, operatori sanitari, forze di sicurezza e di vigilanza, volontari, ministri delle comunità, istituzioni locali e statali

* * * Nota aggiuntiva * * *
In riferimento a quanto disposto al n.2, si aggiunge quanto segue:
Poiché la configurazione territoriale della nostra Diocesi si presenta alquanto differenziata – tra parrocchie di città o di periferia, di mare o di collina, con chiese grandi o piccole – si raccomanda ai parroci delle varie zone pastorali di adottare in merito orientamenti condivisi, tenendo in debito conto anche eventuali ordinanze, emanate dalle rispettive Amministrazioni Comunali.

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MESSAGGIO DEL PAPA PER LA QUARESIMA

«Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20)

Cari fratelli e sorelle!
Anche quest’anno il Signore ci concede un tempo propizio per prepararci a celebrare con cuore rinnovato il grande Mistero della morte e risurrezione di Gesù, cardine della vita cristiana personale e comunitaria. A questo Mistero dobbiamo ritornare continuamente, con la mente e con il cuore. Infatti, esso non cessa di crescere in noi nella misura in cui ci lasciamo coinvolgere dal suo dinamismo spirituale e aderiamo ad esso con risposta libera e generosa.

1. Il Mistero pasquale, fondamento della conversione
La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù: il kerygma. Esso riassume il Mistero di un amore «così reale, così vero, così concreto, che ci offre una relazione piena di dialogo sincero e fecondo» (Esort. ap. Christus vivit, 117). Chi crede in questo annuncio respinge la menzogna secondo cui la nostra vita sarebbe originata da noi stessi, mentre in realtà essa nasce dall’amore di Dio Padre, dalla sua volontà di dare la vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Se invece si presta ascolto alla voce suadente del “padre della menzogna” (cfr Gv 8,45) si rischia di sprofondare nel baratro del nonsenso, sperimentando l’inferno già qui sulla terra, come testimoniano purtroppo molti eventi drammatici dell’esperienza umana personale e collettiva.
In questa Quaresima 2020 vorrei perciò estendere ad ogni cristiano quanto già ho scritto ai giovani nell’Esortazione apostolica Christus vivit: «Guarda le braccia aperte di Cristo crocifisso, lasciati salvare sempre nuovamente. E quando ti avvicini per confessare i tuoi peccati, credi fermamente nella sua misericordia che ti libera dalla colpa. Contempla il suo sangue versato con tanto affetto e lasciati purificare da esso. Così potrai rinascere sempre di nuovo» (n. 123). La Pasqua di Gesù non è un avvenimento del passato: per la potenza dello Spirito Santo è sempre attuale e ci permette di guardare e toccare con fede la carne di Cristo in tanti sofferenti.

2. Urgenza della conversione
È salutare contemplare più a fondo il Mistero pasquale, grazie al quale ci è stata donata la misericordia di Dio. L’esperienza della misericordia, infatti, è possibile solo in un “faccia a faccia” col Signore crocifisso e risorto «che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Un dialogo cuore a cuore, da amico ad amico. Ecco perché la preghiera è tanto importante nel tempo quaresimale. Prima che essere un dovere, essa esprime l’esigenza di corrispondere all’amore di Dio, che sempre ci precede e ci sostiene. Il cristiano, infatti, prega nella consapevolezza di essere indegnamente amato. La preghiera potrà assumere forme diverse, ma ciò che veramente conta agli occhi di Dio è che essa scavi dentro di noi, arrivando a scalfire la durezza del nostro cuore, per convertirlo sempre più a Lui e alla sua volontà.
In questo tempo favorevole, lasciamoci perciò condurre come Israele nel deserto (cfr Os 2,16), così da poter finalmente ascoltare la voce del nostro Sposo, lasciandola risuonare in noi con maggiore profondità e disponibilità. Quanto più ci lasceremo coinvolgere dalla sua Parola, tanto più riusciremo a sperimentare la sua misericordia gratuita per noi. Non lasciamo perciò passare invano questo tempo di grazia, nella presuntuosa illusione di essere noi i padroni dei tempi e dei modi della nostra conversione a Lui.

3. L’appassionata volontà di Dio di dialogare con i suoi figli
Il fatto che il Signore ci offra ancora una volta un tempo favorevole alla nostra conversione non dobbiamo mai darlo per scontato. Questa nuova opportunità dovrebbe suscitare in noi un senso di riconoscenza e scuoterci dal nostro torpore. Malgrado la presenza, talvolta anche drammatica, del male nella nostra vita, come in quella della Chiesa e del mondo, questo spazio offerto al cambiamento di rotta esprime la tenace volontà di Dio di non interrompere il dialogo di salvezza con noi. In Gesù crocifisso, che «Dio fece peccato in nostro favore» (2Cor 5,21), questa volontà è arrivata al punto di far ricadere sul suo Figlio tutti i nostri peccati, fino a “mettere Dio contro Dio”, come disse Papa Benedetto XVI (cfr Enc. Deus caritas est, 12). Dio infatti ama anche i suoi nemici (cfr Mt 5,43-48).
Il dialogo che Dio vuole stabilire con ogni uomo, mediante il Mistero pasquale del suo Figlio, non è come quello attribuito agli abitanti di Atene, i quali «non avevano passatempo più gradito che parlare o ascoltare le ultime novità» (At 17,21). Questo tipo di chiacchiericcio, dettato da vuota e superficiale curiosità, caratterizza la mondanità di tutti i tempi, e ai nostri giorni può insinuarsi anche in un uso fuorviante dei mezzi di comunicazione.

4. Una ricchezza da condividere, non da accumulare solo per sé
Mettere il Mistero pasquale al centro della vita significa sentire compassione per le piaghe di Cristo crocifisso presenti nelle tante vittime innocenti delle guerre, dei soprusi contro la vita, dal nascituro fino all’anziano, delle molteplici forme di violenza, dei disastri ambientali, dell’iniqua distribuzione dei beni della terra, del traffico di esseri umani in tutte le sue forme e della sete sfrenata di guadagno, che è una forma di idolatria.
Anche oggi è importante richiamare gli uomini e le donne di buona volontà alla condivisione dei propri beni con i più bisognosi attraverso l’elemosina, come forma di partecipazione personale all’edificazione di un mondo più equo. La condivisione nella carità rende l’uomo più umano; l’accumulare rischia di abbrutirlo, chiudendolo nel proprio egoismo. Possiamo e dobbiamo spingerci anche oltre, considerando le dimensioni strutturali dell’economia. Per questo motivo, nella Quaresima del 2020, dal 26 al 28 marzo, ho convocato ad Assisi giovani economisti, imprenditori e change-makers, con l’obiettivo di contribuire a delineare un’economia più giusta e inclusiva di quella attuale. Come ha più volte ripetuto il magistero della Chiesa, la politica è una forma eminente di carità (cfr Pio XI, Discorso alla FUCI, 18 dicembre 1927). Altrettanto lo sarà l’occuparsi dell’economia con questo stesso spirito evangelico, che è lo spirito delle Beatitudini.
Invoco l’intercessione di Maria Santissima sulla prossima Quaresima, affinché accogliamo l’appello a lasciarci riconciliare con Dio, fissiamo lo sguardo del cuore sul Mistero pasquale e ci convertiamo a un dialogo aperto e sincero con Dio. In questo modo potremo diventare ciò che Cristo dice dei suoi discepoli: sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-14).

Francesco

Roma, presso San Giovanni in Laterano, 7 ottobre 2019,
Memoria della Beata Maria Vergine del Rosario

LETTERA DEL VESCOVO PER IL MERCOLEDÌ DELLE CENERI

2020
feb
26

Miei carissimi fratelli e sorelle,

tempo addietro avevo in animo di inviarvi un messaggio per l’inizio della quaresima. Ma l’incalzare del Coronavirus mi ha fatto cambiare idea. Anziché scrivervi una lettera che inevitabilmente sarebbe risultata più lunga e quindi più noiosa, ho pensato che sarebbe stato meglio proporvi qualcosa di più breve e di più veloce, ogni settimana. Così, da fratello povero come voi, che cerca Gesù come voi. Con tutta la passione e la fatica di stargli dietro, ma anche con tutta la disponibilità e la gioia di scorgere nelle sorelle e nei fratelli di fede quei tratti del suo volto che ancora non trova in se stesso.

In questi giorni ho registrato vari segnali di gratitudine per aver adottato – in collaborazione con le Autorità civili e in comunione con gli altri Vescovi della regione – varie e motivate indicazioni cautelari in modo da prevenire nelle nostre comunità realistici pericoli di contagio, ma comunque di non chiudere le nostre chiese alla visita e alla supplica dei singoli fedeli. Questo bisogno di silenzio, nutrito da un acuto desiderio di preghiera, mi ha stupito e commosso.

No, non vi ho riscontrato l’idea di un ricorso superstizioso ad una Divinità che in modo magico ci potrebbe e dovrebbe risolvere i problemi e mettere al riparo dai pericoli che corriamo, garantendoci una assicurazione sulla vita.

I cristiani hanno imparato dal Maestro di Nazaret. Il nostro Dio non è un fastidioso guastafeste. Né un capriccioso, implacabile fustigatore. Non è un padre-mostro. È un Padre-Papà, il nostro fedele Alleato, che ci ha mandato Gesù a salvarci dal male più devastante: l’egoismo. Ma anche per liberarci dalla paura.

Ci ha mandato suo Figlio, il quale ha provato sulla sua pelle il brivido della madre di tutte le paure: la morte. Non se ne è lasciato paralizzare, ma l’ha superata con lo slancio di una estrema fiducia nell’amore del Padre-Abbà. Rileggiamo il drammatico racconto della Lettera agli Ebrei: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il pieno abbandono a lui, venne esaudito”. Venne esaudito, non nel senso che fu liberato dal dolore, ma che fu liberato nel dolore. Perché a una violenza totalmente ingiustificata rispose con un amore totalmente incondizionato. Morì, certo, ma morì amando e per-donando. Per questo il Padre lo ha risuscitato, per lasciarlo sempre con noi, come lui stesso ha promesso: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”.

Sì, noi crediamo che Gesù non si è ancora stancato di rimanere con noi, perfino nei giorni più bui e più difficili. Non si è mai chiuso alle necessità e alle sofferenze dei poveri, dei malati e degli esclusi. È vero: “non si vergogna di chiamarci fratelli”, e continua a passare il suo cielo sulla nostra terra.

Come ci aiuta allora Gesù in questi giorni della paura? Con le due ali che ci permettono non di non sentire la paura, ma ci consentono di non acconsentire alla paura. Sono le ali della ragione e della fede, che si librano all’unisono. La ragione ci aiuta a non essere né superficiali né allarmisti. E la fede ci aiuta a sperare. Sempre. Non perché le nostre cose vanno bene. Ma perché il Padre non ha mai smesso né mai smetterà di volerci bene. Ascoltiamo san Paolo: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”.

Miei carissimi, ma non vi pare che se noi cristiani utilizzassimo un po’ di più queste due ali, il mondo andrebbe meglio?

Vi saluto.

Vostro
+ Francesco Lambiasi

Rimini, 26 febbraio 2020
Mercoledì delle Ceneri

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COMUNICATO DEL VESCOVO DI RIMINI RIGUARDO L'EMERGENZA CORONAVIRUS

Carissimi,
facendo seguito all’Ordinanza del Ministero della Salute d’intesa con il Presidente della Regione Emilia-Romagna circa le misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-2019 (Coronavirus), la nostra Diocesi in tutte le attività di sua specifica competenza, ad ogni livello e in ogni ambito della vita ecclesiale, in contatto con gli uffici preposti della Regione e della Prefettura e alla luce delle indicazioni della Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna, adotta le seguenti disposizioni:
1. Ci si attenga sempre a criteri di prudenza, evitando in ogni modo concentrazione di persone in spazi ristretti e per lungo tempo. Le chiese rimangano aperte al culto e alla preghiera individuale.
2. Fino a nuova disposizione sono sospese le celebrazioni liturgiche con grande afflusso di fedeli. Entro giovedì prossimo daremo indicazioni in merito alle celebrazioni eucaristiche di domenica 1 Marzo.
3. Le Messe feriali, se sono partecipate da pochi fedeli, si possono celebrare in spazi non troppo circoscritti.
4. Il Mercoledì delle Ceneri, ove si preveda una partecipazione numerosa, la celebrazione è sospesa. Sarà possibile, per chi lo desidera, seguire la s. Messa celebrata dal Vescovo sul canale 91 di Icaro TV alle ore 18 e su RadioIcaro.
5. Per i funerali, qualora il numero dei partecipanti sia elevato, si suggerisce di non celebrare la s. Messa, ma di limitarsi alla liturgia della Parola con il rito delle esequie nella forma breve.
6. Nella celebrazione eucaristica si ometta il segno della pace e si chieda ai fedeli di ricevere la s. Comunione sulla mano e non in bocca.
7. Si tolga l’acqua benedetta dalle acquasantiere.
8. La visita e la benedizione delle famiglie resta sospesa, fino a nuova indicazione.
9. Sono inoltre sospesi gli incontri di catechismo e dei gruppi parrocchiali, le attività di oratorio e di dopo-scuola, nonché quelle sportive, teatrali, cinematografiche e ogni altro genere di aggregazione, fino a nuova disposizione.
10. I servizi della Caritas diocesana sono chiusi fino a nuovo avviso. Previo accordo telefonico possono essere fissati colloqui strettamente necessari.
11. Rimangono sospese fino a nuova indicazione le attività formative e culturali dell’ISSR e dei vari Uffici Pastorali, come pure l’incontro del Vescovo con i cresimandi e i loro genitori, previsto per il 1 marzo.
12. Infine si tenga presente che la situazione è in continuo sviluppo; pertanto ci si riserva di aggiornare di volta in volta le indicazioni qui proposte.

Carissimi,
siamo tutti interessati ad affrontare con determinazione, senza panico né leggerezza, un frangente che ci chiede vigilanza e grande senso del bene comune. Sperimentiamo tutti la nostra debolezza e fragilità. Il momento, complesso e molto delicato, ci domanda risposte serie e coordinate, al fine di trovare le soluzioni più efficaci per tutti, con la massima attenzione, ma senza allarmismi.
Ora più che mai siamo chiamati a comprendere il valore della prossimità e a dedicare margini più abbondanti ad una attenta riflessione e ad una preghiera più intensa.
Sentiamo la vicinanza premurosa di Gesù, nostro amico premuroso e buon pastore, che non si è mai chiuso alle necessità e alle sofferenze dei fratelli.
E ci affidiamo alla preghiera della Vergine Maria, Madre della Chiesa e di tutti noi, in particolare dei poveri, dei malati, e di quanti si stanno prodigando per il maggior bene possibile delle persone e della collettività.
Vi ringrazio per la vostra preziosa attenzione e per la generosa collaborazione che vorrete prestare a queste indicazioni.

Vi saluto di cuore e vi benedico con grande affetto,
+Francesco Lambiasi, Vescovo

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GIACOMO LEOPARDI: LA PROFEZIA DELL’UMANO

Un testo di San Giovanni Paolo II afferma che il genio profetico è «quasi profezia dell’umanità».

«Che è l’uomo e a che può servire? Qual è il suo bene e qual è il suo male? (Sir 18, 7) [...]. Queste domande sono nel cuore di ogni uomo, come ben dimostra il genio poetico di ogni tempo e di ogni popolo, che, quasi profezia dell’umanità, ripropone continuamente la domanda seria che rende l’uomo veramente tale. Esse esprimono l’urgenza di trovare un perché all'esistenza, ad ogni suo istante, alle sue tappe salienti e decisive così come ai suoi momenti più comuni. In tali questioni è testimoniata la ragionevolezza profonda dell’esistere umano, poiché l’intelligenza e la volontà dell’uomo vi sono sollecitate a cercare liberamente la soluzione capace di offrire un senso pieno alla vita. Questi interrogativi, pertanto, costituiscono l'espressione più alta della natura dell'uomo: di conseguenza la risposta ad esse misura la profondità del suo impegno con la propria esistenza. In particolare, quando il perché delle cose viene indagato con integralità alla ricerca della risposta ultima e più esauriente, allora la ragione umana tocca il suo vertice e si apre alla religiosità. In effetti, la religiosità rappresenta l’espressione più elevata della persona umana, perché è il culmine della sua natura razionale. Essa sgorga dall’aspirazione profonda dell’uomo alla verità ed è alla base della ricerca libera e personale che egli compie del divino» .

Il senso religioso rappresenta la natura del nostro io in quanto si esprime nelle domande esistenziali riguardanti il significato ultimo della vita, quelle che San Giovanni Paolo II definisce come le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell'esistenza umana: «chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita?» .
Si tratta delle domande che «il pastore errante dell’Asia» di Leopardi ripropone alla luna:

«Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? Che vuol dir questa
Solitudine immensa? Ed io che sono?» .

La ragione non può arrestarsi fino a quando non trova una risposta totale, per questo il senso religioso è il culmine della dinamica razionale. Quanto più l’uomo scopre queste domande costitutive del proprio essere tanto più scopre la propria sproporzione alla risposta totale.
Leggiamo ancora un passo di Leopardi:

«Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana» .

Le domande ultime in cui si esprime il senso religioso esigono una risposta infinita, svelano la contraddizione irrisolvibile, ciò che lo stesso Leopardi definisce «il misterio eterno dell’esser nostro» , ovvero la sproporzione strutturale che si sperimenta assecondando l’impeto della ragione secondo l’intera sua statura.
In due incontri con un gruppo di sposi a San Girolamo (in un dialogo sull’amore umano sviluppatosi a partire dall’esperienza di fidanzamento della futura Beata Sandra Sabattini) abbiamo riflettuto sul mistero della nostra umanità, descritto da Benedetto XVI nella Enciclica Deus caritas est: «nell’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente, […] all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, […] al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono» . Per questo si coglie un rapporto tra l’amore e il divino: «l’amore promette infinità, eternità, una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere» .
Leopardi lo descrive in Aspasia:

«Raggio divino al mio pensiero apparve, Donna, la tua beltà» .

La bellezza della donna è percepita dal poeta come un “raggio divino”, come la presenza della divinità. Attraverso la sua bellezza, l’uomo è richiamato alla Bellezza infinita. Se invece di cedere a questo invito l’uomo si ferma alla bellezza che vede davanti a sé, presto essa si manifesta incapace di compiere la sua promessa di felicità, di infinito.

«Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
Alfin l’errore e gli scambiati oggetti
conoscendo, s’adira; e spesso incolpa la donna a torto» .

Il rapporto tra l’uomo e la donna, due creature limitate, suscita un desiderio infinito di cui l’altro o l’altra sono segno: se si pretende che il segno risponda a questa esigenza infinita si giunge ad odiare il segno perché non può rispondere al bisogno di felicità.
Come esprime bene Leopardi invece, la bellezza della donna è in realtà “raggio divino”, segno che rimanda oltre, ad una realtà incommensurabile rispetto al proprio limite. La bellezza della donna amata è un segno che rimanda oltre.
Leopardi segue questa dinamica del segno in Alla sua donna dove comprende che quello che cerca nella bellezza delle donne di cui si innamora è la Bellezza con la “B” maiuscola, la Bellezza infinita, la Bellezza assoluta, e, seguendo questa traiettoria, giunge ad aspirare che questa «cara beltà», assuma una «sensibil forma» . Per questo è stata riconosciuta in questa poesia una “profezia” dell’incarnazione .
Saremo amici tra noi, e riconosceremo come compagni di cammino tutti gli uomini e le donne che quotidianamente incontriamo, mettendo a tema queste domande, senza chiuderci nella pretesa di avere tutte le risposte e lasciandoci invece guidare da «Dio [che] ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita» .

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L’ANNUNCIO INDISPENSABILE: NON CI VERGOGNIAMO DI GESÙ CRISTO

BRANI DALL’ESORTAZIONE APOSTOLICA POST – SINODALE
DI PAPA FRANCESCO “QUERIDA AMAZONIA”

62. Di fronte a tanti bisogni e tante angosce che gridano dal cuore dell’Amazzonia, possiamo rispondere a partire da organizzazioni sociali, risorse tecniche, spazi di dibattito, programmi politici, e tutto ciò può far parte della soluzione. Ma come cristiani non rinunciamo alla proposta di fede che abbiamo ricevuto dal Vangelo. Pur volendo impegnarci con tutti, fianco a fianco, non ci vergogniamo di Gesù Cristo. Per coloro che lo hanno incontrato, vivono nella sua amicizia e si identificano con il suo messaggio, è inevitabile parlare di Lui e portare agli altri la sua proposta di vita nuova: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16).
63. L’autentica scelta per i più poveri e dimenticati, mentre ci spinge a liberarli dalla miseria materiale e a difendere i loro diritti, implica che proponiamo ad essi l’amicizia con il Signore che li promuove e dà loro dignità. Sarebbe triste che ricevessero da noi un codice di dottrine o un imperativo morale, ma non il grande annuncio salvifico, quel grido missionario che punta al cuore e dà senso a tutto il resto. Né possiamo accontentarci di un messaggio sociale. Se diamo la nostra vita per loro, per la giustizia e la dignità che meritano, non possiamo nascondere ad essi che lo facciamo perché riconosciamo Cristo in loro e perché scopriamo l’immensa dignità concessa loro da Dio Padre che li ama infinitamente.
64. Essi hanno diritto all’annuncio del Vangelo, soprattutto a quel primo annuncio che si chiama kerygma e che «è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra». È l’annuncio di un Dio che ama infinitamente ogni essere umano, che ha manifestato pienamente questo amore in Cristo crocifisso per noi e risorto nella nostra vita. Propongo di rileggere un breve riassunto su tale tema contenuto nel capitolo IV dell’Esortazione Christus vivit. Questo annuncio deve risuonare costantemente in Amazzonia, espresso in molte modalità diverse. Senza questo annuncio appassionato, ogni struttura ecclesiale diventerà un’altra ONG, e quindi non risponderemo alla richiesta di Gesù Cristo: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
65. Qualsiasi proposta di maturazione nella vita cristiana deve avere come cardine permanente questo annuncio, perché «tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio». La reazione fondamentale a questo annuncio, quando riesce a provocare un incontro personale con il Signore, è la carità fraterna, quel «nuovo comandamento che è il primo, il più grande, quello che meglio ci identifica come discepoli». Pertanto, il kerygma e l’amore fraterno costituiscono la grande sintesi dell’intero contenuto del Vangelo che non si può fare a meno di proporre in Amazzonia. È quello che hanno vissuto i grandi evangelizzatori dell’America Latina come San Toribio de Mogrovejo o San José de Anchieta.

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L’ANNUNCIO INDISPENSABILE: NON CI VERGOGNIAMO DI GESÙ CRISTO

BRANI DALL’ESORTAZIONE APOSTOLICA POST – SINODALE
DI PAPA FRANCESCO “QUERIDA AMAZONIA”

62. Di fronte a tanti bisogni e tante angosce che gridano dal cuore dell’Amazzonia, possiamo rispondere a partire da organizzazioni sociali, risorse tecniche, spazi di dibattito, programmi politici, e tutto ciò può far parte della soluzione. Ma come cristiani non rinunciamo alla proposta di fede che abbiamo ricevuto dal Vangelo. Pur volendo impegnarci con tutti, fianco a fianco, non ci vergogniamo di Gesù Cristo. Per coloro che lo hanno incontrato, vivono nella sua amicizia e si identificano con il suo messaggio, è inevitabile parlare di Lui e portare agli altri la sua proposta di vita nuova: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16).
63. L’autentica scelta per i più poveri e dimenticati, mentre ci spinge a liberarli dalla miseria materiale e a difendere i loro diritti, implica che proponiamo ad essi l’amicizia con il Signore che li promuove e dà loro dignità. Sarebbe triste che ricevessero da noi un codice di dottrine o un imperativo morale, ma non il grande annuncio salvifico, quel grido missionario che punta al cuore e dà senso a tutto il resto. Né possiamo accontentarci di un messaggio sociale. Se diamo la nostra vita per loro, per la giustizia e la dignità che meritano, non possiamo nascondere ad essi che lo facciamo perché riconosciamo Cristo in loro e perché scopriamo l’immensa dignità concessa loro da Dio Padre che li ama infinitamente.
64. Essi hanno diritto all’annuncio del Vangelo, soprattutto a quel primo annuncio che si chiama kerygma e che «è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra». È l’annuncio di un Dio che ama infinitamente ogni essere umano, che ha manifestato pienamente questo amore in Cristo crocifisso per noi e risorto nella nostra vita. Propongo di rileggere un breve riassunto su tale tema contenuto nel capitolo IV dell’Esortazione Christus vivit. Questo annuncio deve risuonare costantemente in Amazzonia, espresso in molte modalità diverse. Senza questo annuncio appassionato, ogni struttura ecclesiale diventerà un’altra ONG, e quindi non risponderemo alla richiesta di Gesù Cristo: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
65. Qualsiasi proposta di maturazione nella vita cristiana deve avere come cardine permanente questo annuncio, perché «tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio». La reazione fondamentale a questo annuncio, quando riesce a provocare un incontro personale con il Signore, è la carità fraterna, quel «nuovo comandamento che è il primo, il più grande, quello che meglio ci identifica come discepoli». Pertanto, il kerygma e l’amore fraterno costituiscono la grande sintesi dell’intero contenuto del Vangelo che non si può fare a meno di proporre in Amazzonia. È quello che hanno vissuto i grandi evangelizzatori dell’America Latina come San Toribio de Mogrovejo o San José de Anchieta.

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UNA PROMESSA DI FELICITÀ IRRESISTIBILE

Dialogo sull’amore tra l’uomo e la donna provocati dall’esperienza della prima “Santa fidanzata”.


Domenica 2 febbraio nella Casa parrocchiale di San Girolamo si è svolto un incontro a cui hanno partecipato 18 sposi di diverse età tra i quali anche coppie sposate di recente. A tema la questione urgente per tutti, “regolarmente” uniti nel matrimonio o drammaticamente separati: la promessa di felicità irresistibile dell’amore tra l’uomo e la donna è una illusione o può compiersi in una esperienza reale?

Nella prima parte sono intervenuti Guido Rossi (già fidanzato della Venerabile Sandra Sabattini), che ha raccontato l’esperienza di fidanzamento vissuta con Sandra; Chiara Vitale (studiosa della vita di Sandra) che ha sottolineato il rilievo di questo modo di vivere l'amore nella vita della futura Beata e don Roberto, che ha posto in evidenza come questa esperienza riveli la comune radice della vocazione alla verginità e al matrimonio.

Nella seconda parte dell’incontro è iniziato un dialogo libero, con domande e esperienze.

Di Sandra Sabattini e di Guido Rossi don Oreste diceva che “erano fidanzati come se non lo fossero”. Abbiamo scoperto che questo apparente distacco, una relazione dominata dalla familiarità con Dio nel desiderio di seguire la grande novità incontrata nella comunità cristiana, ha generato un possesso più vero nel rapporto, che Guido ci ha testimoniato con grande intensità.

Colpiti da questa esperienza, subito è fiorito il desiderio di continuare – con libertà e a 360° – il dialogo iniziato e ci si è dati un nuovo appuntamento domenica 16 febbraio con cena nella casa parrocchiale alle ore 19.30.

Il momento è aperto a tutti gli sposi che desiderano condividere questo libero confronto sull’amore umano a partire dalla propria esperienza.